Tua vivit imago - volume 2

Jan Carel van Eyck, La caduta di Fetonte, 1636-1638. Madrid, Museo del Prado. Come interpretare il discorso di Pitagora? In realtà, c è un punto delle Metamorfosi che potrebbe rivelare quale avrebbe potuto essere l intenzione dell autore: si tratta del lungo discorso pronunciato da Pitagora, come abbiamo visto, nell ultimo libro del poema ( T18), che invita al rispetto per ogni forma di vita sulla base proprio della trasformazione di tutte le cose e della dottrina della metempsicosi; e ci sono, in effetti, diversi critici che indicano nel passo una vera e propria spiegazione filosofica di tutto quanto è stato esposto nei quattordici libri precedenti: la visione del mondo presupposta dall opera, e l interpretazione della stessa, sarebbero, dunque, esplicitamente fornite dal poeta. Le cose, tuttavia, non sono così semplici, perché non possiamo essere sicuri del fatto che il punto di vista di Ovidio coincida con quello di Pitagora, tanto che ci sono stati studiosi che hanno interpretato il discorso del filosofo come umoristico e parodistico (C. Segal), mentre altri hanno sostenuto che in quel discorso il poeta abbia voluto far vedere ai lettori quanto noiosa avrebbe potuto essere la trattazione del fenomeno metamorfico se avesse preso la forma di un poema didascalico piuttosto che quella di un poema epico-catalogico (K. Galinsky). Le Metamorfosi e Augusto Un altro aspetto assai controverso è quello del rapporto con l ideologia augustea: anche in questo caso, a un primo livello si può semplicemente affermare che le Metamorfosi, che si chiudono con l apoteosi di Cesare e la celebrazione di Augusto, sono un opera non certo problematica da tale punto di vista. Ci sono, tuttavia, studiosi che ritengono non soltanto false, ma addirittura esplicitamente ironiche le parti celebrative, e considerano dunque le Metamorfosi un poema antiaugusteo (B. Otis). Non solo: nella chiusa dell opera (XV, 871-879) Ovidio rivendica i propri meriti artistici, affermando di aver costruito un monumento che non potrà essere distrutto dall ira di Giove , cioè dai fulmini. Iamque opus exegi, quod nec Iovis ira nec ignis nec poterit ferrum nec edax abolere vetustas. Cum volet, illa dies, quae nil nisi corporis huius ius habet, incerti spatium mihi finiat aevi: 875 parte tamen meliore mei super alta perennis astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum, quaque patet domitis Romana potentia terris, ore legar populi, perque omnia saecula fama, siquid habent veri vatum praesagia, vivam. Ho compiuto un opera che non potrà cancellare né l ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo [ingordo. Venga quando vorrà il giorno che ha giurisdizione [soltanto sul mio corpo, a finire il tempo incerto della mia [esistenza; 875 salirò con la parte migliore di me in eterno alle stelle, e il mio nome sarà indistruttibile. Dovunque si estende sulle terre assoggettate la potenza [romana, mi leggeranno le labbra del popolo e, grazie alla Fama, [se c è qualcosa di vero nelle profezie dei poeti, vivrò per tutti i secoli. (trad. G. Paduano) Nella poesia dell esilio, la metafora dei fulmini di Giove è impiegata proprio in riferimento alla punizione inflitta al poeta da Augusto: sorge allora spontaneo il sospetto che quei versi siano stati scritti dopo il provvedimento della relegatio, o nell imminenza dello stesso, o che comunque alludano, per quanto assai indirettamente, a un possibile contrasto fra il poeta e il principe. 453

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Età augustea