Tua vivit imago - volume 2

L ET DI AUGUSTO Il virtuosismo del poeta si esprime anche in due elenchi (qui omessi), rispettivamente dei monti bruciati dal fuoco (vv. 217-226) e dei fiumi prosciugati dalla calura (vv. 241-259), a riprova di come la descrizione proceda per accumulo più che per selezione, ottenendo un effetto che può apparire ipertrofico (cioè eccessivo nelle dimensioni o nello sviluppo), ma che è sempre attentamente sorvegliato e mai banale. Lo sconvolgimento del mondo causato dal fuoco è espresso soprattutto dal rovesciamento del normale corso della natura descritto ai vv. 260-271, con il mare prosciugato, gli Inferi invasi dalla luce del sole e gli dèi che fuggono atterriti (vv. 268-269) o che assistono impotenti al disastro (vv. 270-271). Una descrizione troppo distaccata? Alcuni critici hanno osservato come, in alcuni passi ovidiani, l autocompiacimento del poeta nell esibire la propria perizia artistica prevalga sui contenuti, anche quelli più tragici e drammatici. Ai loro occhi Ovidio osserva con distacco e freddezza quanto descrive, apparendo interessato soltanto a prenderne spunto per dare sfoggio alla sua abilità poetica. Il passo in cui sono descritti gli effetti del diluvio universale è stato fortemente criticato da Seneca, che accusa il poeta di lasciarsi andare a osservazioni sciocche e fuori luogo di fronte a un evento così catastrofico ( T10 e relativa analisi); allo stesso modo, anche nel passo in esame, non è sfuggito ai più sensibili tra i critici il breve e imperturbabile accenno alla distruzione di città e nazioni (vv. 214-216) che il poeta menziona, per così dire, senza battere ciglio. Lo studioso statunitense Charles Segal, in particolare, ha dato voce in modo esplicito a tali perplessità, scrivendo che di fronte a questi versi «al lettore moderno, forse troppo sensibile agli stermini di massa e alla distruzione totale di magnae urbes e di totae gentes, non resta che trasalire . Secondo Segal, quei versi rispecchierebbero, insieme a molti altri, il fatto che «la portata e lo stile del poema, unite alla superficialità ideologica di Ovidio, risultano talora inadeguate di fronte ai grandi temi morali della sofferenza, della colpa e della giustizia che i miti racchiudono . Si tratta di una tesi forte, che si può considerare in qualche misura contraddetta dalla stessa storia della fortuna del poema, che nel corso dei secoli, dal Medioevo sino ai nostri giorni, ha offerto innumerevoli spunti a una riflessione di carattere etico e morale. Come giudicare, d altra parte, l impassibile, fredda oggettività con cui il poeta descrive la morte di interi popoli? Ciascuno potrà dare la propria risposta, ma una possibile spiegazione potrebbe essere nella tendenza di Ovidio-narratore a identificarsi con il punto di vista e le emozioni degli individui (qui, per esempio, Fetonte) piuttosto che con le vicende e il destino collettivo degli abitanti di una città, di una regione o dell intera ecumene (cioè la terra abitata allora conosciuta): non si tratterebbe, insomma, di mancanza di sensibilità, bensì di una sensibilità rivolta in via pressoché esclusiva alle sventure e alla sofferenza delle singole persone. Carri del Sole e della Luna, ca 1527-1528. Mantova, Palazzo Te. 518

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Età augustea