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Popol Vuh, Le donne e gli uomini di mais

6. Visioni e pratiche educative maya

scrittura logosillabica: sistema di scrittura basato sulla combinazione di segni che rappresentano un’intera parola (logogrammi) e segni fonetici che esprimono sillabe.

Cartina dei territori maya.

testo

6.1

SCOPERTA O CONQUISTA?

| Il continente che oggi chiamiamo America è stato abitato, fin da decine di migliaia di anni fa, da popoli che hanno dato vita a sistemi culturali complessi e visioni del mondo originali. Gli europei hanno preteso di far coincidere il proprio arrivo con il punto zero della storia, cercando di cancellare tutto ciò che c’era stato prima della cosiddetta “scoperta” e imponendo un nuovo sistema di conteggio del tempo. Ma quest’opera è riuscita solo in parte. Per secoli i popoli indigeni hanno cercato di preservare la propria identità culturale e hanno trasmesso testimonianze fondamentali antecedenti la conquista.

Ne è un esempio il Popol Vuh |approfondiamo|, il libro della storia e della mitologia maya, che si è salvato dal rogo dell’Inquisizione grazie all’opera di alcuni studiosi indigeni che lo hanno trascritto in caratteri latini. Pochi anni dopo, infatti, il vescovo dello Yucatán, Diego de Landa (1524-1579), avrebbe fatto bruciare tonnellate di libri redatti nella scrittura logosillabica maya. Oggi il Popol Vuh è considerato uno dei testi più antichi della storia dell’umanità e un contributo importantissimo alla letteratura mondiale.

Le differenti civiltà che hanno abitato e abitano tuttora il continente americano sono state frequentemente rappresentate nella cultura e nell’arte occidentali – pensiamo a film come La strada per El Dorado (2000) o Apocalypto (2006) – in modo riduttivo, quando non proprio degradante. La profonda spiritualità maya, per esempio, è stata strumentalizzata per divulgare presunte profezie sulla fine del mondo.

È difficile venire a capo di questi pregiudizi ed è pericoloso pretendere di capire culture così profondamente diverse dalla nostra. Con questa consapevolezza, ci accosteremo allo studio di alcuni aspetti dell’universo maya particolarmente rilevanti dal punto di vista pedagogico. Laddove possibile, inoltre, metteremo in luce elementi comuni ad altre civiltà mesoamericane. Infine cercheremo di mettere in tensione il passato e il presente, dal momento che la cultura maya non è un reperto archeologico seppellito in un passato perduto, ma una realtà viva e in costante mutamento, oggi come alle sue origini. Si può notare questo aspetto a partire dalla lingua: attualmente la famiglia linguistica maya è composta da una trentina di lingue di cui solo due sono lingue morte, mentre le altre continuano a essere utilizzate nella comunicazione quotidiana. La dimensione linguistica evidenzia un’altra caratteristica importante: anche se è possibile identificare una visione del mondo unitaria, la cultura maya è simile a un mosaico attraversato da significative differenze interne.

6.2

LINEAMENTI STORIOGRAFICI: LA CIVILTÀ MAYA

| Il territorio dell’America centrale, detto anche Mesoamerica o Anahuac nella lingua indigena nahuatl, vide sorgere nell’antichità diverse civiltà (la tolteca, l’olmeca, l’azteca o mexica e così via), tra cui la complessa e progredita civiltà maya.

Il territorio maya comprendeva gli odierni Stati del Sudest messicano (Yucatán, Campeche, Tabasco, Quintana Roo e la zona orientale del Chiapas), il Guatemala, il Belize, parte dell’Honduras e di El Salvador. Convenzionalmente la storia maya anteriore all’arrivo degli spagnoli (inizi del 1500) viene suddivisa in tre grandi periodi: preclassico (dal 2000 a.C. al 250 d.C.), classico (dal 250 al 900) e postclassico (dal 900 alla conquista).

La civiltà maya si è formata all’inizio del periodo preclassico, quando i villaggi agricoli diventarono sempre più grandi e complessi, fino a trasformarsi in centri urbani organizzati gerarchicamente sotto un’autorità; la popolazione aumentò, l’agricoltura si fece più intensiva e cominciò a essere usata la scrittura logosillabica.

Quello classico è considerato il periodo di massima fioritura della civiltà maya: è caratterizzato dal consolidamento dei commerci di lunga distanza e da un’intensificazione delle guerre tra i principali centri di potere per il controllo regionale. La civiltà maya, infatti, si basava su unità politiche indipendenti – città-Stato – che, a seconda delle circostanze storiche, erano in competizione tra loro, stipulavano alleanze o promuovevano la fondazione di colonie.

Nelle città sorgevano grandi edifici civico-cerimoniali e sontuose residenze riservate all’élite, mentre le abitazioni più semplici, dove risiedeva la gente comune, erano generalmente situate nelle periferie. Nel periodo classico si edificarono i monumenti maya più maestosi: piramidi, templi, palazzi con varie stanze, stadi per il gioco della palla |approfondiamo|, stele, altari scolpiti e iscrizioni; si consolidò l’uso della scrittura sui monumenti per registrare eventi significativi e celebrare date importanti della vita dei sovrani; si svilupparono il sapere astronomico e la misurazione del tempo per mezzo di calendari |approfondiamo, p. 409|, che permettevano di anticipare eventi celesti in base ai quali pianificare attacchi bellici, rituali e attività della vita quotidiana. Per i Maya, infatti, lo studio del cielo costituiva un tentativo costante di comprendere le leggi profonde dell’universo per sintonizzarsi con esse e conformarsi a esse.

Nella complessa società maya del periodo classico, la distinzione in gruppi sociali si basava su un insieme di fattori: economici, politici, etnici, dinastici e così via. È possibile identificare a grandi tratti i principali nuclei sociali: l’élite governante, i nobili, i vassalli di posizione sociale alta, media e bassa. Forse esistevano anche gli schiavi, ma le testimonianze archeologiche disponibili non permettono di accertarlo.

All’inizio del periodo postclassico, intorno al 900, si situa il misterioso evento conosciuto come collasso maya: le città più importanti vennero abbandonate, la costruzione di grandi edifici e le iscrizioni monumentali cessarono. Secondo gli studiosi, tale declino fu la conseguenza di molteplici cause concomitanti, quali: una grave crisi ambientale e il parallelo sovrappopolamento, sommati all’incapacità politica di far fronte ai cambiamenti. In tutta la regione mesoamericana si ebbero significative trasformazioni, legate al mutamento dei sistemi economici e politici, ai movimenti migratori, all’intensificazione dei conflitti e all’estensione del dominio della civiltà mexica. Nel periodo postclassico, due città esercitarono il ruolo di capitali culturali: dapprima Chichén Itzá, il più cosmopolita dei centri maya, e successivamente la vicina Mayapán, entrambe in Messico.

Mayapan dominò la penisola dello Yucatan fino al 1450 circa. Quando, qualche decennio dopo, arrivarono i conquistatori, la penisola era composta da numerose piccole province indipendenti, ciascuna retta da un governante locale.

Al contrario, nella regione degli altopiani guatemaltechi gli spagnoli trovarono città in espansione e con un elevato sviluppo agricolo, alcune delle quali guidavano potenti ed estese entità politiche (come i regni quiché e cakchiquel). La regione guatemalteca del Petén per diverso tempo si sottrasse all’invasione straniera grazie alle sue condizioni geografiche, che la rendevano isolata e di difficile accesso. Di fatto, la fase iniziale della conquista fu caratterizzata da una forte aggressività militare, in cui svolsero un ruolo fondamentale la superiorità bellica degli spagnoli guidati da Pedro de Alvarado e il sostegno di popolazioni indigene avversarie. Seguì poi una seconda fase di conquista pacifica, basata sulla missione evangelizzatrice dei frati domenicani, e infine si ebbe una terza, lunga fase, scandita da campagne militari e da tentativi di evangelizzazione. La resistenza indigena diede filo da torcere ai conquistatori, che soltanto nel 1697 riuscirono a soggiogare l’ultima città maya indipendente, Tayasal, nel Petén. Nel 1761, inoltre, il maya Jacinto Canek condusse una nuova ribellione.

6.3

LA COSMOVISIONE MAYA, UNA PEDAGOGIA PER LA VITA

| L’antica concezione educativa maya si fonda sul principio della relazionalità: ogni persona è un’unità di mente, corpo, cuore e spirito e può esistere solo in virtù della rete di relazioni che genera e che dà sostegno alla sua vita. In questo senso, la realizzazione personale si compie sempre e solo in sintonia con la realizzazione degli altri esseri umani, in famiglia, nella comunità, nella società.

In particolare, hanno un valore fondamentale le relazioni intergenerazionali: le nonne e i nonni sono depositari del sapere che i nipoti assimilano e apprendono attraverso la condivisione e mediante l’ascolto dei loro consigli nelle differenti tappe della vita. Nel Popol Vuh si racconta che gli antenati, in punto di morte, raccomandano ai propri figli di non dimenticarli e di non cancellarli dalla memoria.

L’interdipendenza tra antenati e discendenti e tra anziani e giovani garantisce la trasmissione del sapere come cammino di evoluzione spirituale che è, allo stesso tempo, un permanente ritorno all’origine.

La relazionalità non riguarda solo i rapporti umani, ma coinvolge anche la natura e il cosmo. Le collettività vegetali, animali, minerali, umane, infatti, sono espressione di una stessa radice di vita, anche se possiedono qualità e facoltà fisiche, psichiche, mentali e spirituali differenti. Le diverse manifestazioni della stessa totalità originaria sono tra loro complementari e si sostengono a vicenda. Una bella espressione di complementarità e convivenza armonica tra realtà differenti sono il giorno e la notte, che cedono il passo l’uno all’altra per contribuire alla realizzazione della vita. La stessa costituzione dell’universo è fondata su reti di relazioni e su rapporti di affinità. Padre Sole, per esempio, è fonte indispensabile di vita per tutte le creature e anche per Madre Terra, che a sua volta è dispensatrice di acqua, aria, terra e alimenti, senza i quali non sarebbe possibile la vita; Padre Sole, inoltre, non potrebbe esistere senza la galassia di cui è parte, e senza la vibrazione energetica dell’universo non potrebbero esistere le galassie.

La cosmovisione maya, quindi, attribuisce a tutto ciò che esiste la stessa dignità; tutto ciò che esiste è componente ed essenza della totalità. Anche le parti del corpo, principalmente le mani, sono sacre, perché sono espressione dell’universo. Il senso profondo dell’educazione comunitaria, perciò, è orientare ogni persona perché si riconosca come scintilla del fuoco cosmico, perché alimenti questo fuoco e aiuti gli altri ad alimentarlo. Questa profonda connessione si comprende meglio esaminando alcuni temi della cosmologia maya, in particolare, l’albero della vita.

Per i maya, i quattro punti cardinali costituiscono i riferimenti principali sulla superficie della terra. In base a essi si organizza ogni pratica quotidiana, dalle attività agricole, ai rituali, alle offerte. Ognuna delle quattro direzioni è associata a un colore. L’Est è la direzione più importante, perché è quella da cui sorge il sole, ed è associata al colore rosso. Il Nord è associato al bianco, l’Ovest al nero, il Sud al giallo. I punti cardinali sono in relazione con il centro, l’Axis Mundi – a sua volta abbinato al colore verde –, in cui sorge l’albero della vita.

Questo maestoso albero, che la maggior parte degli autori identifica con la ceiba pentandra, rende esplicita la comunicazione fra le tre dimensioni dell’universo: il suo tronco attraversa il mondo mediano, le radici affondano nel mondo sotterraneo e i rami si estendono nei diversi strati del cielo. I tre livelli non rappresentano regioni distinte, ma dimensioni profondamente interconnesse. La connessione fra tutte le componenti dell’universo è una condizione e, allo stesso tempo, una ricerca. Tutte le manifestazioni materiali ed energetiche dell’universo si sincronizzano permanentemente per creare sintonia. Per gli esseri umani, orientarsi alla connessione significa cercare in ogni momento di comprendere la vita e i suoi cicli, conformando all’ordine cosmico tutti gli atti personali, comunitari e sociali.

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LA SCOLASTICA

IL POPOL VUH

Il Popol Vuh (letteralmente “Libro del consiglio”, “Libro di ciò che è comune”, “Libro del popolo”) è il testo che raccoglie i miti e la storia dei maya, in particolare del gruppo etnico quiché. La versione originaria del libro era in caratteri maya. Tra il 1554 e il 1558, in piena conquista, tre autori quiché ne realizzarono di nascosto una copia nella propria lingua ma usando caratteri latini e ampliandone il contenuto; il Popol Vuh che oggi conosciamo, infatti, comprende anche la narrazione di vicende legate alla conquista, come la feroce persecuzione spagnola, le torture compiute dal conquistatore Pedro de Alvarado, l’imposizione della cristianità.

Nella parte finale, gli autori quiché definiscono sé stessi «madri della parola», «padri della parola». Di fatto, senza la loro valorosa opera, oggi non disporremmo di questo libro o, nella migliore delle ipotesi, gli studiosi starebbero ancora cercando di decifrarlo. All’inizio del XVIII secolo il manoscritto quiché è stato ritrovato e tradotto in spagnolo dal missionario Francisco Ximénez. Le numerose traduzioni successive si basano su questa versione. Nel 2001 Sam Colop ha tradotto il testo dal quiché, restituendogli l’originaria forma poetica.

famiglia linguistica: insieme di lingue tra loro imparentate perché discendenti da una lingua ancestrale comune.

Riproduzione di un murale raffigurante una scena mitologica maya raccontata nel Popol Vuh, conservata presso il Museo di Città del Guatemala.

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LA SCOLASTICA

Il GIOCO DELLA PALLA

Il gioco della palla era uno sport di tipo rituale praticato da tutti i popoli mesoamericani a partire dal 1400 a.C. Nella versione più conosciuta, i giocatori dovevano colpire la palla con i fianchi, le ginocchia o i gomiti; i punti venivano totalizzati quando la palla attraversava un anello di pietra collocato a una delle estremità del campo. Il gioco della palla è testimoniato nel Popol Vuh, il libro sacro dei maya quiché, dove sono narrate le gesta di due eroi gemelli, Hunahpu e Xbalanque, che affrontano in una terribile partita i signori di Xibalba, demoni degli inferi. Nel corso della partita, i gemelli superano temibili prove grazie a una serie di prodigi; quindi si consegnano volontariamente alla morte affinché, resuscitati e trasformati in mendicanti, possano sconfiggere i signori di Xibalba con l’inganno. In seguito a questi avvenimenti, Hunahpu e Xbalanque ascendono al cielo e si trasformano rispettivamente in Sole e Luna.

L’antico gioco maya della palla sopravvive oggi in alcune rivisitazioni storiche. Il giocatore ritratto in questa foto indossa una maschera di giaguaro.

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LA SCOLASTICA

I CALENDARI MESOAMERICANI

I popoli mesoamericani utilizzavano due tipi di calendario, che erano conosciuti con nomi diversi ma funzionavano ovunque allo stesso modo. Il calendario religioso, a uso rituale e divinatorio, era composto da 260 giorni (13 mesi di 20 giorni oppure 20 mesi di 13 giorni, a seconda delle differenti culture). A ogni giorno erano associati un nome e un numero. In base a questa associazione venivano scelti i nomi per i nuovi nati ed era possibile anticiparne il destino. Il calendario civile (o solare), di 365 giorni, invece, era composto da 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più un’appendice di 5 giorni. Questo calendario era un riferimento essenziale per lo svolgimento delle attività agricole. La lunghezza diversa dei due calendari implicava che una certa combinazione di date tornasse a ripetersi ogni 52 anni. Questo lasso di tempo, dunque, aveva un significato molto importante, poiché indicava il compimento di un ciclo e nella vita di una persona segnava il raggiungimento della maturità.

No a la guerra (“No alla guerra”) dell’artista cilena Beatriz Aurora (n. 1956), che ha consacrato la sua arte ai popoli indigeni del Messico. Le sue opere sono ricche di simboli e valorizzano le relazioni tra esseri umani, esseri viventi e natura.

intergenerazionale

cosmico

principio della relazionalità

La pedagogia maya

che si esprime a livello

si fonda sul

sociale

terrestre

personale

per lo studio

1. Quale importanza aveva l’osservazione del cielo per i maya?

2. Quali sono i punti salienti della cosmovisione maya?

3. Come si trasmette il sapere secondo i maya?

per discutere INSIEME Qual è, secondo te, il legame tra esseri umani, animali e natura? Come viene vissuta questa relazione nella nostra cultura? Quali elementi di criticità è possibile individuare nel modo in cui viviamo questo rapporto, alla luce dell’attuale crisi ecologica? Discutine in classe con i compagni.

cittadini responsabili

L’evento che tutt’oggi viene definito erroneamente “scoperta dell’America” è stato in realtà uno dei più violenti e drammatici della storia dell’umanità. Tzvetan Todorov (filosofo, 1939-2017) ha stimato che nei cinquant’anni successivi all’arrivo degli europei, la popolazione che abitava il continente americano passò dagli 80 ai 10 milioni, su una popolazione mondiale di 400 milioni di persone. Le cause di questo genocidio furono gli omicidi diretti, i maltrattamenti, l’introduzione di malattie fino a quel momento sconosciute, oltre che il sovvertimento del tessuto sociale e la repressione delle visioni del mondo su cui si reggevano i popoli originari. Ma lo sterminio indigeno, purtroppo, continua fino ai nostri giorni.

Il Guatemala è l’unico paese dell’America centrale la cui popolazione è composta maggioritariamente da indigeni. Dal 1960 al 1996 il paese ha vissuto una sanguinaria guerra civile, associata a un terribile genocidio condotto dall’esercito nazionale e da organizzazioni paramilitari ai danni della popolazione maya, con il solo scopo di perpetuare i privilegi dell’oligarchia e gli interessi economici stranieri, specialmente statunitensi. Il genocidio guatemalteco ha raggiunto il suo apice negli anni Ottanta e ha causato la morte o la sparizione di circa 200 000 persone. Dopo gli accordi di pace del 1996, una commissione interdiocesana ha cercato di fare luce sulle gravi violazioni ai diritti umani compiute durante la guerra civile. I risultati sono stati pubblicati in un rapporto in quattro volumi dal titolo Guatemala: nunca más (“Guatemala: mai più”). Il vescovo di Città del Guatemala, monsignor Juan José Gerardi, che presiedeva la commissione per il recupero della memoria storica, è stato assassinato il 26 aprile 1998, due giorni dopo la presentazione del rapporto. L’aspirazione alla giustizia e il recupero della memoria storica, tuttavia, continuano a essere al centro dell’impegno sociale di molti guatemaltechi e ha condotto ad alcuni importanti risultati. Per esempio, nel 2013, in una sentenza di importanza storica, il generale Ríos Montt (1926-2018) è stato condannato per genocidio e crimini contro l’umanità da un tribunale del suo stesso paese.

L’arte è uno dei campi in cui si mostra con maggiore forza la costante reinvenzione culturale maya. Ne sono un esempio le canzoni di Sara Curruchich, giovanissima compositrice di origine maya cakchiquel, i cui testi propongono temi legati alla storia e alla cultura maya, alla difesa dei diritti delle donne e dei popoli autoctoni. Sandy Hernández, invece, è un’attrice, compositrice e formatrice teatrale. Il suo personaggio clown, Piccoletta, affronta con raffinata comicità questioni complesse come il genocidio e la resistenza indigena, nella convinzione che il teatro e il sorriso possano essere veicolo di sanazione collettiva.

Il genocidio guatemalteco

Sara Curruchich, giovane cantautrice maya.

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Nelle Scienze umane - volume 1
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Psicologia - Pedagogia. Capitoli DEMO: Diventare studente; L’educazione greca più antica