Tua vivit imago - volume 2

L autore Ovidio 380 385 390 Forte puer comitum seductus ab agmine fido dixerat «Ecquis adest? , et «Adest responderat Echo. Hic stupet, utque aciem partes dimittit in omnes, voce «Veni magna clamat: vocat illa vocantem. Resp cit et rursus nullo veniente «Quid inquit «me fugis? et totidem, quot dixit, verba recepit. Perstat et alternae deceptus imagine vocis «Huc coeamus ait, nullique libentius umquam responsura sono «Coeamus rettulit Echo, et verbis favet ipsa suis egressaque silva ibat, ut iniceret sperato bracchia collo. Ille fugit fugiensque «Manus conplexibus aufer! Ante ait «emoriar, quam sit tibi copia nostri . Rettu lit illa nihil nisi «Sit tibi copia nostri . 379-382. Forte puer vocantem Comincia qui il dialogo tra Eco e Narciso, nel quale la ninfa ripete le ultime parole di volta in volta pronunciate dal ragazzo, dando così adito a una catena di incomprensioni (à p. 524), che costituisce una delle vette del virtuosismo ovidiano: «ci viene qui proposto un gioco degli equivoci con un eleganza e una sottile vena di pàthos dalle sfumature di ironia assolutamente ineguagliabili (L. Galasso). Tutto ha inizio con Narciso che, separatosi per caso (Forte) dalla schiera fidata dei compagni (comitum ab agmine fido), chiede: «C è qualcuno? (Ecquis adest?), ottenendo da Eco quella che sembra una risposta affermativa (Adest, lett. c è ). utque omnes: lett. e mentre manda lo sguardo da tutte le parti , cercando cioè di capire chi abbia parlato. voce magna: a gran voce . vocat illa vocantem: lett. lei chiama lui che la chiama . In questo verso, il fatto che le parole di Eco riecheggino, appunto, quelle di Narciso è riprodotto dalla presenza, nelle parole del narratore, del poliptoto* vocat vocantem (che forma, inoltre, figura etimologica* con voce, a sua volta allitterante con Veni): «Il gioco di riflessi sonori permea tutto l episodio [ ] e tesse una trama di risonanze che rendono in modo estremamente efficace la rete di illusione con cui la ninfa cerca di avvolgere Narciso (L. Galasso). 383-389. Resp cit bracchia collo Narciso si volta, ma non vede arrivare nessuno. Perché (Quid) mi fuggi? chiede a Eco, che risponde con le stesse parole: Ovidio dice infatti che Narciso recepit totidem verba quot dixit (così può essere costruito il v. 384), cioè ricevette altrettante (vale a dire le stesse) parole quante [ne] disse . Narciso rimane poi fermo (Perstat) in un punto e invita la persona misteriosa a raggiungerlo: qui c è un gioco di parole tra Huc coeamus, congiungiamoci qui (nel senso di incontriamoci ), e il Coeamus, congiungiamoci (carnalmente), ripetuto dalla ninfa; per questo Eco non avrebbe mai (umquam) risposto più volentieri (libentius) a nessun altro suono (nulli sono). nullo veniente: ablativo assoluto. responsura: participio futuro di respondeo. verbis favet ipsa suis: lett. approva lei stessa [con le azioni] le proprie parole ; Eco cioè fa seguito a quanto ha appena detto, mostrandosi finalmente a Narciso. egressa silva: uscita dal [fitto del] bosco . ut collo: lett. per gettare le braccia allo sperato collo , cioè: sperando di potergli gettare le braccia al collo. 390-392. Ille copia nostri Narciso respinge Eco dichiarando che preferirebbe addirittura morire (emoriar) piuttosto che essere suo, ma Eco, nel ripeterne le ultime parole, ne stravolge e rovescia il significato: nella frase di Narciso, infatti, il congiuntivo è il verbo di una proposizione subordinata introdotta da antequam (qui scomposto nei suoi due elementi, ante e quam), mentre nella frase di Eco, che ripete soltanto le ultime parole, diventa un congiuntivo indipendente con valore ottativo ( Che tu possa avermi ). L effetto di eco è riprodotto qui dalla collocazione delle stesse parole nella medesima giacitura metrica. fugit fugiensque: poliptoto e allitterazione*. Manus conplexibus aufer: lett. allontana le mani dagli abbracci . emoriar: indicativo futuro, ma grammaticalmente potrebbe essere anche congiuntivo presente. sit tibi copia nostra: lett. sia a te disponibilità di me , con nostri plurale poetico. Rettu lit: indicativo perfetto di refe ro. nihil nisi: lett. niente se non , cioè nientr altro che ; nota l allitterazione. 393-399. Spreta latet figuram Da questo momento (ex illo, da allora ), Eco, disprezzata , si ritira a vivere in antri solitari (solis in antris), ma l amore resta fisso (haeret) [in lei] e il dolore causato dal rifiuto non fa che accrescerlo. La ninfa infine si strugge, letteralmente, d amore: il suo corpo piano piano svanisce («le angosce insonni estenuano [tenuant] il corpo infelice, / la magrezza restringe [adducit, qui nel senso di fa corrugare ] la pelle, e la linfa vitale / si disperde per l aria , trad. G. Paduano), lasciando prima solo le ossa e la voce (vox tantum atque ossa supersunt), infine soltanto la voce, con le ossa divenute di pietra. Spreta: participio perfetto di sperno. pudibunda ora: plurale poetico. aera: trisillabo (a ra). una forma di accusativo alternativa al più regolare aerem. ossa ferunt figuram: lett. dicono che le ossa abbiano preso la forma di una pietra . 521

Tua vivit imago - volume 2
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Età augustea