Il secondo Futurismo

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Il secondo Futurismo

La “ricostruzione futurista dell’universo”: Balla e Depero

Nel 1915 Giacomo Balla e Fortunato Depero sottoscrivono il manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo. Stemperando la foga aggressiva del primo Futurismo con uno spirito ludico e fantasioso, essi si propongono di realizzare una fusione totale delle arti per “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente”. Nel secondo Futurismo si giunge dunque alla formulazione di un’arte totale, vale a dire un’arte interdisciplinare, dove i vari linguaggi e le varie forme artistiche non sono più concepiti come separati, ma fusi in un nuovo territorio dell’arte. Quest’ampliamento e sconfinamento verso un’arte totale si propaga a tutte le discipline – la moda, la grafica, l’arredamento (71), la cucina – e comporta l’emergenza di un concetto utopistico di arte popolare, di un’arte per tutti, che non sia più esclusivo appannaggio di una ristretta cerchia di intellettuali. 

Il nuovo oggetto artistico è il complesso plastico, sorta di assemblaggio realizzato attraverso l’utilizzo di materiali vari e per mezzo della fusione di molti linguaggi, come la pittura, la musica, gli apparecchi sonori. L’opera inoltre travalica la dimensione oggettuale del manufatto per estendersi in una nuova situazione ambientale. Balla, per esempio, in questi anni giunge a trasformare la sua abitazione romana in un’opera d’arte totale, decorando tutte le superfici dell’appartamento.
Un ambito in cui la Ricostruzione futurista dell’universo trova un terreno fecondo di elaborazione è senza dubbio la scenografia. Si pensi, a tal proposito, alle scenografie commissionate da Djagilev per i Ballets Russes a Balla (72) e a Depero.
Fortunato Depero (Fondo 1892-Rovereto 1960) si trasferisce nel 1913 a Roma, dove entra in contatto con Balla. In Rotazione di una ballerina e pappagalli (73) si fa evidente il rapporto che si istituisce nella sua ricerca tra la pittura e la scenografia. Proprio in quel periodo Depero mette in scena lo spettacolo teatrale I balli plastici, azione mimico-musicale di marionette. La ballerina rappresentata in questo dipinto sembra una marionetta o una figura meccanica che si muove su un palcoscenico, accompagnata nel suo volteggio da fantastici pappagalli colorati. L’una e gli altri ritmano con i loro movimenti la spazialità dinamicamente mossa dalle gamme squillanti dei colori che si intersecano – rosso, giallo, blu, verde… – dando vita a una magica e gioiosa atmosfera da favola.
Oltre alla pittura e alla scenografia, nella sua bottega-laboratorio a Rovereto Depero si dedica alla produzione di stoffe, giocattoli e progetti pubblicitari, avviando di fatto l’entusiasmante storia del design italiano.

L’arte meccanica di Prampolini

Nella seconda stagione futurista, la macchina, già al centro della riflessione nella fase iniziale del movimento, diventa un motivo estetico attorno a cui si sviluppa una nuova ricerca. Nel 1923 Enrico Prampolini (Modena 1894-Roma 1956) – uno dei maggiori rappresentanti del Futurismo degli anni Venti e Trenta – pubblica sulla rivista “Noi” il Manifesto dell’arte meccanica firmato altresì dal pittore Vinicio Paladini e dall’architetto e scenografo Ivo Pannaggi. Nelle opere di Prampolini la macchina diventa un elemento astratto, sospeso nel vuoto, che dà vita a composizioni di sintesi cosmica. Molto interessante è anche la ricerca da lui condotta sui polimaterici (74), composizioni caratterizzate dall’utilizzo di materiali extrapittorici, di natura e consistenze diverse (legno, sughero, metallo, materiali plastici), per mezzo dei quali l’opera si situa in una dimensione particolare, oltre i linguaggi tradizionali di pittura e scultura.

Il libro-oggetto e la cucina futurista

Il libro stesso, nel corso della seconda stagione futurista, viene indagato nella sua dimensione di libro-oggetto, e dunque manipolato e investigato nella sua accezione fisico-materica. Con il Libro imbullonato di Depero, pubblicato nel 1927, e con la realizzazione della Litolatta (75) ideata da Marinetti e progettata da Tullio d’Albisola nel 1932 (che raccoglie Parole in libertà futuriste olfattive tattili-termiche di Marinetti), le cui pagine sono di latta prodotta dalla ditta Zinola di Savona, inizia la storia del libro-oggetto, ambito di ricerca nel quale molti artisti si cimenteranno nel corso del Novecento. In questi anni Filippo Tommaso Marinetti e Fillìa (pseudonimo di Luigi Colombo) pubblicano altresì il Manifesto della cucina futurista. Considerando obsoleta la pastasciutta e invocando l’abolizione dell’utilizzo delle posate, i futuristi trasformano il cibo e il convivio in un’esperienza multisensoriale. Invitano chimici a inventare nuovi gusti e sapori; coinvolgono poeti e musicisti a realizzare un’azione culinaria spettacolare e totale. Al lancio del manifesto seguono serate, conferenze, banchetti e l’apertura della Taverna del Santopalato a Torino.

Dossier Arte - volume 3 
Dossier Arte - volume 3 
Dal Neoclassicismo ai giorni nostri