PAROLA D’AUTORE

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L’istinto del linguaggio. Come la mente crea il linguaggio (1994), Mondadori, Milano 1997, pp. 10-11

Il linguaggio non è un artefatto culturale che impariamo così come impariamo a leggere l’ora o a capire come funziona il governo federale. Il linguaggio è invece un pezzo a sé del corredo biologico del nostro cervello. Il linguaggio è una abilità complessa e specializzata, che si sviluppa spontaneamente nel bambino senza sforzo conscio o istruzione formale, che viene usato senza la coscienza della sua struttura logica, che è qualitativamente lo stesso in ogni individuo e che è distinto da capacità più generali come l’elaborare informazioni o il comportarsi in modo intelligente. Ecco perché alcuni studiosi di cognitivismo hanno definito il linguaggio come una facoltà psicologica, un organo mentale, un sistema neuronale e un modulo computazionale. Ma io preferisco usare il termine «istinto», anche se un po’ antiquato. Suggerisce l’idea che l’uomo sa parlare più o meno nello stesso senso in cui il ragno sa tessere la sua tela. La ragnatela non è stata inventata da uno sconosciuto aracnide geniale e non dipende dall’educazione ricevuta o da un’attitudine all’architettura e alla costruzione. In realtà il ragno tesse ragnatele perché ha un cervello da ragno, che gli fornisce la spinta a tessere e la competenza per farlo. […]

Il linguaggio non è un’invenzione culturale più di quanto lo sia la posizione eretta. Non è una manifestazione di una capacità generale di usare i simboli: un bambino di tre anni, come vedremo, è un genio grammaticale, ma non è affatto competente nelle arti visive, nell’iconografia religiosa, nei segnali del traffico e negli altri tipici ingredienti del curriculum semiotico. Anche se il linguaggio è una capacità meravigliosa, propria solo dell’Homo sapiens tra le specie viventi, questo non giustifica che lo studio degli esseri umani debba essere separato dalla biologia, perché una capacità meravigliosa propria solo di una specie non è una cosa unica nell’universo. […]

La complessità del linguaggio, dal punto di vista scientifico, è parte di quello che ci spetta di diritto dalla nascita; non è qualcosa che i genitori insegnano ai figli o qualcosa che deve essere assimilato a scuola […]. L’implicita conoscenza della grammatica che un bambino possiede in età prescolare è più sofisticata del più denso manuale di stilistica o del più aggiornato linguaggio di programmazione per computer, e questo vale per tutti gli esseri umani, anche i famigerati campioni sportivi che storpiano la sintassi.

Steven Pinker

Il linguaggio come istinto

Nel brano che segue Steven Pinker, scienziato cognitivo canadese e professore di Psicologia presso l’università di Harvard, definisce il linguaggio un “istinto” tipico della specie umana che non ha bisogno di venire assimilato dall’esterno o appreso, ma che si sviluppa spontaneamente nel bambino.

Rispondi

1. Per quale motivo l’autore utilizza il termine “istinto” per descrivere il linguaggio?

2. Perché la conoscenza della grammatica di una bambino in età prescolare è definita “implicita”?

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La pragmatica della comunicazione umana (1967), Astrolabio Ubaldini, Roma 1971, pp. 13-16

Si considerino le seguenti situazioni:

In una zona del Canada del Nord il numero delle volpi aumenta e diminuisce con una periodicità degna di attenzione. La popolazione raggiunge la punta massima in un ciclo di quattro anni, poi declina fino quasi all’estinzione, e infine ricomincia a risalire. Se il biologo si limitasse ad osservare le volpi, questi cicli resterebbero inspiegabili, perché non c’è nulla che spieghi tali cambiamenti né nella natura della volpe né in quella di tutta la specie. Tuttavia una volta che ci siamo resi conto che le volpi cacciano esclusivamente i conigli selvatici e che questi conigli non hanno quasi nessun altro nemico naturale, tale rapporto tra le due specie ci dà una spiegazione soddisfacente per un fenomeno che altrimenti sarebbe misterioso. Si potrà allora osservare che il ciclo dei conigli è identico ma opposto, cioè che essi aumentano di numero quando diminuiscono le volpi e viceversa: infatti, quanto più numerose sono le volpi tanto più numerosi sono i conigli che esse uccidono, finché il cibo diventa assai scarso. Allora diminuiscono di numero e danno ai conigli sopravvissuti la possibilità di moltiplicarsi e di crescere con rinnovato vigore nell’assenza di fatto del loro nemico, le volpi. Tutti questi nuovi conigli creano una situazione favorevole per le volpi che possono sopravvivere e riprodursi, ecc.

Un uomo è colto da un improvviso malore e viene prontamente trasportato in ospedale. Il medico che lo visita riscontra stato di incoscienza, pressione del sangue estremamente bassa e in genere il quadro clinico di una intossicazione acuta da alcool o stupefacenti. Ma le analisi non rilevano nessuna traccia di tali sostanze. La condizione del paziente resta inspiegabile finché non riprende conoscenza e spiega di essere un ingegnere minerario, di aver lavorato per due anni in una miniera di rame sulle Ande a quasi 4000 metri di altezza e di esserne appena ritornato. Ora è chiaro che la condizione del paziente non è una malattia ma il problema di adattamento di un organismo clinicamente sano a un drastico cambiamento di ambiente.

Nel giardino di una casa di campagna un vecchio signore con tanto di barba striscia accoccolato per il prato tracciando degli otto mentre continua a guardarsi indietro e a fare ininterrottamente qua-qua. È la descrizione che l’etologo Konrad Lorenz ci dà del proprio comportamento durante uno dei suoi memorabili esperimenti con gli anatroccoli (nella fattispecie, si era sostituito alla loro madre).

L’erba alta nascondeva gli anatroccoli e quello che vedevano i turisti era del tutto inspiegabile, un comportamento veramente folle.

Questi esempi apparentemente così slegati hanno invece un denominatore comune: un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica. Se l’osservatore non si rende conto del viluppo di relazioni tra un evento e la matrice in cui esso si verifica, tra un organismo e il suo ambiente, o è posto di fronte a qualcosa di misterioso oppure è indotto ad attribuire al suo oggetto di studio certe proprietà che l’oggetto può non avere. […]

Chi studia il comportamento umano passa allora dall’analisi deduttiva della mente all’analisi delle manifestazioni osservabili nella relazione, il veicolo di tali manifestazioni è la comunicazione.

A nostro parere, lo studio della comunicazione umana si può dividere in tre settori: quello della sintassi, quello della semantica e quello della pragmatica. Se si applica il primo di questi tre settori alla struttura della comunicazione esso copre tutto quel gruppo di problemi relativi alla trasmissione dell’informazione. Va da sé che questo primo settore è di competenza esclusiva del teorico dell’informazione. L’interesse primario della semantica è il significato, lo scambio effettivo di informazioni presuppone una convenzione semantica. C’è da aggiungere infine che la comunicazione influenza il comportamento ed è questo l’aspetto che noi definiamo pragmatico.

Vogliamo precisare che non limitiamo il nostro interesse all’effetto della comunicazione sul ricevitore ma ci occupiamo anche dell’effetto che la reazione del ricevitore ha sul trasmettitore poiché riteniamo che i due effetti siano inscindibili. Questo modo di accostarsi ai fenomeni del comportamento umano si basa sulle manifestazioni che si possono osservare in ogni relazione nel senso più esteso del termine.

La Scuola di Palo Alto

La pragmatica della comunicazione

Il seguente brano, tratto dalla Pragmatica della comunicazione degli studiosi della Scuola di Palo Alto, introduce il tema della pragmatica della comunicazione a partire da due esempi molto particolari che mostrano come sia quasi sempre il contesto a determinare il senso dell’atto comunicativo e a permetterci di comprenderlo.

Rispondi

1. Quale elemento risulta di fondamentale importanza per comprendere i due esempi citati?

2. Quali sono, secondo gli autori, i tre ambiti di studio della comunicazione e di che cosa si devono occupare?

3. Perché la pragmatica della comunicazione si occupa dell’effetto della comunicazione non solo sul destinatario ma anche sul trasmettitore?

Konrad Lorenz.

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Nelle Scienze umane - volume 1
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