Tua vivit imago - volume 2

L ET DI AUGUSTO 180 185 190 195 Pro meritis et siqua tibi debebimus ultra, pro spe coniugii tempora parva peto, dum freta mitescunt et amor, dum tempore et usu fortiter edisco tristia posse pati. Si minus, est animus nobis effundere vitam: in me crudelis non potes esse diu. Aspicias utinam, quae sit scribentis imago! Scribimus, et gremio Troicus ensis adest, perque genas lacrimae strictum labuntur in ensem, qui iam pro lacrimis sanguine tinctus erit. Quam bene conveniunt fato tua munera nostro! Instruis impensa nostra sepulcra brevi. Nec mea nunc primum feriuntur pectora telo; ille locus saevi vulnus amoris habet. Anna soror, soror Anna, meae male conscia culpae, iam dabis in cineres ultima dona meos. Nec consumpta rogis inscribar Elissa Sychaei, hoc tamen in tumuli marmore carmen erit: Praebuit Aeneas et causam mortis et ensem; ipsa sua Dido concidit usa manu. 177-180. Pro meritis pati siqua tibi debebimus ultra: se ancora di qualcos altro ti sarò debitrice (dipende sempre da pro), con allusione alla possibilità che Didone attenda un figlio da Enea (debebimus è plurale poetico, interpretabile in questo caso più precisamente come pluralis modestiae); ai vv. 133-138 la regina aveva infatti sentenziato: «Può anche essere, o scellerato, che tu lasci Didone incinta, e che una parte di te sia nascosta racchiusa nel mio corpo. Al destino della madre si aggiungerà quello di uno sventurato fanciullo e tu sarai responsabile della morte di lui non ancora nato: insieme a sua madre morirà il fratello di Iulo [il figlio di Enea e Creùsa], e uno stesso castigo ci rapirà uniti (trad. G. Rosati). dum freta mitescunt et amor: ancora una sillepsi; finché il mare e l amore si plachino . for titer tristia posse pati: la proposizione, nella quale dall infinito posse dipende l altro infinito pati, esprime il complemento oggetto di edisco: finché io impari a saper (posse) sopportare (pati) i dispiaceri (tristia) coraggiosamente (fortiter) . 181-186. Si minus erit Si minus: altrimenti (lett. se no ). est nobis: dativo di possesso. in me: verso di me . Aspi 490 cias utinam: magari potessi vedere . scribentis: di me che scrivo (si può anche rendere: di me mentre scrivo ; nota il poliptoto con Scribimus nel pentametro). Mentre scrive (Scribimus, plurale poetico), Didone tiene in grembo (gremio) la spada che Enea le aveva dato in dono (Troicus ensis). iam: qui nel senso di presto . pro lacrimis sanguine: dal sangue invece che dalle lacrime ; nota, anche qui, il poliptoto lacrimae lacrimis, con le due occorrenze del termine collocate entrambe prima della cesura principale del verso. 187-190. Quam bene habet Instru is sepulcra brevi: ritorna, anche in questo caso solo per il tempo di una breve parentesi, il tono sarcastico: allestisci (Instruis) il mio sepolcro (nostra sepulcra) con poca spesa (impensa brevi) , cioè con il costo della spada. Nec mea amoris: ancora una sillepsi, questa volta tra la ferita (vulnus) inflitta al petto (mea pectora) di Didone dalla spada (telo) e quella inflitta a esso (ille locus) da un amore crudele (saevi amoris). 191-196. Anna soror manu Negli ultimi tre distici dell epistola Didone si rivolge infine alla sorella Anna, che tanta parte aveva avuto, come confidente (meae male conscia culpae, lett. consapevole, disgraziatamente, della mia colpa ), nella sua storia d amore con Enea ( p. 152). Didone immagina il proprio funerale celebrato dalla sorella e la propria iscrizione funebre, che non sarà Elissa [sposa] di Sicheo (il primo marito dell eroina, morto da tempo), bensì: Offrì Enea sia la causa della morte sia la spada; morì Didone di propria mano . L epitaffio di Didone si legge identico nel terzo libro dei Fasti (vv. 549-550), dove Ovidio racconta la storia di Anna dopo la morte della sorella: fuggita da Cartagine invasa dai nemici, dopo una serie di peripezie l eroina arriva nel Lazio, dove incontra di nuovo Enea ed è da lui accolta come ospite; vittima della gelosia di Lavinia, nuova moglie di Enea, finirà per trasformarsi in Anna Perenna, la divinità romana che presiede al succedersi degli anni. La ripetizione del medesimo distico nei due componimenti, alla fine dell epistola di Didone e, nei Fasti, all inizio dell episodio di Anna (vv. 545-656), suggerisce l idea di una continuità narrativa intertestuale, come se la stessa storia proseguisse da un opera all altra all interno dell ampia produzione poetica ovidiana. Anna soror, soror Anna: combinazione di anafora e chiasmo*. meae male conscia culpae: nota la duplice allitterazione, della m e della c. tamen carmen: nota l allitterazione della t (tamen tumuli), cui si aggiunge il ricorrere dei suoni nasali (tamen in tumuli marmore carmen). ipsa sua usa manu: lett. facendo uso (usa, da utor) lei stessa (ipsa) della propria mano (sua manu).

Tua vivit imago - volume 2
Tua vivit imago - volume 2
Età augustea