Tua vivit imago - volume 2

L ET DI AUGUSTO 60 65 70 Te spectem, suprema mihi cum venerit hora, te teneam moriens deficiente manu. Flebis et arsuro positum me, Delia, lecto, tristibus et lacrimis oscula mixta dabis. Flebis: non tua sunt duro praecordia ferro vincta, neque in tenero stat tibi corde silex. Illo non iuvenis poterit de funere quisquam lumina, non virgo, sicca referre domum. Tu Manes ne laede meos, sed parce solutis crinibus et teneris, Delia, parce genis. Interea, dum fata sinunt, iungamus amores: iam veniet tenebris Mors adoperta caput, iam subre pet iners aetas, nec amare decebit, dicere nec cano blanditias capite. Ch io miri te, quando verrà l ora suprema, e possa morendo tenerti con languida mano. Mi piangerai, o Delia, composto sul feretro destinato al rogo e mi darai baci misti a dolenti lagrime. Piangerai: il tuo cuore non è cinto da duro ferro, e nel tenero petto non hai certamente una pietra. Nessun giovane, nessuna fanciulla potranno tornare a casa da quelle esequie con gli occhi asciutti. Ma tu non far soffrire la mia ombra, risparmia, o Delia, i tuoi capelli disciolti e le tenere guance! Intanto, finché i fati lo permettono, congiungiamo i nostri amori; presto verrà la Morte con il capo cinto di tenebre, subentrerà la torpida vecchiaia, e più non sarà conveniente con i capelli bianchi amare e sussurrarci parole carezzevoli. 59-68. Te spectem parce genis Il vagheggiamento della morte in presenza della donna amata e del proprio funerale con la partecipazione di quest ultima in lacrime è un tema che si incontra più volte in Tibullo (à T3, vv. 5-10) e negli altri poeti elegiaci (Properzio I, 17; II, 13); Lìgdamo vi dedica un intera elegia (la III, 2 del Corpus Tibullianum). Te spectem te teneam: nota l anafora* di te (seguita, nei distici successivi, da quella di flebis) e l allitterazione te teneam. Spectem e teneam sono congiuntivi ottativi ( possa io ). deficiente manu: ablativo assoluto ( mentre la mano viene meno ) oppure strumentale ( con la mano che viene meno ). Flebis et dabis: costruisci: Flebis me positum lecto arsuro (participio futuro del verbo ardeo) et dabis oscula mixta tristibus lacrimis. 384 tua praecordia: i praecordia in senso stretto sono i muscoli intorno al cuore, ma il termine è usato spesso, come qui, per indicare il cuore in quanto sede dei sentimenti (come poi cor nel verso successivo). L immagine della pietra al posto del cuore è tradizionale, mentre più originale è quella del cuore incatenato da vincoli di ferro. lumina sicca referre domum: lett. riportare a casa gli occhi asciutti (referre è infinito presente di refe ro). ne laede: imperativo negativo arcaico e poetico. sed parce genis: il gesto di sciogliere, tagliare o strapparsi i capelli, così come quello di graffiarsi le guance, era una tradizionale manifestazione di lutto. Nota ancora un altra ripetizione (parce parce), tesa ad aumentare il pàthos. 69-74. Interea inseruisse iuvat Il pensiero della vecchiaia e della morte come invito all amore è topico e presente già nella letteratura greca (per esempio, in Mimnermo): tra gli esempi più celebri nella poesia latina si possono ricordare il carme 5 di Catullo (Vivamus, mea Lesbia, atque amemus) e il carme I, 9 di Orazio (à p. 294). Un espressione pressoché identica (dum nos fata sinunt) si legge anche in Properzio (II, 15, 23-24): «finché i fati ce lo permettono, saziamoci gli occhi di amore: / viene per te una lunga notte, e il giorno non tornerà , trad. L. Canali). iungamus: congiuntivo esortativo. caput: accusativo di relazione (lett. cinta il capo ). iam iam: ancora un anafora, a scandire qui l arrivo della vecchiaia. iners aetas: nota la diversa valenza che assume qui l aggettivo rispetto ai vv. 5 e 58: il poeta, segnis inersque nella mi-

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Età augustea