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I luoghi frequentati da Gesù

Gesù frequentò principalmente la zona del lago di Tiberiade, in Galilea, ma si recò anche a Gerusalemme e in località limitrofe della Giudea, prevalentemente in occasione delle feste di Pasqua, come ogni pio ebreo che cercava di raggiungere la città santa. Sostò, seppur fugacemente, anche nelle zone della Samaria, abitate da ebrei scismatici, cioè che si erano “separati” per seguire una confessione diversa. Compì alcuni viaggi anche in zone non abitate da ebrei, come Tiro e Sidone (in Fenicia), e nei territori della Decapoli.

1. Gesù di Nazareth e i suoi discepoli

Giotto, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1305, Cappella degli Scrovegni, Padova.

1.1

LINEAMENTI ESSENZIALI DELLA PROPOSTA DI VITA DI GESÙ

| Per la letteratura giudaica e pagana dei primi due secoli dell’era cristiana, la vita di Gesù non sembra aver avuto una grande rilevanza, eppure un certo numero di testi fra loro indipendenti, risalenti al I e al II secolo d.C., toglie ogni dubbio sulla sua effettiva esistenza storica |APPROFONDIAMO, p. 570|.

Gesù nacque al tempo in cui la terra d’Israele era sotto il dominio dell’Impero romano, che aveva messo a capo della Palestina un governatore nativo: Erode il Grande. La popolazione era sottomessa a due leggi: la legge religiosa e sociale ebraica e la legge politico-economica romana, che imponeva numerose tasse |unità 5, p. 555|. Secondo il Vangelo di Luca, Gesù nacque a Betlemme, proprio durante il viaggio che i suoi genitori stavano compiendo per andare a pagare i tributi.

I Vangeli si concentrano soprattutto sugli anni della predicazione pubblica di Gesù, lasciando nell’ombra buona parte della sua vita. È interessante notare che essi sono costruiti su un itinerario simbolico: Gesù viaggiò molto nei territori del suo paese, ma i viaggi che egli compì disegnano anzitutto un percorso trasformativo, sia per lui sia per coloro che lo conobbero. È appunto per questo che nei Vangeli le descrizioni degli spostamenti di Gesù sono generiche e la loro narrazione non segue un preciso ordine cronologico. Ma che cosa fece Gesù nei suoi viaggi e qual era lo scopo del suo errare?

In Gesù i suoi contemporanei vedevano una persona appassionata e libera da ogni paura, sospinta dal bene, dal desiderio di prendersi cura della sofferenza. Egli non divideva i buoni dai cattivi, gli ebrei dagli stranieri: era paziente con chi non agiva con piena rettitudine, ma entrava sempre in polemica con gli ipocriti – fossero ipocriti con il divino, con altri esseri umani, con sé stessi, con il denaro, con la tradizione culturale e religiosa. Pertanto egli sedeva a tavola con gli impuri, i mendicanti, gli infermi – persone che la legge voleva esclusi dalla vita sociale – ma non si accompagnava a chi ingannava il popolo. Il suo modo di porsi, tuttavia, non era quello di un giudice, ma quello critico e sensibile di un saggio profeta. A volte restava in silenzio al cospetto di situazioni che i suoi contemporanei giudicavano meritevoli di indubbia condanna. Spiazzava coloro che immaginavano Dio come un giudice duro, distaccato e imparziale: il Dio di Gesù, invece, fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e gli ingiusti. A volte rimuginava, per poi rispondere con le Sacre Scritture; oppure era enigmatico, suscitava la curiosità altrui senza spiegare, come a voler risvegliare nei suoi interlocutori la capacità di giudizio e la consapevolezza della scelta.

profeta: nella storia dell’ebraismo, è una persona scelta da Dio per parlare in suo nome e guidare il popolo d’Israele. Tra questi, si annoverano Isaia, Geremia, Giona e così via. Lo stesso Gesù fu considerato un profeta dalle prime comunità cristiane, anzi il più grande dei profeti.

L’ebraismo, all’epoca di Gesù, attendeva l’arrivo di un Messia regale, “figlio” (cioè discendente) del re e profeta Davide, che avrebbe liberato il popolo ebraico dal secolare dominio straniero e avrebbe ricostruito il Regno d’Israele. Gesù solcò la scia di questa tradizione, reinterpretandola però profondamente: lo scopo del suo agire non era salvare il popolo attraverso un sommovimento politico, scacciando i dominatori romani e rifiutando il pagamento delle imposte. E non predicò nemmeno, come fece suo cugino Giovanni Battista, un battesimo per la remissione dei peccati. Per Gesù, la trasformazione della condizione umana era una questione più radicale, di stile di vita e scelte quotidiane. Egli decise di vivere in modo diverso e, per farlo, cercò un posto in mezzo a coloro che soffrivano maggiormente e per questo speravano o cercavano un cambiamento.

Il contesto sociale e religioso in cui Gesù vive e opera è dominato da criteri maschilisti. Gesù stesso, in certi momenti, manifestò disagio di fronte alle iniziative di alcune donne, persino di sua madre. Allo stesso tempo, tuttavia, egli seppe imparare dalle donne e mettersi in discussione proprio grazie a loro. L’esempio più emblematico in tal senso è l’episodio dell’incontro con la Cananea, narrato nei Vangeli: una donna straniera, disprezzata dagli ebrei, con la sua tenacia e la sua fede offre a Gesù un nuovo punto di vista, invitandolo a rivolgere il suo messaggio ai pagani oltre che agli ebrei.

Gesù non amava essere visto dalla folla come un eroe, e difatti durante il suo ministero pubblico cercò di tenere nascosta la sua vocazione messianica, in modo che ciascuno potesse sviluppare la propria capacità di trasformare sé stesso e la realtà. Ma come doveva realizzarsi questa trasformazione? Per comprenderlo, è importante fare riferimento alla sua predicazione sul Regno di Dio e spiegare il modo in cui Gesù visse la sua missione.

Dai suoi discorsi, il Regno di Dio appare come un tempo nuovo, che non attiene solo al futuro ma anche al presente, ed è caratterizzato principalmente dalla forza di mettersi in relazione con gli altri attraverso l’amore. L’amore ha i connotati umanissimi del rispetto, della cura, della passione profonda per la vita di ogni essere vivente, a prescindere dalle differenze culturali, di genere o religiose. E questo amore è la base fondamentale per la giustizia: non la giustizia esteriore, praticata dalle autorità religiose e civili del popolo in nome della legge, ma una giustizia più grande, che non abolisse gli insegnamenti precedenti ma li portasse a compimento. A volte questa giustizia chiedeva anche di infrangere le leggi, quando queste non permettevano di vivere una vita dignitosa.

Per insegnare i passi che conducono alla trasformazione, Gesù faceva larghissimo uso di parabole, racconti tratti da situazioni di vita quotidiana che ai suoi ascoltatori apparivano molto familiari. Le parabole di Gesù sono diverse da tutti gli esempi simili offerti dalle letterature antiche. I protagonisti, infatti, sono uomini e donne ordinari, che non appartengono a nessuna categoria speciale della società; i loro gesti sono eloquenti e incisivi, tanto da diventare modelli di insegnamento; essi mostrano capacità di umiltà, perdono, gratuità, determinazione. Anche la natura è una fonte generosa da cui trarre esempi per l’insegnamento: il granello di senape, l’albero di fico, la vite e così via. Attraverso le parabole, Gesù voleva aiutare i suoi interlocutori ad ascoltare e a guardare la realtà in cui vivevano. Egli non spiegava tutto, né svelava l’atteggiamento corretto: piuttosto sperava che essi scrutassero gli avvenimenti in corso alla luce delle storie narrate.

Dalle parabole emerge un atteggiamento fondamentale: la compassione. Molte volte nei Vangeli si dice che Gesù sentì compassione di fronte allo smarrimento, al dolore, all’ingiustizia. Non bisogna confondere questo sentimento con l’atteggiamento di commiserazione verso qualcuno. La compassione è un movimento interiore di intensa compartecipazione, che fa uscire dall’indifferenza e spinge a schierarsi nettamente di fronte al dolore altrui come al proprio. Essa implica una capacità di prendersi cura della debolezza ma anche di leggere criticamente la realtà, chiedendosi il perché di tanto dolore.

La libertà che Gesù mostrò e che cercò di suscitare negli altri generò conflitti e scatenò i dissapori tra le autorità e all’interno del gruppo degli scribi. Alquanto velocemente, si accumularono molte accuse contro di lui: la sua interpretazione della tradizione e dei principi religiosi lo fece apparire come un bestemmiatore e un malfattore. Le parole che usava per interpretare le Sacre Scritture, che conosceva bene e di cui si mostrò sempre rispettoso, vennero usate come prove contro di lui. Venne fatto prigioniero e, in seguito a un falso processo, condannato a morte dal prefetto romano.

approfondiamo

Le testimonianze extra-evangeliche più interessanti su Gesù provengono da fonti greco-romane, quindi ostili al cristianesimo. La più importante è quella dello storico romano Tacito, che negli Annali, dove ripercorre la storia dell’impero dalla morte di Augusto a quella di Nerone (cioè dal 14 al 68 d.C.), nel passaggio in cui accenna al tentativo di quest’ultimo di incriminare i cristiani per il grande incendio che nel 64 d.C. aveva devastato Roma, scrive:

Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato per opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio: e quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, riprendeva ora forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche in Roma, ove tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci.

Tacito, Annali, XV, 44, trad. di C. Giussani, Einaudi, Torino 1968, pp. 493-494

Tra le fonti non cristiane sulla figura di Gesù, quelle ebraiche sono le più esigue: forse questa scarsezza è intenzionale e risponde al bisogno di cancellare il ricordo di un evento che aveva provocato molto scompiglio. La testimonianza più esplicita è quella dello storico Giuseppe Flavio, autore di due grandi opere: La Guerra giudaica e le Antichità giudaiche. Entrambi i libri menzionano Gesù e persone legate alla sua figura. Giuseppe Flavio, testimone neutrale e indipendente dalle fonti evangeliche, presenta Gesù come un uomo saggio. Riferisce che operò durante il governo di Ponzio Pilato, dunque tra il 26 e il 36, e collega la sua reputazione alla sapienza manifestata nell’operare miracoli e nell’insegnare. Aveva conquistato un ampio seguito, eppure i capi giudei lo avevano accusato davanti a Pilato. Questi lo fece crocifiggere, ma i suoi seguaci rifiutarono di abbandonarne la memoria. Lo storico, nato a Gerusalemme da una famiglia sacerdotale appartenente all’élite del Tempio, probabilmente disponeva di informazioni di prima mano. È infatti importante precisare che le fonti brevemente esaminate confermano in modo indipendente informazioni presenti nei Vangeli. È possibile dedurre, dunque, che questi ultimi riportano in uno stile narrativo avvenimenti storici.

FONTI NON CRISTIANE SU GESÙ E I SUOI DISCEPOLI

ministero pubblico: con questa espressione ci si riferisce alla predicazione di Gesù che, secondo la tradizione, riguardò gli ultimi tre anni della sua vita.

vocazione messianica: Gesù si sentiva chiamato a essere uno strumento di liberazione, ma secondo modalità molto diverse da quelle che il suo popolo attribuiva al Messia di cui era in attesa.

| T

G. Theissen, La nonviolenza nel movimento di Gesù

| T1

Un incontro che trasforma

p. 585

testo

scribi: costituivano un gruppo eterogeneo di specialisti delle Sacre Scritture, maestri e teologi.

Stili di insegnamento
Nei Vangeli si trova traccia di uno stile di insegnamento ebraico in cui vengono accostate due frasi antitetiche, la seconda delle quali contiene il messaggio da seguire. Per esempio: “Vi è stato detto: ama il prossimo e odia il nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Cerca altri casi di questo tipo, consultando una versione cartacea o digitale di uno dei Vangeli.

esperienze attive

compassione: il termine deriva dal verbo tardo-latino compăti, “soffrire, patire insieme”, dunque descrive un movimento interiore di partecipazione alla sofferenza dell’altro. Nella lingua greca, che è quella in cui sono redatti i manoscritti più antichi dei Vangeli, il verbo “sentire compassione” è splanchnízesthai “essere commosso nelle viscere”, quindi nel profondo. D’altra parte, uno degli attributi di Dio nell’Antico Testamento è rachamim, “misericordia”, vicino al termine aramaico rachmana e derivato da rechem, “utero”. In riferimento a Gesù, quindi, la compassione indica un sentimento duraturo di tipo materno che nasce dal profondo.

radici delle parole

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vocabolario

La buona novella è un album pubblicato dal cantautore Fabrizio De André nel 1970 e composto da dieci brani, che ripercorrono la vita di Gesù sulla base di alcuni Vangeli apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo arabo dell’infanzia (“Buona novella” è la traduzione letterale della parola “Vangelo”, di derivazione greca). Il cantautore, nei valori spirituali, etici e sociali per i quali Gesù aveva vissuto ed era stato condannato, riconosce in controluce le stesse istanze di giustizia che scuotevano la sua generazione. L’album offre un volto molto umano di Gesù e di altri personaggi a lui vicini. Di Maria racconta per esempio il tempo dell’attesa, esplorandone con grande sensibilità i toni emotivi: «gioia e dolore hanno il confine incerto / nella stagione che illumina il viso». Allo stesso tempo appaiono figure minori, come Tito e Dimaco, i ladroni crocifissi insieme a Gesù, e le loro madri. Alle parole di Tito, in particolare, viene affidato il messaggio centrale dell’opera. Nel penultimo brano, egli riesamina i dieci comandamenti dichiarando di aver disobbedito a essi senza alcun dolore, quindi afferma: «Io nel vedere quest’uomo che muore / madre io provo dolore. / Nella pietà che non cede al rancore / madre io ho imparato l’amore».

INVITO ALL’ASCOLTO

Fabrizio De André

LA BUONA NOVELLA

1970

1.2

COME NASCE LA BUONA NOVELLA

| Generalmente si pensa che i testi che riguardano la vita di Gesù di Nazareth – il Nuovo Testamento e in particolare i Vangeli di Marco, Luca, Matteo e Giovanni – siano cronache o diari che riportano, in modo preciso, tutte le parole che Gesù ha detto.

Tuttavia, non solo Gesù non ha mai scritto niente di suo pugno, né ha dettato il suo pensiero con l’intento che venisse tramandato, ma i testi che parlano di lui sono soprattutto il frutto di una riflessione introspettiva dei primi discepoli, successiva alla morte del maestro. Eccetto Luca, per esempio, nessuno degli altri tre evangelisti si sofferma sulla nascita di Gesù, cosicché, nel corso dei secoli, questo avvenimento è stato avvolto da un velo di mistero, che ha permesso di mettere l’accento sulla dimensione soprannaturale.

Anche della morte di Gesù si sa molto poco. I racconti evangelici sono sobri al riguardo, forse perché chi scriveva, dopo un lungo periodo, era ancora in preda a grande dolore e confusione. Chi scriveva si sentiva testimone e denunciava il falso processo che, passando dai capi religiosi di Gerusalemme ai capi politici dell’Impero romano, aveva portato alla condanna a morte di Gesù.

I Vangeli si soffermano invece sui gesti che in tale circostanza compirono i discepoli e le discepole: tra questi, Giuseppe d’Arimatea, presentato come uno dei giusti del popolo, che fece schiodare Gesù dalla croce; le donne e il più caro amico di Gesù, Giovanni, che lo avvolsero in un lenzuolo e lo tennero tra le braccia prima di adagiarlo nel sepolcro. Seguono ancora alcuni brevi capitoli, composti molto tempo dopo allo scopo di affermare che la sepoltura non aveva soffocato la passione per la vità di Gesù. Essi raccontano un modo diverso di sentire la sua presenza, un modo che si sperimenta nell’incontro e nella condivisione con gli altri.

Nonostante non siano biografie, i Vangeli sono fondamentali per conoscere la vita di Gesù. Bisogna tenere presente che essi sono nati da un insieme di insegnamenti, trasmessi tra il 30 e il 100 d.C. in forma dapprima orale e poi scritta.

Paolo di Tarso |il personaggio|, che è l’autore più antico del Nuovo Testamento (le prime lettere del suo epistolario risalgono al 50), allude all’esistenza di una tradizione circolante tra le Chiese della prima generazione. Essa si era formata in primo luogo per il bisogno, sorto in seno alla comunità che aveva vissuto con Gesù, di tramandarne l’insegnamento adattandolo a nuove situazioni e ai problemi delle comunità cristiane che si erano formate e che andavano crescendo. E poiché il racconto della vita di Gesù suscitava percezioni e significati diversi in coloro che vi si avvicinavano per la prima volta, i Vangeli mescolano storia ricordata e storia ripensata, all’interno di un’esperienza sociale e religiosa in mutamento.

Il Vangelo più antico è quello di Marco e venne redatto intorno al 70. Da esso trassero ispirazione i Vangeli di Matteo e di Luca, che si rifecero anche a un’altra fonte: la cosiddetta “fonte Q”, un ipotetico testo forse risalente al decennio del 50 e consistente in una raccolta di insegnamenti attribuiti a Gesù.

Questi tre Vangeli sono detti sinottici, letteralmente “caratterizzati dalla stessa visione”, perché presentano notevoli affinità di contenuto. Il Vangelo di Giovanni, invece, è profondamente diverso, anche se probabilmente presuppone il testo di Marco: gli episodi della vita di Gesù sono ridotti al minimo e collegati da lunghi discorsi, mentre l’elemento predominante è la riflessione teologica sulla figura di Gesù. Il Vangelo di Giovanni è una rilettura del senso della vita di Gesù che l’autore compie insieme alla sua comunità religiosa.

Nei Vangeli ci sono episodi comuni ma ricordati in modo diverso. Basti pensare alle parole pronunciate da Gesù nel Padre nostro: le versioni contenute nel Vangelo di Matteo e Luca non si equivalgono. Questo vuol dire che per la Chiesa delle origini importava l’accordo sul contenuto più che l’esatta formulazione.

Oltre al Nuovo Testamento esistono altre fonti sulla vita di Gesù, sia interne sia esterne al cristianesimo. Al primo gruppo appartengono gli innumerevoli testi apocrifi. Al termine “apocrifo”, che etimologicamente vuol dire “segreto” o “nascosto”, i Padri della Chiesa |capitolo 2, p. 580| attribuirono il significato di spurio, falso. In realtà, questi testi manifestano la vivacità del cristianesimo delle origini: il desiderio dei primi cristiani di offrire una testimonianza spontanea ed esperienziale, al di là di quella canonizzata dalla Chiesa con il Concilio di Nicea indetto dall’imperatore romano Costantino nel 325.

I testi apocrifi, ovvero dunque gli antichi testi sulla vita di Gesù che la Chiesa ha escluso dal canone della Bibbia, sono ricchi di leggende e narrazioni fantastiche; allo stesso tempo, soprattutto quelli che riguardano l’infanzia di Gesù, riscattano soggetti altrimenti emarginati, come le donne; oppure, per esempio nel caso del cosiddetto Vangelo di Giuda, forniscono una chiave di lettura alternativa rispetto a quella ufficiale in riferimento ad alcuni eventi e personaggi. Malgrado questi racconti siano stati respinti dalla Chiesa, la letteratura di tutti i tempi, l’arte figurativa cristiana, l’agiografia hanno attinto largamente da essi, riproponendo motivi che sono divenuti molto popolari.

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La conversione di Paolo

La conversione di Paolo (o Saulo) è stata immaginata dal pittore lombardo Caravaggio come conseguente a una caduta da cavallo, sebbene questo dettaglio sia assente nei testi sacri. Gli Atti degli Apostoli – scritto del Nuovo Testamento sulla storia della prima comunità cristiana – raccontano che, mentre era in viaggio verso la città siriaca di Damasco per catturare i seguaci della dottrina di Cristo, Paolo fu avvolto da una luce proveniente dal cielo, cadde a terra e udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? […] Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Quindi Paolo fu condotto in città e per tre giorni non poté vedere. Caravaggio scelse di rappresentare Gesù non fisicamente ma in forma di luce intensa. Paolo è raffigurato in compagnia di un anziano palafreniere.

il personaggio Paolo di Tarso

Paolo nasce nel primo decennio della nostra era, nella grande città portuale di Tarso, nell’attuale Turchia. Il suo nome ebreo era Saulo, che vuol dire “desiderato”. La sua famiglia era emigrata dalla Palestina ed egli compie gli studi superiori a Gerusalemme. Paolo è cittadino romano per nascita e appartiene a una famiglia benestante di fabbricanti di tende, ma la sua posizione privilegiata e la sua stessa vita vengono sconvolte dalla conversione. Da determinato persecutore della nuova setta dei cristiani si trasforma, infatti, in un appassionato evangelizzatore. Per più di quattordici anni conduce la vita del missionario itinerante, rivolgendosi soprattutto ai non ebrei e vivendo come un umile operaio. Paolo scrive diverse lettere a interlocutori specifici e alle comunità che fonda o che visita. In genere le scrive con i suoi compagni di missione, dettandole a un segretario e firmandole di suo pugno. Queste lettere hanno offerto un contributo fondamentale alla definizione dottrinale del cristianesimo. Condotto a Roma e costretto agli arresti domiciliari, Paolo morirà sotto la persecuzione di Nerone, tra il 64 e il 67.

Caravaggio, La conversione di San Paolo, 1601, basilica di Santa Maria del popolo, Roma.

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La nascita di Gesù

Tra i quattro Vangeli canonici, solo quello di Luca riporta alcuni episodi dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù. Gli altri ne presentano la vita a partire dall’età adulta e dalla predicazione pubblica. Al tema dell’infanzia di Gesù dedicano invece ampio spazio i Vangeli apocrifi. Questi racconti hanno avuto un forte impatto sull’immaginario collettivo, anche perché andavano a colmare lacune presenti nella narrazione canonica. Basti pensare, per esempio, che particolari oggi così familiari a ogni cristiano, come la deposizione del bambino in una mangiatoia e l’adorazione da parte di un bue e di un asino, sono tratti da un testo apocrifo, il capitolo 14 del Vangelo dello pseudo-Matteo.

Sandro Botticelli, Natività mistica, 1501, National Gallery, Londra.

finestre interdisciplinari

LA SOCIETÀ DI GESÙ

La società in cui vissero Gesù e i suoi discepoli era di tipo piramidale. Al vertice c’era la corte reale, che possedeva grandi palazzi e un numero imprecisato di schiavi. Seguivano i rappresentanti della classe ricca: proprietari di latifondi, grandi commercianti di vino, olio e frumento, esattori delle tasse, che raccoglievano le imposte per conto dei romani traendo grandi profitti anche per sé stessi. Subito dopo c’era la nobiltà sacerdotale, con a capo il sommo sacerdote, i cui membri si trasmettevano la carica di generazione in generazione. Alcuni di loro collaboravano con l’impero, altri se ne tenevano a debita distanza, per non indispettire il popolo. Esisteva anche una classe medio-bassa di piccoli commercianti, artigiani, agricoltori e pescatori. A essa apparteneva Gesù, che era figlio di un carpentiere, e alcuni degli amici che lo seguirono fin dalla sua prima predicazione. Infine c’era una gran massa di poveri: lavoratori a giornata, pastori, schiavi, ammalati, prostitute, stranieri, mendicanti, donne, soprattutto se sterili o vedove. Non di rado accadeva che persone povere e ammalate, per garantire la propria sopravvivenza, affollassero le strade chiedendo l’elemosina. Respinte dalla società, non erano ammesse neppure a frequentare i luoghi di culto. L’emarginazione, in un contesto fortemente religioso, era spesso causa di malattie psichiche, che venivano interpretate come segni della presenza di demoni. Sembra che Gesù abbia vissuto l’ultima parte della sua vita insieme a queste persone, che sono i personaggi principali dei Vangeli.

Concilio di Nicea: fu il primo concilio nella storia della Chiesa, convocato dall’imperatore Costantino per superare le dispute sulla natura divina di Cristo.

agiografia: dal greco ághios, “santo”, e graphé “scrittura”, indica un genere letterario consistente nella narrazione della vita dei santi.

scienze umane

Diffusione del cristianesimo dal I al V secolo.

farisei: con questo termine, che letteralmente significa “separati”, si indica un gruppo religioso formato da uomini colti e considerato un modello di devozione.

I farisei erano contraddistinti da una morale legalista, cioè imperniata su una rigida osservanza della legge.

1.3

LE COMUNITÀ CRISTIANE DOPO LA MORTE DI GESÙ

| In genere si ritiene che Gesù di Nazareth sia stato il fondatore della religione cristiana. In realtà egli fondò un movimento di rinnovamento, interno all’ebraismo, che aveva punti di contatto con alcuni dei tanti gruppi socio-religiosi esistenti all’epoca. Per esempio, Gesù condivideva con i farisei il bisogno di una riforma spirituale; tuttavia, diversamente da questi, riteneva che l’interpretazione letterale della legge ebraica e il tentativo di distinguersi dalla maggioranza della popolazione non fossero le vie adatte a raggiungerla. Inoltre l’etica che egli professava era includente e non elitista, ossia non era riservata a una minoranza privilegiata.

Il movimento di Gesù era costituito soprattutto da discepoli itineranti, disposti a lasciare famiglia, beni e sicurezze per seguire il maestro. Un passo del Vangelo di Luca chiarisce bene il loro stile di vita:

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: […] «Non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Vangelo di Luca 10,1-9

Il movimento di Gesù aveva le sue radici principali e il massimo sostegno tra i poveri, era aperto a tutti, specialmente agli emarginati, ammetteva le donne, era egualitario e privo di un ordinamento gerarchico, richiedeva un impegno totale e volontario. I suoi valori fondamentali erano l’amore per il prossimo e l’etica nonviolenta. Allo stesso tempo, esso sovvertiva l’atteggiamento consueto verso il potere, la cultura e la proprietà, esprimendo una dura critica nei confronti della ricchezza e delle autorità religiose. Il movimento di Gesù, tuttavia, non ebbe molto successo all’interno dell’ebraismo e non sarebbe sopravvissuto molti anni alla morte del maestro, se non si fosse affermato nel mondo ellenistico. Questa debole accoglienza si deve a due fattori:

| T

Vangelo di Matteo Le beatitudini

  • la proposta pacifista del cristianesimo fu rifiutata in un contesto come quello della Palestina, in cui le acute tensioni socio-politiche avrebbero condotto alla rivolta armata |unità 5, p. 556|;
  • l’apertura ai pagani, promossa specialmente dall’apostolo Paolo, andava in una direzione opposta al rafforzamento delle divisioni culturali che caratterizzò l’ebraismo del I secolo. La rottura si inasprì in seguito al cosiddetto Concilio degli apostoli (49 ca.), attraverso il quale si stabilì che la circoncisione – pratica centrale per la fede giudaica, che segnava l’appartenenza alla comunità religiosa – non era una condizione necessaria per diventare cristiani.

È nelle città ellenistiche del Mediterraneo, più stabili e prospere, che la situazione si rivelò maggiormente favorevole alla diffusione del cristianesimo. Allo stesso tempo, nel nuovo contesto, questo acquisì alcuni caratteri specifici. Innanzitutto le comunità locali presero il sopravvento sullo stile di vita itinerante che aveva caratterizzato il movimento di Gesù. Inoltre, alla critica della ricchezza e alla rinuncia alla proprietà subentrò un forte orientamento alla condivisione.

Lo scrittore latino Plinio il Giovane (61-114 ca.), governatore della Bitinia e del Ponto (nell’attuale Turchia), ci offre una testimonianza sulla vita dei primi cristiani. Nel fitto carteggio che intrattenne con Traiano (imperatore dal 98 al 117) per chiedere consigli su ogni tipo di questione e anche sulla persecuzione contro i cristiani, impostagli dalla sua carica, Plinio riferisce che i cristiani erano soliti incontrarsi la domenica mattina, prima dell’alba, per intonare inni a Cristo – come se fosse un dio, scrive –, e nel pomeriggio, per celebrare il banchetto fraterno.

La vita comunitaria, dunque, era un tratto essenziale del cristianesimo delle origini, rispetto al quale venivano meno le differenze di condizione e status, perché tutti, giusti e peccatori, ricchi e poveri, uomini e donne, erano destinatari del messaggio di Gesù. L’uguaglianza si manifestava anche a livello organizzativo, attraverso un’autorità distribuita e circolante. In altre parole, membri diversi della comunità potevano ricevere doni specifici ed esercitare compiti diversi, ma in linea di principio tutti avevano accesso al potere spirituale e alle funzioni di guida comunitaria. In particolare, il carattere alternativo delle comunità cristiane si esprimeva nel fatto che anche le donne esercitavano ruoli di responsabilità apostolica e di ministero.

Nel II secolo, tuttavia, si realizzò un cambiamento importante, testimoniato da tre testi tardivi del Nuovo Testamento, chiamati Lettere pastorali, che comprendono la Prima e Seconda lettera a Timoteo e la Lettera a Tito. Nelle lettere, attribuite dalla tradizione a Paolo, si evince il passaggio da un’autorità assembleare alla gestione delle chiese da parte di responsabili locali, gli episcopi, e dalla chiesa domestica, che si riuniva nelle case dei credenti, all’edificio-chiesa, inteso come casa di Dio. Le Pastorali non stabilirono un vero e proprio ordine ecclesiastico, ma delinearono una serie di istruzioni in questa direzione. Il tratto più rilevante è la progressiva gerarchizzazione della Chiesa, alla quale si accompagna l’esclusione delle donne dalle funzioni direttive e il loro confinamento entro l’ambito delle opere buone. Le Pastorali, infatti, affidano agli uomini il compito di insegnare e trasmettere la tradizione. In realtà non proibiscono alle donne anziane di insegnare, ma limitano questa attività alla sola istruzione femminile.

DA ORA

Coniando questa espressione, la teologa statunitense Elisabeth Schüssler Fiorenza (n. 1938) fa leva sul significato originario della parola greca ekklesía, cioè “assemblea” in cui ci si riunisce per decidere su questioni politiche e spirituali. Secondo la studiosa, la Chiesa delle donne corrisponde sia a una realtà sia a una speranza. Nella prima accezione, ha preso corpo fin dal II secolo, quando le donne, escluse dai ruoli direttivi della Chiesa, hanno fondato associazioni religiose indipendenti. Come speranza, invece, essa mira a promuovere una nuova Chiesa, in cui sia garantita alle donne la piena partecipazione e ci sia spazio per tutti gli esclusi.

testo

in poi

La Chiesa delle donne

discepoli itineranti

era costituito da

etica inclusiva, amore per il prossimo, nonviolenza, uguaglianza

Il movimento fondato da Gesù

si basava su

l’ipocrisia, la ricchezza, l’aristocrazia religiosa

metteva in discussione

per lo studio

1. Quali sono le caratteristiche e la funzione pedagogica delle parabole nello stile di insegnamento di Gesù?

2. Quali erano le caratteristiche del movimento creato da Gesù? Su quali valori si basava?

per discutere INSIEME Gesù era un ebreo, ma il movimento che ha fondato ha dato origine a un’altra religione, il cristianesimo, che lo considera figlio di Dio; inoltre l’islam lo riconosce come un grande profeta. Ritieni che la sua figura possa favorire il dialogo fra le tre grandi religioni monoteiste oppure lo ostacoli? Perché? Discutine in classe con i tuoi compagni e le tue compagne.

Le catacombe

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