Tua vivit imago - volume 2

L autore Ovidio «i carmi non giovano affatto; un tempo i carmi mi hanno nuociuto / e sono stati la prima causa di un così infelice esilio , trad. L. Galasso). Tuttavia, nel componimento qui proposto siamo ancora in un contesto sostanzialmente ludico, nel quale il poeta rivisita il tòpos della sovrapposizione tra vita e poesia che era un assunto del genere elegiaco. Proprio nel momento in cui l elegia si fa meno personale (con il poeta che guarda con distacco ironico a quelle vicende amorose che da Tibullo e Properzio erano state vissute come una passione tormentata), ecco che paradossalmente essa finisce per avere un effetto negativo dirompente sulla vita reale del poeta. Siamo davvero sicuri, però, che Ovidio stia dicendo la verità? Altrove, sempre negli Amores, è lui stesso che sembra quasi suggerirci il contrario, laddove scrive per esempio che un altra donna si spaccia per Corinna: «Non ho grandi sostanze, mia unica fortuna sono i versi e molte donne vogliono da me la rinomanza. Io ne conosco una che va dicendo di essere Corinna. Cosa non mi darebbe, per esserlo davvero? (II, 17, 27-30). Ma, se è così, sarà davvero esistita una vera Corinna? O non sarà stata, piuttosto, anche lei una figura immaginaria o comunque la personificazione di un ruolo all interno del grande gioco delle parti messo in scena negli Amores? La rassegna degli esempi mitici La poesia ovidiana assume talora un andamento catalogico: procede per accumulo, risolvendosi in lunghe serie di argomentazioni oppure, come in questo caso, di esempi che possono risultare monotoni al lettore che non ne sappia cogliere le sfumature spesso ironiche. Gran parte del componimento qui proposto (vv. 21-40) è, in effetti, occupata da un elenco serrato di exempla mitici che vengono soltanto menzionati o evocati in modo allusivo, senza che ci si soffermi su nessuno di essi, e che servono esclusivamente a dimostrare quanto il poeta afferma al v. 19: nec tamen ut testes mos est audire poetas («Eppure non si usa ascoltare i poeti come testimoni ); e poi alla fine, ai vv. 41-42: Exit in immensum fecunda licentia vatum / obligat historica nec sua verba fide («La feconda libertà dei poeti corre all infinito e non lega le proprie parole alla fedeltà storica ). L ironia e l autoironia stanno nel fatto che tutto questo sforzo serve soltanto, in modo davvero paradossale, a suggerire ai lettori (e, in quanto tali, potenziali rivali) di Ovidio che anche Corinna, come tutti quei personaggi del mito, in realtà non esiste, o meglio: non è quella fanciulla straordinaria- mente bella, desiderabile e affascinante che il poeta aveva ritratto nelle altre elegie. La sconfinata libertà della poesia Al v. 41 si incontra una frase piuttosto celebre: Exit in inmensum fecunda licentia vatum («La feconda libertà dei poeti corre all infinito , che, estrapolata dal contesto, è stata vista come espressione di «quell orgoglio dell essere poeta e del far poesia che è un tratto decisivo del sentire e del poetare ovidiani , nonché della «creativa libertà d azione che il poeta rivendica per sé e per la poesia (R. Gazich). Naturalmente, nel contesto dell elegia e all interno della situazione specifica alla quale essa è dedicata, il concetto ha una connotazione in qualche misura negativa, dal momento che il poeta vorrebbe che non si prestasse troppo credito alle invenzioni dei poeti. A ben vedere, però, è qui presupposto un dibattito assai acceso nelle cerchie dei letterati e dei critici precedenti e contemporanei a Ovidio: quello, cioè, sui limiti dell invenzione artistica, che trova espressione soprattutto nella parte iniziale dell Ars poetica di Orazio ( p. 237), il trattato in versi, scritto negli anni tra il 15 e il 13 a.C. e dedicato ai Pisoni, nel quale sono enunciate le regole ideali della poesia. Proprio nell in cipit, Orazio contesta la posizione di coloro che ritengono che i poeti abbiano piena libertà creativa: «Se a una testa umana un pittore volesse unire un collo di cavallo, e su membra prese alla rinfusa applicare penne di vario colore, in modo che la bella donna di sopra finisca orrendamente in una nera coda di pesce, invitati a vedere riuscireste a non ridere, amici? Credetemi, Pisoni, è molto simile a questo quadro il libro, le cui immagini saranno concepite senza senso, come sogni di un malato, sì che né piedi né testa si riconducano a una figura sola. A pittori e poeti sempre fu data una giusta facoltà di osare tutto . Lo so, e questo privilegio chiedo e concedo in modo reciproco, ma non che bestie feroci si uniscano ad animali pacifici, non che serpenti si accòppino a uccelli, agnelli a tigri (vv. 1-13, trad. L. Paolicchi). Orazio, insomma, crede che siano necessari dei limiti: proprio quei limiti che invece, secondo Ovidio, la fecun da licentia dei poeti è solita oltrepassare in inmensum (l aggettivo inmensus viene da in privativo e mensus, misurato , participio perfetto del verbo metior, quindi: smisurato, senza limiti ). Mettiti alla prova Laboratorio sul testo ONLINE 481

Tua vivit imago - volume 2
Tua vivit imago - volume 2
Età augustea