1. I principi educativi della vita monastica

temporale: nel linguaggio ecclesiastico, designa ciò che appartiene alla vita terrena e ha una durata limitata, in contrapposizione alla dimensione spirituale ed eterna.

Chiesa luterana: insieme delle Chiese cristiane sorte nel XVI secolo dalla Riforma di Martin Lutero.

Chiesa coopta: Chiesa cristiana, diffusa in Egitto, Etiopia, Eritrea e Medio Oriente. È nata dallo scisma successivo al Concilio di Calcedonia (451).

1.1

ALLE ORIGINI DEL MONACHESIMO

| Gli storici sono concordi nel situare la nascita del monachesimo nel periodo in cui il cristianesimo si trasformò da religione perseguitata a religione di Stato. Questo passaggio fu reso possibile dall’editto di Milano del 313 e soprattutto dall’editto di Tessalonica del 380, con il quale il cristianesimo, nella formulazione stabilita dal Concilio di Nicea (325) |unità 6, p. 576|, fu dichiarato religione ufficiale dell’impero e vennero proibiti i culti pagani ed eretici, consolidando un’alleanza tra potere temporale e potere spirituale destinata a durare per secoli. Ci furono però uomini e donne di fede che rispetto a tale alleanza, e rispetto all’attenzione della Chiesa per le cose mondane che ne seguì, operarono una rottura radicale, optando per uno stile di vita all’insegna della povertà, dell’ascolto profondo di Dio e di relazioni improntate alla reciprocità. In questo modo gettarono le basi per la nascita del monachesimo.

1.2

I PADRI E LE MADRI DEL DESERTO

| Antonio Abate |L’AUTORE, p. 596|, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, luterana e coopta, oltre a costituire il modello ispiratore di ogni monaco, è considerato il precursore del monachesimo del deserto, un movimento religioso che si diffuse tra il IV e il V secolo soprattutto in Egitto, ma anche in Palestina e in Siria. I monaci del deserto vivevano da soli o in piccoli gruppi, per lo più intrattenendo reciproche relazioni, in modo costante o sporadico. La solitudine totale o, viceversa, una vera e propria vita di comunità erano infatti scelte piuttosto rare, ma in mezzo a questi estremi potevano verificarsi diverse possibilità.

I monaci del deserto trascorrevano la maggior parte del tempo nella propria cella, accompagnando l’assidua preghiera con un lavoro manuale dal quale traevano il necessario per vivere. Di solito la cella era un piccolo edificio quadrato in pietra, mattoni, terra battuta o argilla, formato da due o più vani, situato al centro di un cortile dotato di un orto e di un pozzo e circondato da un muro di recinzione. Tuttavia anche una grotta scavata nella roccia poteva fungere da cella. A volte la stessa cella ospitava il padre spirituale e i suoi discepoli, altre volte essi vivevano in celle poco distanti l’una dall’altra. Dal punto di vista pedagogico, infatti, un aspetto fondamentale del monachesimo del deserto era proprio il profondo legame che si instaurava tra i discepoli e la guida spirituale, chiamato padre (abba) o madre (amma). Questo rapporto si manifestava in molteplici modi, di cui ci offrono testimonianza soprattutto le raccolte dei detti dei padri del deserto.

| T

I padri del deserto, Ascesi, solitudine e disciplina nel monachesimo orientale

  • Quando qualcuno sentiva il desiderio di intraprendere la vita monastica, si rivolgeva a una persona già matura in questo cammino, che in genere lo sottoponeva all’adempimento di prove per saggiare la sua reale motivazione e la sua disponibilità all’obbedienza. Questo tirocinio comprendeva ordini che alla luce della sensibilità di oggi appaiono assurdi – come affrontare bestie feroci o restare a digiuno per giorni – e che l’iniziato, tuttavia, accoglieva con accondiscendenza per la fiducia che lo legava al padre o alla madre spirituale. D’altra parte, questi ultimi sapevano conciliare severità e amorevolezza e, soprattutto, adattavano i propri insegnamenti al livello spirituale del discepolo, com’è evidente, per esempio, nel seguente detto: «Disse ancora amma Sara: “È cosa buona fare l’elemosina anche se la si fa per piacere agli uomini, perché dal desiderio di piacere agli uomini si volge poi in cosa gradita a Dio”». Madre Sara, infatti, valorizza quanto c’è di buono, nel caso specifico l’elemosina fatta per compiacere agli uomini, nella speranza che cresca e si consolidi in una più chiara manifestazione di fede.
  • Nei detti dei padri del deserto si trova con frequenza l’espressione “dimmi una parola”, con la quale ci si rivolgeva al padre o alla madre spirituale – chiamati anche “anziano” o “anziana” in virtù della loro autorevolezza – per chiedere conforto e aiuto nel percorso di fede. Non sempre la persona interpellata rispondeva verbalmente; un gesto poteva essere più eloquente delle parole, come rivela questo detto:

Abba Lot andò a visitare abba Giuseppe e gli disse: “Abba, secondo le mie possibilità io pratico un piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione e la quiete, e secondo le mie possibilità mi conservo puro nei pensieri: che cosa mi resta ancora da fare?”. Allora l’anziano, alzatosi in piedi, distese le mani verso il cielo e le sue dita divennero come dieci fiaccole accese; e gli disse: “Se vuoi, diventa tutto fuoco!”.

L. d’Ayala Valva, Introduzione, in I padri del deserto, I detti. Collezione sistematica, Qiqajon, Magnano, 2013, p. 7

  • Il discepolo, inoltre, era tenuto a confidarsi apertamente con la guida, poiché anche se questi conosceva il suo cuore, soltanto attraverso un affidamento sincero era possibile ridimensionare e superare le tentazioni.

Come sottolinea Guidalberto Bormolini (monaco e studioso del monachesimo, n. 1967), l’argomento principale dei detti dei padri del deserto è il controllo dei pensieri e delle passioni. Questi, oltre a essere personificati – si dice che urlano all’orecchio del monaco, lo infastidiscono, lo circondano, lo mettono in pericolo – hanno una natura ambivalente: possono provocare preoccupazioni e impedire la quiete dell’anima ma, se bene indirizzati, conducono a Dio. Per esempio, l’invidia può essere convertita in una sana competitività, che spinge a migliorarsi sempre di più.

Le armi indicate contro i cattivi pensieri e le distorsioni delle passioni sono molteplici: si va dalla vera e propria lotta, in genere raccomandata a coloro che sono più forti spiritualmente, alla capacità di smascherarli, anticiparne le conseguenze, persino prenderli in giro o trattarli con comprensione, come si racconta che fecero i padri Teodoro e Lucio di Enaton, che per cinquant’anni si presero gioco dei propri pensieri dicendo: «Dopo quest’inverno ce ne andremo di qui», ma all’arrivo dell’estate dicevano: «Ce ne andremo dopo quest’estate».

Gli storici hanno rintracciato molti punti di contatto tra le pratiche di meditazione orientale – in particolare lo yoga – e le esperienze di preghiera contemplativa dei primi monaci: l’immobilità, l’esichia, il controllo della respirazione, l’attenzione alla posizione del corpo, la recita continua di una stessa invocazione, l’astinenza dalla carne e così via.

Il fenomeno del monachesimo del deserto si esaurì soprattutto a causa delle continue incursioni dei beduini, che attaccavano le celle e massacravano i monaci, e delle dispute dottrinali che attraversavano la Chiesa. A partire dal V secolo, in Palestina, cominciarono a essere composte due grandi collezioni di detti di padri del deserto, giunte fino nostri giorni:

  • la collezione alfabetico-anonima: così chiamata perché nella prima parte espone i detti dei padri più conosciuti elencati in ordine alfabetico, mentre nella seconda parte riunisce detti tramandati in forma anonima.
  • la collezione sistematica: organizzata secondo un criterio tematico.

Le prime versioni di queste raccolte ebbero una grande influenza sulla letteratura monastica successiva e, in particolare, sulla Regola benedettina.

sulla povertà, sull’ascolto profondo di Dio, su relazioni improntate alla reciprocità

si fonda

Il monachesimo

prende le distanze dalla

alleanza tra potere temporale e potere spirituale

all’interesse della Chiesa per le cose mondane

si oppone

per immagini

Il deserto della Tebaide

All’inizio del Quattrocento nella pittura toscana fioriscono le cosiddette Tebaidi, dipinti dedicati alla vita degli eremiti che nei primi secoli dell’era cristiana si ritirarono nel deserto della Tebaide, nei pressi della città egiziana di Tebe, per dedicarsi alla preghiera e all’ascesi. I padri e le madri del deserto impararono ad abitare in questo ambiente inospitale, convivendo con gli animali selvatici. Le raccolte dei loro detti narrano che umani e fiere condividevano gli stessi spazi e collaboravano in perfetta armonia. Gli animali visitavano i monaci con regolarità, d’altra parte questi ultimi non mangiavano carne e per alcuni di loro questa scelta era proprio dovuta al rifiuto di uccidere esseri viventi.

testo

Tebaide, dipinto attribuito a Beato Angelico, 1418-1420, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Affresco raffigurante sant’Antonio Abate, 1105-1106, chiesa di Nostra Signora di Asinou, monti Trodos, Cipro.

l’autore Antonio Abate

Antonio Abate nasce nell’odierna Qumans, in Egitto, intorno al 251, da una famiglia di condizioni agiate. La sua esistenza è stata narrata dal discepolo Atanasio di Alessandria nella Vita di Antonio, che costituisce una delle testimonianze più significative sui padri del deserto. Alla morte dei genitori, dopo aver affidato la sorella minore alla cura di altre donne, Antonio rinuncia all’eredità e si ritira in solitudine. Per un certo periodo abita in una grotta nei dintorni del villaggio natale, procurandosi da vivere con il lavoro da artigiano; quindi si sposta verso il Mar Rosso, sul monte Pispir, dove rimane vent’anni proseguendo il suo cammino di purificazione e, secondo la leggenda, lottando contro i tormenti del demonio. Nel frattempo, la sua fama di diffonde: molti si rivolgono a lui, in cerca di conforto e di guarigione, e alcuni chiedono di condividere il suo stile di vita sotto la sua direzione. Prende posizione contro le eresie e trascorre i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide, coltivando un orto per il suo sostentamento. Muore nel 356, a 105 anni, e viene sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

dispute dottrinali: le verità su cui oggi si fonda il credo cattolico furono oggetto di contrasto nella Chiesa dei primi secoli. Per esempio, secondo l’arianesimo, dottrina condannata dal Concilio di Nicea, la natura divina di Gesù era inferiore a quella di Dio padre.

Antonio Abate (251-356)

ha come precursore

Il MONACHESIMO ORIENTALE dei Padri del deserto

eremitico

è di tipo

relazione privilegiata tra guida spirituale e discepolo

dà centralità alla

il monachesimo occidentale

influenza

esichia: questa parola, che deriva dal vocabolo greco hesychía, “quiete”, costituisce un termine chiave nella letteratura sui padri e le madri del deserto, poiché la quiete era considerata fonte di tutte le virtù monastiche. La quiete deve essere intesa non solo in senso letterale, come solitudine e silenzio, ma anche e specialmente in una prospettiva tutta incentrata sull’interiorità, come uno svuotamento di sé che, attraverso la pratica ascetica e la preghiera assidua, permette di armonizzare le agitazioni interiori e di accogliere Dio.

radici delle parole

La carta dell’Eremita nei tarocchi di Marsiglia rappresenta un anziano che cammina all’indietro. La lanterna che ha in mano indica la luce divina, la fronte corrugata simboleggia la saggezza, il bastone ondulato il lungo cammino percorso. I significati educativi dei tarocchi sono stati valorizzati soprattutto da Alejandro Jodorowsky (artista cileno, n. 1929), che ne ha ricostruito le raffigurazioni originarie.

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vocabolario

IL DESERTO

IN CHIAVE PSICOLOGICA

Scete è stato il più importante centro del monachesimo egiziano, il luogo in cui affonda le radici il nucleo originario dei detti dei padri del deserto. Corrisponde alla regione attualmente conosciuta con il nome di Wadi El-Natrun. È una zona remota, tant’è che nelle fonti monastiche viene spesso definito panéremos, ovvero “deserto assoluto”. Altri centri vicini e a esso collegati erano Nitria e Celle.

Il deserto è sicuramente un luogo complesso da abitare, in esso tutto «è acutizzato: le temperature, con le loro escursioni termiche; i suoni e persino le impronte che persone, animali o oggetti lasciano e che, per capriccio del vento, appaiono e scompaiono» scrive Antonietta Potente (teologa, n. 1958). Il deserto richiede di essere sensibili e vigili; per sapere come muoversi e dove fermarsi è necessario conoscere gli astri. Nel cristianesimo ha da sempre avuto una forte valenza simbolica: i Vangeli dicono che lo stesso Gesù vi trascorse quaranta giorni, in compagnia delle belve feroci e degli angeli. Con il tempo è stato associato alla rinuncia, all’isolamento, alla fatica. Ma i significati psicologici del deserto sono molto più ampi. Esso è innanzitutto un luogo di essenzialità, in cui i monaci e le monache dell’antichità giungevano a riscoprire ciò che è fondamentale per la vita: cibo e acqua quanto basta, un indumento, l’ospitalità reciproca, l’attenzione all’ambiente e ai suoi abitanti. Il deserto è anche una periferia, è distante da ciò che viene considerato “il centro” e implica l’allontanamento dai privilegi che, per definizione, appartengono a pochi e perciò sono associati a luoghi angusti ed escludenti. È un luogo trasformativo che, come il digiuno, serve a fare spazio perché possano emergere nuove possibilità.

finestre interdisciplinari

scienze umane

Wadi Ed-Natrun, monastero di Baramus, costruito nel IV secolo.

Wadi El-Natrun è una depressione desertica situata a 90 km a nord-ovest del Cairo. È stretta e lunga 60 km, nei punti più bassi si trova oltre i 20 metri al di sotto del livello del mare.

finestre interdisciplinari

San Benedetto porge la sua Regola a san Mauro e ad altri monaci. Miniatura francese tratta da un manoscritto della Règle de St. Benoît (Regola di San Benedetto), 1129, abbazia di Saint-Gilles.

vescovo: ecclesiastico con facoltà superiori a quelle dei sacerdoti, che gli vengono conferite attraverso l’ordinazione episcopale.

diocesi: unità territoriale posta sotto la giurisdizione di un vescovo.

1.3

IL MONACHESIMO OCCIDENTALE E LA REGOLA BENEDETTINA

| L’esperienza dei padri e delle madri del deserto ebbe una grande risonanza e la loro eredità venne raccolta anche in Occidente, influenzando uno dei documenti più importanti dei primordi del monachesimo occidentale: la Regola benedettina, il prezioso testo in cui, nel 534, Benedetto da Norcia |L’AUTORE, p. 600| fissò le norme di vita e l’indirizzo spirituale delle comunità monastiche da lui fondate. La rilevanza della Regola benedettina risiede nell’influenza di lunga durata che ha esercitato. Pur non essendo l’unico documento di questo tipo, infatti, circa tre secoli dopo, Carlo Magno la estenderà a tutti i monasteri del suo vasto regno: da quel momento in poi, per molto tempo, i monasteri in Europa saranno esclusivamente benedettini.

La Regola è composta da un prologo e da 73 capitoli, che affrontano tutti gli aspetti della vita monastica. È utile precisare che, mentre le madri e i padri del deserto erano anacoreti, cioè vivevano la maggior parte del tempo da soli, i monaci a cui Benedetto indirizza la sua Regola sono cenobiti, ovvero vivono in comunità. Per questo molte delle sue indicazioni riguardano i ruoli e i rapporti all’interno della comunità monastica. A capo di essa Benedetto pone l’abate, che è responsabile davanti a Dio di tutte le anime (cioè di tutti gli uomini) che sono nel monastero. Egli è tenuto a consultarsi con l’intera comunità o quantomeno con i più anziani, ma l’ultima parola su ogni questione spetta a lui. Per questo deve agire con giustizia ed evitare qualsiasi sopruso; deve inoltre mirare a essere amato, più che temuto. L’abate è eletto dalla comunità per la sua esemplarità. In questa elezione possono interferire gli abati di altri monasteri, il vescovo della diocesi in cui il monastero è situato o i fedeli, ma solo nel caso in cui essa venga giudicata assolutamente sconveniente. L’abate sceglie i decani, ciascuno dei quali è responsabile di un gruppo di dieci fratelli; il frate cellario, addetto alla dispensa; il frate portinaio, addetto all’accoglienza degli ospiti; e i frati responsabili degli oggetti del monastero. Quando affida questi e altri incarichi, l’abate non deve fare preferenze ingiustificate né regolarsi in base al criterio dell’età, ma deve prediligere i più meritevoli. L’anzianità, d’altronde, non è data dall’età ma dalla data di ingresso nel monastero e questo principio disciplina anche i ruoli e i rapporti tra i monaci, che devono essere comunque improntati al rispetto e alla considerazione reciproca. Nessuno deve rivolgersi a qualcun altro chiamandolo solo con il suo nome, ma dovrà sempre anteporre a questo l’appellativo “fratello”, o “reverendo padre” se ti tratta di una persona più avanti nell’età. L’abate, invece, deve essere chiamato “signore” oppure “abate”.

Benedetto è particolarmente attento a tutti quegli squilibri che potrebbero tradursi in privilegi e quindi alimentare la vanità dei monaci. Per questo appare restio alle ingerenze esterne, anche da parte di autorità religiose. In origine, infatti, le comunità monastiche erano costituite soprattutto o solamente da laici, persone cioè che non avevano ricevuto l’ordinazione sacerdotale. I sacerdoti che volevano entrare in monastero dovevano accettare di sottomettersi totalmente alla Regola e attendere che la loro richiesta venisse esaminata con calma. Più in generale, gli aspiranti monaci non dovevano essere accolti frettolosamente: venivano sottoposti a un lungo tirocinio, costellato di ogni genere di prove e finalizzato a verificare la loro motivazione e disponibilità all’obbedienza. Dopo la sua promessa solenne di fronte alla comunità, infatti, al novizio non era più permesso di allontanarsi dal monastero e dalla Regola. Diverso era il caso dei bambini affidati al monastero, poiché erano i genitori a promettere al posto loro. Su di essi dovevano vigilare tutti i monaci, durante l’infanzia e l’adolescenza.

La Regola di san Benedetto elenca precise sanzioni per i monaci che commettono errori o mancanze e ammette le punizioni corporali; queste, mentre oggi non possono che apparirci insensate e perfino crudeli, sono giudicate particolarmente utili nei confronti dei bambini e dei ragazzi. La Regola disciplina il giorno e la notte del monaco e li suddivide in tempo di preghiera, lavoro, studio della Parola di Dio e riposo. Da ciò deriva la celebre espressione ora et labora, cioè “prega e lavora”, nella quale è sintetizzato il cuore della Regola. Benedetto stabilisce che i monaci preghino sette volte al giorno e una volta durante la notte, più i momenti liberamente scelti da loro, sia che si trovino in monastero sia che si trovino fuori per qualche commissione. La Regola indica letture e invocazioni per i vari momenti di preghiera, a seconda del periodo dell’anno; definisce ore e periodo della giornata dedicati allo studio dei Testi sacri e al lavoro. Similmente a quanto abbiamo visto per il monachesimo del deserto, quindi, il lavoro viene visto come supporto e necessario complemento alla preghiera. Inoltre, esso era tenuto in grande considerazione, poiché serviva a provvedere al sostentamento dei monaci, a fare l’elemosina per i poveri, ad allontanare l’ozio e a rafforzare la concentrazione dei propri pensieri verso Dio. I monaci dormivano tutti insieme oppure, quando erano troppi, in camerate da dieci o venti posti letto. Nel monastero ogni cosa doveva essere in comune e la proprietà privata era ritenuta un vizio: non era possibile neanche ricevere dei regali senza l’approvazione dell’abate, che comunque poteva decidere di destinarli a qualcun altro. Allo stesso tempo, la Regola stabilisce che a ciascuno venga dato secondo il suo bisogno e che l’abate moduli le sue disposizioni in base all’indole dei diversi monaci.

| T1

Ora et labora

p. 613

Ognuno di essi doveva avere due sopravvesti, due tonache, scarpe, cintura, coltello, ago, fazzoletti e il necessario per scrivere. Il pranzo e la cena comprendevano due o tre pietanze calde, pane e un quarto di vino. Era proibito mangiare carne, eccetto che ai malati. Inoltre erano previsti dei digiuni, specialmente in alcuni momenti dell’anno. La Regola comanda di accogliere con la massima considerazione e benevolenza gli ospiti, soprattutto i pellegrini, gli altri monaci e i poveri, perché in essi si fa presente Cristo. Dunque la Regola benedettina costituisce un testo di pedagogia religiosa molto articolato e preciso. Nondimeno, nella conclusione, Benedetto ne riconosce la modestia, rimandando alle sacre scritture e ai testi dei Padri della Chiesa come fonti di ogni indicazione capace di condurre alla pienezza della vita.

Benedetto da Norcia, affresco, monastero benedettino di Subiaco, XIII secolo.

ordinazione sacerdotale: nella Chiesa cattolica, è il rito attraverso cui si somministra il sacramento dell’ordine sacro e si conferisce la facoltà di agire nella persona di Cristo, per esempio assolvendo dai peccati e celebrando l’eucaristia.

l’autore Benedetto da Norcia

Benedetto nasce nella città umbra di Norcia nel 480 da una famiglia benestante. All’età di quindici anni lascia i suoi beni e intraprende la vita eremitica. Abita per tre anni in una grotta. In seguito è chiamato a dirigere una comunità monastica che abbandona poco tempo dopo, allorché alcuni monaci tentano di avvelenarlo per vendicarsi della sua severità. Si stabilisce allora a Subiaco, a circa 70 km da Roma, dove in trent’anni fonda dodici monasteri, presieduti da altrettanti abati. Quindi si trasferisce a Montecassino, nell’attuale provincia di Frosinone, dove nel 528 istituisce un monastero e nel 534 redige la Regola. Muore nel 547. Benedetto è il fondatore dell’ordine benedettino, viene considerato l’iniziatore del monachesimo occidentale ed è venerato come santo da tutte le Chiese.

480 nasce a Norcia

528 fonda il monastero di Montecassino

534 redige la Regola

547 muore a Montecassino

i principi e le regole della vita monastica

Benedetto da Norcia (480-547)

che definisce

ha come precursore

la Regola

redige

il MONACHESIMO OCCIDENTALE

da Carlo Magno a tutti i monasteri del Sacro Romano Impero

che viene estesa

cenobitico

è di tipo

Regole di convivenza
Com’è la vita all’interno della tua classe? Discutine con i tuoi compagni e le tue compagne, quindi provate a stilare alcune regole (da un minimo di cinque a un massimo di dieci) che possano rendere più felice la vostra quotidianità insieme. Appendetele in classe e impegnatevi a rispettarle, ridiscutendole collettivamente a ogni semestre o quando lo ritenete necessario.

esperienze attive

per lo studio

1. Quale rapporto intercorreva tra la madre o il padre spirituale e il discepolo nel monachesimo antico?

2. Qual è il contenuto della Regola redatta da Benedetto da Norcia?

per discutere INSIEME Molte caratteristiche dello stile di vita dei primi monaci potrebbero essere riassunte nella parola “sobrietà”, oggi al centro di pensieri e pratiche ambientalisti. La sobrietà indica uno stile di vita improntato alla ricerca dell’essenzialità e all’eliminazione di ciò che è superfluo. Secondo te, cos’è necessario per vivere felici? Discutine in classe con i tuoi compagni e le tue compagne.

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Nelle Scienze umane - volume 1
Nelle Scienze umane - volume 1
Psicologia - Pedagogia. Capitoli DEMO: Diventare studente; L’educazione greca più antica