La luce del futuro - volume A

I generi UNIT 7 La narrativa storica GUIDA ALLA LETTURA 552 La notte e l incubo Lo sbarco nel campo avviene di notte. Come in un brutto sogno, tutte le percezioni sono acutizzate e attutite nello stesso tempo. La voce narrante registra la brutalità del luogo a partire dalle proprie sensazioni uditive: la porta del vagone si apre con fragore (r. 1); nel buio, le voci degli aguzzini risuonano come spaventosi, animaleschi latrati (r. 2) di rabbia. Allo stesso tempo, tutto appare silenzioso come in un acquario (r. 15): la paura del destino, che si avverte spaventoso e inimmaginabile, diventa nei deportati la paura di parlare, di segnalare la propria presenza con la voce, di mettersi in evidenza. I familiari e gli amici si chiamano l un l altro, per cercare vicinanza e sicurezza, ma sottovoce, come a non voler dare traccia di sé. Ed è proprio nel buio e nel silenzio che comincia la loro trasformazione, destinata a maturare lungo una straziante discesa agli inferi: colmi di intelligenza, volontà e affetti, perderanno, rapidamente, le loro caratteristiche umane. E così la notte, dopo aver inghiottito donne, anziani e bambini (Scomparvero così [ ] le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli, rr. 52-53), li sostituisce con strane figure (Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui, r. 56): spettrali, mute e rigide nei movimenti, anticipano e preannunciano, agli occhi dei nuovi arrivati, la loro sorte di schiavi disumanizzati. La violenza senza rabbia Ci saremmo attesi qualcosa di più apocalittico (r. 16), scrive il narratore al primo incontro con le SS. La frase mostra uno stupore angoscioso: i deportati si aspettano, infatti, di giungere in una regione di furia incontrollata, ma ciò che incontrano è disarmante. La violenza delle SS, infatti, non sembra animata da odio o da sentimenti di sorta: i nazisti hanno un aria apatica e impassibile, adottano un tono di voce sommesso, sono freddi e distaccati, come chi esegue procedure di pura routine, quasi fossero semplici agenti d ordine (rr. 16-17). Con la pacata sicurezza di chi non fa che il suo ufficio di ogni giorno (rr. 20-21) essi si comportano però in modo disumano contro gli innocenti, che vengono colpiti brutalmente (come capita a Renzo), separati con il tradimento dai loro parenti, mandati nelle camere a gas (è la sorte della piccola Emilia), sempre con la stessa indifferenza con cui si rispettano le istruzioni di un complesso macchinario. Per i nazisti gli ebrei non hanno alcuna dignità umana e perciò non meritano pietà: per questo, con loro, si può procedere come con gli animali o, più propriamente, come con il pezzo meccanico di un ingranaggio, utilizzato finché serve e, poi, gettato via e sostituito. L obiettivo principale dei nazisti è dunque la piena funzionalità della struttura: nulla deve inceppare il perfetto esercizio della fabbrica della morte, di cui i deportati garantiscono il paradossale funzionamento. L inferno in vita Levi aveva letto e amava la Divina Commedia. Come in altri passi dell opera, anche qui l autore si avvale di riferimenti danteschi, ricordando Auschwitz come l inferno dei viventi. Lo si vede principalmente alla fine, con il soldato tedesco che, sull autocarro con i deportati, li scorta verso gli alloggiamenti del campo. Non visto, perché nascosto dall oscurità, il soldato è però in condizioni di vedere, accendendo una pila tascabile, i prigionieri che lo urtano sballottati dai balzi del camion. La funzione dell uomo di traghettare i condannati, e l orrore della situazione richiamano alla memoria del narratore il canto III dell Inferno, al punto che, nella sua fantasia, il tedesco è identificato con Caronte, la creatura demoniaca che porta le anime dei dannati verso la loro pena eterna. E poiché Caronte, nella finzione dantesca, si rivolge ai peccatori chiamandoli «anime malvagie quando queste si affollano sulle rive

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Narrativa