Tua vivit imago - volume 2

L ET DI AUGUSTO 25 30 Omnia consuevi timidus perferre superbae iussa neque arguto facta dolore queri. Pro quo divini fontes et frigida rupes et datur inculto tramite dura quies; et quodcumque meae possunt narrare querelae, cogor ad argutas dicere solus avis. Sed qualiscumque es, reso nent mihi «Cynthia silvae, nec deserta tuo nomine saxa vacent. Sono ormai avvezzo a sopportare timoroso il volere della superba padrona, e a non lamentarne le azioni con vivo dolore. In cambio di ciò ricevo divine fonti, fredde rocce, duro riposo su un aspro sentiero; e qualunque cosa possa narrare la mia tristezza, è forza dirla in solitudine ai canori uccelli. Ma comunque tu sia, le selve risuonino per me «Cinzia , e le rocce deserte non siano prive del tuo nome! (trad. L. Canali, con adattamenti) tale offesa costringe l amante ad amare di più, ma a voler bene di meno . Quae: è neutro (e non femminile come curas) plurale: traduci ma queste cose . Omnia dolore queri: Properzio si è abituato a sopportare tutto in silenzio e a non lamentarsi (queri) con dolore sonoro (arguto dolore), cioè ad alta voce (salvo quando si trova, come ora, in luoghi deserti). Gli iussa di Cinzia alludono, naturalmente, al motivo del servitium amoris. Queri ripren- de alla fine, con Ringkomposition*, querenti del v. 1. 27-32. Pro quo divini vacent In cambio della sua devozione, Properzio riceve la condanna alla solitudine in luoghi freddi e scomodi, dove persino il «riposo è «duro (dura quies), e a poter rivolgere le sue lamentele (meae querelae) soltanto agli uccelli. Nonostante tutto, l elegia si chiude con una rinnovata dichiarazione d amore per Cinzia, qualunque ella sia (qualiscumque es): il poeta continuerà, infatti, a invocarne il nome tra le selve e le rocce deserte. Anche qui c è una reminiscenza delle Bucoliche virgiliane, più precisamente l inizio della prima ecloga, vv. 4-5: tu, Tityre, lentus in umbra / formosam resonare doces Amaryllida silvas, «tu, o Titiro, placido nell ombra, fai risuonare le selve del nome della bella Amarilli (trad. L. Canali). reso nent vacent: congiuntivi ottativi. Analisi del testo Il lamento elegiaco come sfogo In Properzio la poesia non ha soltanto la funzione di corteggiamento che è propria, in generale, del genere elegiaco, ma anche una funzione consolatoria, quella cioè di consentire al poeta di sfogare il proprio dolore. Questa elegia è un esempio tipico di tale funzione, con il poeta che si rifugia in luoghi deserti e solitari per dare sfogo alla propria sofferenza e al risentimento nei confronti di Cinzia. Il componimento rimane comunque una dichiarazione d amore per Cinzia, il cui nome è, di fatto, onnipresente: è pronunciato due volte dal poeta all inizio del suo lamento (mea Cynthia Cynthia, vv. 5-6), viene inciso sulle cortecce degli alberi (v. 22) ed è 430 fatto risuonare dai boschi e dalle pietre nel distico di chiusura (v. 31). Sempre nella chiusa è poi significativa la ripresa dell incipit* dell elegia, che però viene qui, di fatto, implicitamente contraddetto: il poeta è andato alla ricerca di «luoghi deserti e silenziosi (deserta loca et taciturna, v. 1), ma vuole, allo stesso tempo, che quegli stessi luoghi risuonino del nome di Cinzia (reso nent mihi «Cinthya silvae, v. 31), cessando così di essere silenziosi, e che non siano privi del suo nome (nec deserta tuo nomine saxa vacent, v. 32), cessando dunque di essere «deserti (in latino è usato, non a caso, lo stesso aggettivo). Questo vero e proprio paradosso è espressione e conseguenza della condizione del poeta, che cerca la solitudine

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Età augustea