3. La psicologia del Novecento

Frontespizio della prima edizione dell’opera di Charles Darwin Sull’origine delle specie, 1859.

IL FUNZIONALISMO

3.1

IL FUNZIONALISMO: A CHE COSA SERVE LA PSICOLOGIA?

| Tra i motivi che portarono all’abbandono dell’approccio strutturalista vi fu anche la grande risonanza che cominciava ad avere la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin (1809-1882), non solo sulla biologia ma anche sulle altre discipline.

Negli Stati Uniti nacque così il funzionalismo, conosciuto anche come Scuola di Chicago, grazie alle opere di fine Ottocento di William James (1842-1910) e di John Dewey (1859-1952). I due studiosi, sulla scia della teoria evoluzionistica di Darwin, ipotizzarono che il comportamento umano dovesse essere considerato come un processo di adattamento dell’organismo all’ambiente. Sulla base di questa nuova prospettiva, secondo la quale i processi mentali aiutavano di fatto l’organismo a sopravvivere, il nucleo centrale della ricerca psicologica passò dall’attenzione alla struttura dei processi mentali (“che cosa sono e come sono”, finalità propria dello strutturalismo) allo studio delle loro funzioni (“a che cosa servono”, interrogativo principale del funzionalismo).

I ricercatori funzionalisti aumentarono la gamma dei processi mentali che erano stati studiati in precedenza dagli strutturalisti, occupandosi anche di motivazione, pensiero e apprendimento, ma sempre seguendo un’ottica evoluzionista, che considerava cioè il comportamento umano come adattivo all’ambiente.

Questo legame tra comportamento e condizioni ambientali, portato avanti dal funzionalismo, sposta la psicologia dallo studio delle funzioni mentali all’indagine del comportamento. È in questo clima che nasce il comportamentismo a opera di John B. Watson.

3.2

COMPORTAMENTISMO E NEOCOMPORTAMENTISMO

| La nascita del comportamentismo risale al 1913, quando John Broadus Watson |L’AUTORE, p. 10| pubblicò un articolo (Psychology as the behaviorist views it, “La psicologia così come la vede un comportamentista”) in cui sosteneva che la psicologia, per diventare veramente una scienza sperimentale, avrebbe dovuto concentrarsi su un oggetto di studio che potesse essere osservato in maniera intersoggettiva, cioè in ogni individuo, da tutti gli studiosi interessati. Tale oggetto di studi era il comportamento manifesto, che, come tale, era osservabile da tutti a occhio nudo e, in tal modo, poteva essere descritto e giudicato.

Quello che Watson definì come “comportamento” non era altro che l’insieme delle risposte muscolari e ghiandolari di un individuo a un determinato fenomeno. In esso non troviamo né i processi organici, specialmente quelli cerebrali, né i processi interni della mente, in particolar modo la coscienza. Ciò porta alla visione della psiche come una scatola nera (black box), il cui funzionamento non è osservabile né conoscibile. Essa avverte le influenze dell’ambiente esterno (gli stimoli o input) e produce le relative reazioni (le risposte o output), elementi che invece possono essere studiati. Secondo questo approccio, l’organismo viene visto come una stazione intermedia tra stimoli in entrata e risposte in uscita. Per questo motivo, il comportamentismo è stato definito anche come una “psicologia stimolo-risposta”.

La chiarezza della teoria e la semplicità del modello teorico hanno contribuito a rendere il comportamentismo dominante sulla scena della ricerca psicologica in campo sperimentale e applicativo a lungo, fino agli anni Sessanta-Settanta del Novecento. Grazie anche ai contributi di Pavlov con gli studi sul condizionamento classico e di Skinner sul condizionamento operante |unità 7, pp. 172, 177|, questa teoria si è diffusa non solo nel mondo scientifico ma anche nell’opinione pubblica, come un modo concreto di fare psicologia, attento sia agli effetti sia alle cause.

Uno dei concetti chiave dell’impostazione comportamentista è quello di plasmabilità di quasi ogni aspetto del comportamento umano: le differenze tra individui non sono innate, ereditarie o strutturali, ma dipendenti esclusivamente da esperienze di apprendimento. In altre parole, alla nascita gli esseri umani presentano pochissime caratteristiche comportamentali proprie, che sono in ogni caso modificabili dall’esperienza e dall’apprendimento. Da questo punto di vista nel corso della vita tutti noi sviluppiamo un certo tipo di comportamento che è frutto di ciò che abbiamo vissuto e imparato.

Questa concezione assoluta dell’agire umano si prestava però a diverse critiche, prima fra tutte l’idea che, dal momento che gli stimoli condizionano direttamente l’agire umano, ogni aspetto dell’uomo poteva essere potenzialmente manipolato e indirizzato dall’esterno, magari contro la sua volontà e interesse, come accade per esempio nel marketing o nella pubblicità.

Il neocomportamentismo

| Ben presto il comportamentismo più ortodosso, teorizzato da Watson, venne messo in discussione. Per alcuni psicologi comportamentisti, infatti, limitare lo studio al solo comportamento osservabile e misurabile si sarebbe dimostrato alla lunga sterile: su queste basi, nacque un nuovo movimento, chiamato neocomportamentismo, i cui ricercatori cominciarono a postulare l’esistenza di componenti psicologiche non manifeste, che agivano tra il momento della presentazione dello stimolo e quello dell’emissione della risposta. Queste componenti potevano quindi influenzare e modificare il comportamento dell’organismo |unità 7, p. 185|.

Il neocomportamentismo spianò la strada alla concezione di una psicologia che prendesse in considerazione, oltre alle cause e alle risposte, anche le spinte, i bisogni e le motivazioni del comportamento. Secondo questo approccio l’attività interna all’organismo, che chiameremo “O”, si pone come intermedia tra lo stimolo “S” e la risposta “R”.

La psicologia passò, dunque, da un paradigma di studio interessato ad approfondire il processo stimolo-risposta, a riconoscere l’esistenza di motivazioni interne che influiscono sul comportamento manifesto in interazione con l’ambiente esterno.

Un’altra corrente del neocomportamentismo fu quella portata avanti dalle ricerche di Burrhus Frederick Skinner |L’AUTORE, p. 177|. Secondo questo autore esistono certamente fenomeni non osservabili direttamente (“sotto la pelle”), che possono e devono essere studiati scientificamente, ma che non vanno ritenuti come determinanti nel causare un dato comportamento. Nel corso dei suoi studi Skinner si occupò dell’acquisizione funzionale del linguaggio e di un progetto politico utopistico descritto nel suo libro del 1948 Walden Due |unità 7, p. 199|, dove si immagina una società basata su principi positivi, come il rinforzo, in cui sono eliminati i processi coercitivi, come la punizione.

3.3

LA TEORIA DELLA FORMA E LA SCUOLA DELLA

GESTALT | Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento si sviluppò in Europa una corrente di ricerca psicologica: la Gestalttheorie, psicologia della Gestalt, nata in Germania sulla base del lavoro comune di Max Wertheimer |L’AUTORE, p. 146|, Wolfgang Köhler |L’AUTORE, p. 182| Kurt Koffka (1886-1941) e Kurt Lewin (1890-1947). Gestalt, in tedesco, significa “forma”, “struttura unitaria”: ecco perché questa teoria è stata chiamata anche psicologia della forma, perché il fenomeno della percezione |unità 2, p. 34| può essere spiegato solo attraverso un’unificazione formale di una molteplicità di impressioni che vengono raggruppate dalla nostra mente. Secondo i teorici della Gestalt infatti “il tutto è diverso dalla somma delle singole parti”. L’oggetto principale di studio di questa corrente fu perciò l’esperienza che si verifica nell’individuo quando percepisce un fenomeno. Nello specifico, la psicologia della Gestalt si occupò in particolar modo dei fenomeni di percezione visiva, come le immagini ambigue, che si prestano bene a questo tipo di analisi.

Si può far risalire la nascita ufficiale di questa scuola di pensiero al 1912, quando Max Wertheimer pubblicò l’articolo intitolato Studi sperimentali sulla percezione visiva del movimento, in cui parlava del movimento apparente o stroboscopico: il cosiddetto “fenomeno phi”. A quei tempi il movimento stroboscopico era alla base della cinematografia: la pellicola cinematografica, infatti, era composta da una serie di immagini fisse, chiamate fotogrammi, che venivano proiettate sullo schermo, alternate a intervalli di buio della stessa durata. L’osservatore però non vedeva una serie di immagini statiche, ma percepiva un’unica immagine dinamica in movimento.

Wertheimer propose l’esempio della percezione di luci. Immaginiamo di avere due luci, che chiameremo A e B, poste in due punti di un ambiente completamente buio, che si accendono alternatamente creando così la sequenza A-B-A-B-A-B-A-B-A-B. In base all’intervallo temporale con cui questi stimoli luminosi si accendono e si spengono è possibile osservare diversi fenomeni:

  • se l’intervallo temporale è molto basso, si ha la percezione di un unico segnale luminoso che si sposta dal punto A al punto B;
  • se, invece, l’intervallo temporale aumenta, percepiremo gli stimoli luminosi come distanziati e immobili e li vedremo accendersi e spegnersi in maniera separata e alternata;
  • se, in ultimo, l’intervallo temporale dovesse diminuire, avremo l’impressione di vedere due stimoli immobili e sempre illuminati.

La visione d’insieme

| Gli appartenenti alla scuola della Gestalt cercarono di comprendere l’esperienza nella sua interezza e ricchezza, rifiutando la scomposizione di un fenomeno nei suoi aspetti elementari, tipica dello strutturalismo di Wundt, e partendo dal diverso assunto secondo cui ciò che conta è la totalità di un fenomeno e non le singole parti che lo compongono. Inoltre, per gli studiosi gestaltisti, l’esperienza passata non aveva alcuna importanza, dal momento che secondo loro ciò che percepiamo è solo ciò che appare durante l’osservazione.

Importanti contributi della scuola della Gestalt sono legati allo studio della percezione visiva e uditiva: gli esperimenti percettivi, infatti, impiegando punti, linee, superfici colorate e contrasti, mettevano bene in evidenza e in maniera immediata le leggi di organizzazione che i gestaltisti ritenevano essere alla base della percezione delle forme |unità 2, p. 35|.

Fondamentali risultarono anche gli studi che Köhler condusse sull’intelligenza dei primati e la loro capacità di problem solving e apprendimento |unità 7, p. 182|. Con i suoi esperimenti, Köhler dimostrò l’esistenza di una proprietà di pensiero, da lui definita insight (“intuizione”), in grado di ristrutturare tutte le esperienze passate per riorganizzarle in base alle condizioni presenti.

Nell’ambito delle scienze sociali, invece, chi portò avanti le teorizzazioni della Gestalt nei suoi studi fu Kurt Lewin. Le branche principali di studio a cui si egli si dedicò furono le dinamiche di gruppo e la ricerca-azione, cioè lo studio di problemi sociali concreti e di possibili strategie di intervento e soluzione.

La psicologia della Gestalt suscitò sin dalle sue prime formulazioni reazioni ambivalenti: eccessivamente entusiastiche o molto critiche. Le teorie formulate ebbero comunque una portata trasversale, che penetrò nella psicologia contemporanea, sia in Europa sia in America, specialmente a seguito dell’immigrazione forzata negli Stati Uniti dei suoi principali esponenti per sfuggire alle persecuzioni naziste.

La grande capacità esplicativa della teoria favorì l’incontro con altre scuole di pensiero, in particolare con il comportamentismo. Probabilmente è proprio tale integrazione a segnare il declino del comportamentismo a favore del nascente cognitivismo |APPROFONDIAMO|: infatti, ancora una volta, erano state evidenziate le criticità dell’approccio a favore di una visione fenomenologica dell’esperienza, secondo cui un fenomeno psichico non poteva essere esaminato in modo oggettivo ma soggettivo.

3.4

IL COGNITIVISMO: LA MENTE COME UN PC

| Ad aprire la strada al cognitivismo furono quegli psicologi che, definendosi neocomportamentisti, criticarono la teoria comportamentista ortodossa e gettarono le basi della nuova scuola psicologica che dalla seconda metà degli anni Cinquanta si impose nel campo della ricerca in psicologia.

Non si trattò di una scuola unitaria di pensiero ma, piuttosto, di un particolare tipo di approccio allo studio della mente in cui si tendeva a indagare la capacità delle persone di acquisire, organizzare, ricordare e fare uso concreto della conoscenza alla base delle proprie azioni. I cognitivisti, quindi, studiavano la mente umana non attraverso l’introspezione, come Wundt, ma attraverso le inferenze tratte dai comportamenti osservabili. In altre parole, il campo di studio della psicologia si spostò dal comportamento osservabile ai processi cognitivi, divenuti ormai una presenza innegabile per l’elaborazione delle informazioni.

processo cognitivo: insieme degli eventi necessari all’acquisizione di informazioni e all’elaborazione a livello di conoscenze attraverso l’attività della mente.

Quando, a partire dagli anni Cinquanta, tale approccio si impose come scenario autonomo, vi confluirono contributi di diverse discipline: la psicologia sperimentale, la linguistica, la teoria dell’informazione e la cibernetica, ma anche le neuroscienze e la filosofia della mente. A proposito della linguistica, influenzarono il cognitivismo le teorie elaborate da Noam Chomsky (n. 1928), linguista, filosofo e teorico della comunicazione. In particolare, l’esistenza di strutture innate e universali, teorizzata nel 1965 da Chomsky per spiegare l’apprendimento del linguaggio dei bambini, permise ai cognitivisti di ipotizzare che tali strutture, di cui è dotata la mente umana, fossero funzionali non solo per imparare il linguaggio, ma anche per lo svolgimento dei processi cognitivi.

L’elaborazione delle informazioni

| I cognitivisti seguivano un paradigma di ricerca che si accostava molto a quello comportamentista, pur interponendo tra lo stimolo (S) e la risposta (R), l’elemento intermedio di elaborazione mentale da parte dell’organismo (O). Si è parlato, in proposito, di modello dell’elaborazione dell’informazione (information processing). La costruzione di modelli mentali avverrebbe dunque attraverso l’elaborazione delle informazioni, esterne e interne, compiuta da unità specializzate all’interno della mente. Molte ricerche cognitiviste seguirono un modello di tipo cibernetico, ipotizzando che fosse possibile replicare il funzionamento dei processi mentali applicando la logica dei calcolatori elettronici.

L’analogia tra mente e calcolatore era basata sulle nozioni di informazione, canale, sequenza di trasmissione ed elaborazione dell’informazione, strutture in entrata (input) e uscita (output) dell’informazione dall’elaboratore, strutture di memoria.

Un altro paradigma usato dai cognitivisti era quello dei tempi di reazione: misurando la durata dei processi cognitivi azionati tra la presentazione dello stimolo e l’emissione della risposta motoria da parte dell’organismo, si poteva dedurre il grado di complessità e la quantità dei processi cognitivi in atto. Quanto più il tempo di reazione era lungo, tanto più l’elaborazione dello stimolo o la risoluzione del compito richiedevano l’intervento di processi cognitivi complessi e/o numerosi.

Anche il comportamento era concepito come una serie di atti guidati dai processi cognitivi ai fini della soluzione di un problema, con la possibilità di continui aggiustamenti per garantire la migliore soluzione. Venne così introdotto, sempre in prestito dalla cibernetica, il concetto di feedback (“retroazione”), che acquistò centralità nelle teorizzazioni cognitiviste del comportamento orientato alla meta e dello svolgimento di un piano utile alla risoluzione di un problema.

feedback: nel linguaggio tecnico e scientifico, il termine è equivalente all’italiano “retroazione”, che designa il processo per cui l’effetto risultante dall’azione di un sistema (meccanismo, circuito, organismo ecc.) si riflette sul sistema stesso per variarne o correggerne opportunamente il funzionamento.

Dal cognitivismo alla scienza cognitiva

| In Psicologia cognitivistica, studio scientifico pubblicato nel 1967 dallo psicologo statunitense Ulric Neisser (1928-2012), sono riassunte le ricerche condotte nei dieci anni precedenti riguardo a questa nascente prospettiva psicologica che, da questo momento, viene definitivamente chiamata “cognitivista”.

| T1

Le origini del cognitivismo p. 22

Neisser sostiene che i processi cognitivi, in quanto sistemi complessi, anche se non possono essere visti direttamente dallo sperimentatore, possono comunque essere individuati. In che modo? È l’autore stesso a fornire la risposta: «tutto quello che sappiamo della realtà è stato mediato non solo dagli organi di senso, ma da sistemi complessi, che interpretano continuamente l’informazione fornita dai sensi».

Tuttavia, Neisser non si limita a riassumere il significato dello sviluppo del cognitivismo, ma si spinge anche nell’individuazione critica dei motivi di una revisione del fenomeno, sia teorica che metodologica. Tale revisione, in effetti, avverrà a partire da metà degli anni Settanta, grazie a una pubblicazione del 1976 dello stesso Neisser, Conoscenza e realtà: un esame critico del cognitivismo. In quest’opera egli riassume gli aspetti problematici emersi nella letteratura psicologica cognitivista. Per l’autore è evidente che il cognitivismo aveva sì apportato nuovi e importanti contributi alla comprensione dei processi cognitivi, ma, allo stesso tempo, era degenerato in una miriade di esperimenti e modelli, spesso privi di un effettivo valore applicativo esportabile nella vita quotidiana.

In questo contesto critico emerge un orientamento nuovo, denominato “scienza cognitiva”, i cui aspetti principali vengono esposti dallo psicologo americano Howard Gardner nel 1985 nel saggio La nuova scienza della mente. Storia della rivoluzione cognitiva.

Per Gardner, la scienza cognitiva ha natura interdisciplinare e analizza i problemi della conoscenza (come la mente conosce, quali sono i suoi limiti ecc.), affrontati storicamente dalla filosofia occidentale, mantenendo valido il paragone con il pc come modello del funzionamento della mente e mezzo per simulare i processi mentali. Questo approccio ha per oggetto di ricerca le rappresentazioni mentali, capaci di organizzare e produrre conoscenza (simboli, regole, schemi, immagini), che si estende dai fattori individuali, come emozione e motivazione, ai fattori sociali e culturali.

Le ricerche in campo cognitivista sono ormai la realtà di molti approcci di studio, che non si limitano più alla sola simulazione dei processi mentali con il calcolatore elettronico. Dall’idea di adattare le macchine e le sue funzioni all’uomo, in base ai processi cognitivi, e non viceversa, si è sviluppato un vasto campo di ricerca relativo alla progettazione ergonomica delle interfacce, degli strumenti, degli ambienti di lavoro, fino agli oggetti di uso comune.

Recentemente, la psicologia cognitivista si è spinta verso altri campi di ricerca, come la neuropsicologia e le neuroscienze cognitive. Tali campi di ricerca, con l’ausilio delle moderne tecniche di biomedica come la tomografia ad emissione di positroni (Pet) e la risonanza magnetica funzionale (fMri), hanno permesso di fare passi significativi nella conoscenza dell’architettura delle aree cerebrali coinvolte nelle diverse funzioni cognitive.

3.5

LA PSICOANALISI

| Nel 1900 il medico viennese Sigmund Freud |L’AUTORE, p. 329| pubblicò L’interpretazione dei sogni, saggio destinato a segnare la nascita del pensiero psicoanalitico. In quest’opera Freud mostra che i sogni non sono del tutto insensati e bizzarri, ma trasmettono messaggi che provengono dalle parti più profonde della psiche e manifestano desideri di cui il soggetto non è consapevole. In realtà Freud si era occupato già da molti anni dello studio delle dinamiche interne alla psiche umana e aveva evidenziato come le decisioni consapevoli fossero a volte determinate da motivazioni interne sconosciute; in altre parole, alcuni disturbi psichici, ma anche alcuni eventi quotidiani come il sogno o certe inspiegabili dimenticanze, dipendono da fattori interni di cui il soggetto non è consapevole. Ciò che determina alcune azioni dell’essere umano, secondo Freud, è una parte della psiche che lui stesso definisce inconscio, nella quale sono contenute istanze e desideri legati soprattutto alla vita sessuale |unità 12, p. 327|.

Proprio la sessualità, e in particolare quella infantile, fu al centro del pensiero freudiano in un’epoca in cui si riteneva che i bambini non avessero vita sessuale fino alla pubertà. Freud mostrò invece che esiste una vita sessuale infantile molto ricca e articolata, per quanto non agita: i vissuti sessuali infantili del bambino sono destinati a formare il suo carattere e a influenzare lo sviluppo della sua personalità |unità 12, p. 337|. Non solo, i complessi meccanismi inconsci che Freud descrive nelle sue opere giocano un ruolo fondamentale nell’esistenza degli individui, nella cultura e nelle produzioni artistiche.

Il pensiero psicoanalitico suscitò fin dall’inizio numerose resistenze, ma ebbe una notevole influenza non solo sulla clinica dei disturbi psichici, ma anche sulla produzione culturale di tutto il Novecento in campo letterario, filosofico, cinematografico e artistico.

Nella storia della diffusione della psicoanalisi assume un rilievo importante il viaggio che Freud e il suo allievo Carl Gustav Jung effettuarono nel 1909 quando, invitati da Stanley Hall, psicologo e presidente della Clark University del Massachusetts, si recarono in America a presentare le loro idee. Fu proprio in seguito a questo viaggio che la psicoanalisi assunse una dimensione internazionale diventando nota anche oltreoceano.

Dopo la Prima guerra mondiale, tuttavia, sorsero alcune difficoltà: innanzitutto alcune divergenze interpretative provocarono una separazione tra Freud e Jung, che diede vita a due correnti differenti all’interno del pensiero psicoanalitico, soprattutto perché Jung non condivideva l’enfasi che Freud aveva posto sulla sessualità. Negli ultimi anni della sua vita, inoltre, Freud dovette affrontare due enormi nemici: il cancro alla mascella, che lo porterà alla morte, e il nazismo. Nel marzo del 1938 la Germania nazista aveva invaso l’Austria e le ignobili leggi razziali antiebraiche vennero subito applicate anche a Vienna. La psicoanalisi era stata condannata dai nazisti come “scienza ebraica” e la gioventù hitleriana bruciava i libri di Freud nelle piazze. La casa di Freud venne perquisita e furono ritirati i passaporti di tutta la sua famiglia; la figlia Anna, che sarebbe diventata a sua volta psicoanalista proseguendo il lavoro del padre, venne arrestata. A salvare Freud e la sua famiglia fu Marie Bonaparte, pronipote del fratello di Napoleone, studiosa di psicoanalisi e paziente di Freud. La donna si impegnò in prima persona per raccogliere un’ingente somma di denaro, finalizzata a proteggere Freud e la sua famiglia dagli attacchi dei nazisti. Alla fine Hitler acconsentì a lasciarli liberi, ma pretese che Freud dichiarasse per iscritto che la Gestapo (la polizia segreta nazista) lo aveva trattato «con tutto il rispetto dovuto alla sua fama di scienziato». Freud, che non aveva perso, malgrado l’età e la malattia, il suo senso dell’ironia, accettò di firmare, ma aggiunse: «Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chiunque». Freud morì a Londra il 23 settembre del 1939.

Dopo la sua morte il movimento psicoanalitico si diffuse sia negli Stati Uniti sia in Europa divenendo un punto di riferimento nella cultura occidentale.

è influenzato dalla

studia

TEORIA DELL’EVOLUZIONE di Darwin

le funzioni dei processi mentali

a che cosa servono e come funzionano

1878 nasce nella Carolina del Sud

l’autore John Broadus Watson

John Broadus Watson nasce in un’area rurale della Carolina del Sud, nel 1878. Riceve un’educazione molto rigida da parte della madre, molto devota ai dogmi religiosi, mentre il padre, alcolista, abbandona presto il tetto coniugale.

Studente dotato e brillante, si diploma alla Furnham University nel 1900 e ottiene un dottorato all’università di Chicago nel 1903. Già nel 1908 è professore all’università di Baltimora. Nel 1913 pubblica un famoso articolo, considerato il manifesto del comportamentismo, Psychology as the behaviorist views it (“La psicologia così come la vede un comportamentista”).

Durante la Prima guerra mondiale combatte tra le forze statunitensi in Europa. In seguito allo scandalo derivato dalla sua relazione con una giovane studentessa, nel 1920 abbandona l’università e divorzia dalla moglie per poi risposarsi nello stesso anno. Ormai definitivamente fuori dall’ambiente universitario, scrive articoli per giornali ad alta diffusione: ciò attira le critiche aspre di molti colleghi che lo accusano di aver “venduto” il suo rigore da scienziato a favore della divulgazione. Muore nel 1958. Il figlio, in un’intervista, lo ricorda come un uomo dotato di una personalità ambivalente, amante del lusso ma allo stesso tempo di una vita semplice.

1903 ottiene il dottorato

1908 professore all’università di Baltimora

1913 pubblica Psychology as the behaviorist views it

1920 abbandona l’università

1958 muore

Secondo i comportamentisti la mente umana è una scatola nera, non osservabile al suo interno.

comportamentismo

risposta

(comportamento osservabile)

stimolo

neocomportamentismo

motivazione/spinta

(interne all’organismo)

risposta

(comportamento osservabile)

stimolo

L’accostamento delle diverse immagini in successione viene percepito dall’occhio umano come un unico movimento.

approfondiamo

Per comprendere meglio lo sviluppo del cognitivismo, occorre guardare il fenomeno anche da un punto di vista storico: la crisi del comportamentismo in favore del cognitivismo è stata, infatti, incoraggiata anche da una crescente domanda di tipo militare, originata dalla Seconda guerra mondiale. L’interazione tra i soldati e le interfacce belliche misero in primo piano il problema dello human factor, ovvero della qualità della prestazione militare, che poteva dipendere non solo da fenomeni quali paura, freddo, caldo, stanchezza, necessità di dover agire al meglio e nel minor tempo possibile, ma anche dalla ricerca sul tipo di caratteristiche che l’interfaccia doveva utilizzare (fucile, cabina di aereo, sistema di controllo radar ecc.) per essere azionata nel migliore dei modi possibili. Quindi, si pensò che la prestazione sarebbe stata migliore se nella progettazione dell’interfaccia si fosse tenuto conto del tipo e delle caratteristiche dei processi mentali che dovevano essere messi in atto. Per human factor si deve quindi intendere tutti quei punti di forza e di debolezza che caratterizzano la prestazione umana durante la sua esecuzione.

Il problema dello human factor nella Seconda guerra mondiale

L’importanza dello human factor fu particolarmente rilevante nell’ambito dell’aviazione militare.

Secondo i cognitivisti gli stadi del processo cognitivo sono simili alle modalità di elaborazione dati da parte di un computer.

per lo studio

1. Quali sono le caratteristiche fondamentali del funzionalismo?

2. Perché la mente secondo il comportamentismo è paragonabile a una black box?

3. Che cosa significa Gestalt e perché è stato dato questo nome a questa corrente di pensiero psicologico?

per discutere INSIEME 1. Secondo il funzionalismo le nostre emozioni hanno uno scopo, servono a proteggerci o a difenderci. In classe discutete su quale può essere secondo voi lo scopo per cui l’uomo ha certe emozioni. A che cosa servono la paura, la gelosia, la tenerezza?

2. Dividetevi in gruppi e riflettete su quali sono gli aspetti principali che differenziano la mente umana da un pc. Quali sono invece quelli in comune?

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Nelle Scienze umane - volume 1
Nelle Scienze umane - volume 1
Psicologia - Pedagogia. Capitoli DEMO: Diventare studente; L’educazione greca più antica