Tua vivit imago - volume 2

L autore Virgilio 10 15 Tity rus O Meliboee, deus nobis haec otia fecit. Namque erit ille m h semper deus, ill us aram saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus. Ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum ludere quae vellem calamo permisit agresti. Meliboeus Non equidem invideo, miror magis: undique totis usque adeo turbatur agris. En ipse capellas protinus aeger ago; hanc etiam vix, Tity re, duco. Hic inter densas cory los modo namque gemellos, spem gregis, a! sil ce in nuda conixa reliquit. Saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset, de caelo tactas memini praedicere quercus. Sed tamen, iste Deus qui sit, da, Tity re, nobis. 6-10. O Meliboee agresti O Meliboee fecit: la risposta di Tìtiro a Melibèo (altro nomen loquens, colui che si cura dei buoi ) è subito connotata da un tono di solennità: all interiezione iniziale O fa seguito un iperbole*, con cui il benefattore è equiparato a un dio ( un dio mi ha concesso questa pace , con probabile allusione a Ottaviano). Nota la posizione di rilievo di deus prima della cesura pentemimere. Il plurale otia è qui necessario per ragioni metriche in luogo di otium (parola prosodicamente inadeguata alla sede del verso). Namque deus: il tono delle parole di Tìtiro per il suo benefattore è sacrale e di gratitudine personale: ne sono segnali l uso del pronome personale di prima persona rispetto al plurale nobis del v. 6 e l anafora poliptotica di ille, ripreso ai versi successivi da ill us (con abbreviamento della seconda i) e Ille, tipica delle preghiere alle divinità. ill us agnus: spesso un tenero agnello dai nostri ovili tingerà [di sangue] il suo altare : a imbuet (futuro semplice indicativo di imbu o) si può sottintendere sanguine, con il valore di ablativo strumentale; in nostris ovilibus (ablativo di provenienza) nota l anastrofe* di ab (nostris ab ovilibus = ab ovilibus nostris). Ille agresti: costruisci: Ille permisit meas boves errare, ut cernis, et ipsum [me] ludere quae vellem calamo agresti, egli ha permesso alle mie giovenche di errare, come vedi, e [a me] di suonare le cose che voglio sulla canna agreste . Permisit è qui costruito con l accusativo e l infinito; calamo al pari di avena del v. 2 indica per sineddo- ! repetita iuvant à p. 88 che lo zufolo. Nota anche l utilizzo del verbo ludere, a indicare la libertà di un canto ancora una volta designato come leggero e lontano dalla poesia alta e impegnativa. 11-15. Non equidem reliquit Non equidem magis: certamente non ti invidio, piuttosto mi stupisco : equidem ha valore asseverativo, mentre magis equivale a potius. Melibèo rasserena l interlocutore, escludendo di provare invidia nei suoi confronti. L effetto patetico ed espressivo di queste prime parole si coglie sia nell asindeto* delle tre proposizioni, con enjambement* della terza, sia nell allitterazione* della m in miror magis. undique agris: fino a tal punto è scompiglio dovunque, in tutti i campi : l estesa portata dello sconvolgimento è sottolineata dall isolamento, in clausola di verso, di avverbio e aggettivo (undique totis) mediante dieresi bucolica, oltre che dall iperbato fra totis e agris, i quali costituiscono insieme un complemento di luogo senza in, comune in poesia e, in particolare, in Virgilio. En duco: ecco io stesso, affranto, spingo le capre; questa, o Tìtiro, me la tiro dietro a stento . En è pronome dimostrativo deittico. Se il diminutivo capellas ha valore affettivo e sottolinea il legame fra il pastore e il suo gregge, l allitterazione patetica fra aeger ( stanco ) e ago rimarca lo stato di stanchezza e di angoscia di Melibèo. Hic inter reliquit: costruisci: namque hic, inter densas cory los ( tra i folti noccioli ), modo ( poco fa ), reliquit gemellos ( ha lasciato due gemelli ), a! spem gregis ( ahimè! speranza del gregge ) conixa in nuda sil ce ( dopo averli partoriti sulla nuda roccia ). Spem gregis è apposizione di gemellos, diminutivo affettivo di stampo neoterico per il più comune geminos. 16-18. Saepe malum nobis Saepe quercus: costruisci: memini saepe quercus, de caelo tactas, praedicere nobis hoc malum, si mens non laeva fuisset, ricordo che spesso le querce, colpite dal fulmine, mi predissero questa sventura, se la mente non fosse stata stolta . Si mens fuisset è la protasi di un periodo ipotetico dell irrealtà, la cui apodosi, sottintesa, si ricava facilmente da praedicere: il senso è le querce mi avrebbero convinto, se la mia mente non fosse stata incapace di comprendere il presagio ; laeva è aggettivo tratto dal lessico augurale, nell ambito del quale ha il valore di sinistro, funesto . Anche de caelo tactas è espressione tecnica del linguaggio augurale e rinvia alla credenza antica secondo cui la caduta di un fulmine era un presagio infausto: ne discende un senso di angosciosa paura, rimarcato dal ritmo spondaico del verso. Nota l uso dell infinito presente praedicere in luogo del perfetto praedixisse, comune in dipendenza da memini (perfetto logico). Sed tamen nobis: ma tuttavia, o Tìtiro, dimmi quale sia questo dio . Iste Deus qui sit è proposizione interrogativa indiretta dipendente dall imperativo da, equivalente all imperativo dic secondo un uso colloquiale della lingua. 81

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Età augustea