Tua vivit imago - volume 2

L ET DI AUGUSTO 75 80 Inse re nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites. Ite, meae, felix quondam pecus, ite, capellae: non ego vos posthac, viridi proiectus in antro, dumosa pende re procul de rupe videbo: carmina nulla canam: non me pascente, capellae, florentem cytisum et salices carpetis amaras. Tity rus Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem fronde super viridi: sunt nobis mitia poma, castaneae molles et pressi copia lactis. Et iam summa procul villarum culmina fumant, maioresque cadunt altis de montibus umbrae. 73-78. Inse re amaras Inse re vites: innesta ora, o Melibèo, i peri, disponi le viti in filari . Le operazioni agricole suonano come ironiche in bocca a Melibèo, per il quale, esiliato, la vita lavorativa di sempre è ormai lontana. Ite: la ripetizione dell imperativo rivolto agli animali accentua la tragicità del momento. felix quondam pecus: gregge un tempo felice ; apposizione di meae capellae. non ego videbo: costruisci: posthac ( d ora in poi ) ego, proiectus in viridi antro ( sdraiato in una verde grotta ), vos non videbo pende re de rupe dumosa ( pendere da una rupe spinosa ). L immagine richiama contrastivamente quella di Tìtiro all inizio dell ecloga (lentus in umbra, v. 4). Nota la posizione enfatica della negazione non in principio di verso. carmina nulla canam: non intonerò nessun canto . Precluso l accesso al mondo pastorale, Melibèo dichiara solennemente la sua drammatica rinuncia alla poesia: un addio stilisticamente messo in rilievo dall espressiva figura etimologica* carmina canam. me pascente: ablativo assoluto. florentem cytisum: designa il citiso in fiore (si tratta di un arbusto con foglie trifogliate e fiori gialli, rossi o bianchi). 79-83. Hic tamen umbrae Hic viridi: tuttavia per questa notte (hanc noctem) avresti potuto (poteras) riposare qui con me (Hic mecum) su un giaciglio di verdi foglie . Hanc noctem è complemento di tempo continuato con forte iperbato tra il dimostrativo e il sostantivo, quasi a voler dilatare la durata della notte. sunt poma: dativo di possesso. pressi copia lactis: lett. abbondanza di latte pressato , cioè formaggio in abbondanza. Et iam umbrae: e già lontano (procul) fumano i comignoli dei casolari (summa villarum culmina, lett. le sommità dei tetti dei casolari ) e più grandi le ombre cadono dagli alti monti . La chiusa dell ecloga vede calare la notte, con solenne pacatezza, sul mondo pastorale. Osserva gli elementi che tratteggiano la vastità e la profondità dell ambiente: non soltanto gli aggetti e gli avverbi (summa; procul; maiores; altis), ma anche l insistenza fonica sul cupo suono u e l iperbato fra maioresque e umbrae. Analisi del testo Un testo dalle molteplici interpretazioni Lo sfondo dell ecloga I è quello degli espropri messi in atto all indomani della battaglia di Filippi (42 a.C.), volti a ricompensare i mercenari che avevano militato tra le file dei vincitori. Melibèo, il pastore esiliato, rientra nel novero delle vittime di questi provvedimenti di confisca che colpirono soprattutto le campagne di Cremona (sostenitrice di Bruto) e le terre di Mantova. Tìtiro, invece, è il pastore toccato dalla buona sorte, colui che per intercessione di un misterioso benefattore ha potuto sottrarsi all esproprio delle terre. Così, attraverso le voci di due pastori, protagonisti di due sorti opposte, Virgilio ci offre uno squarcio sulla realtà contemporanea, segnata dalle brucianti ferite della guerra civile. Parte della critica ritiene che l ecloga debba essere interpretata in chiave allegorica. Sembrerebbe, infatti, 86 che anche il poeta avesse inizialmente subìto l espropriazione delle terre e che fosse stato poi reintegrato nella proprietà per intercessione di un personaggio illustre, da identificare probabilmente con Ottaviano. Questa interpretazione allegorica è senza dubbio suggestiva, ma la critica ha anche rilevato quanto rischioso sia ricercare forzatamente elementi autobiografici in questo brano. Qualche studioso ha rilevato per esempio che la voce di Melibèo, non quella di Tìtiro, risponde meglio a quella del poeta, per la sincerità delle lodi che egli tesse del mondo bucolico. Rimane in ogni caso fondamentale la profonda caratterizzazione psicologica dei due personaggi, parimenti elevati alla medesima dignità: Tìtiro è il simbolo di una vita beata, non toccata dal violento irrompere delle vicende storiche (vv. 6-10); Melibèo rappresenta

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Età augustea