T9 - Cantico del gallo silvestre (Operette morali)

T9

Cantico del gallo silvestre

Operette morali, 18

Scritta nel novembre del 1824, quest’operetta è l’ultima tra quelle composte in quell’anno. Leopardi affida al gallo selvatico, una favolosa creatura della tradizione ebraica, il compito di sintetizzare la verità sulla condizione umana. Anche se si affaticano per altri scopi, gli esseri umani hanno come unico fine certo la morte, mentre l’universo si conserva intatto e impassibile.

Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la terra, o vogliamo

dire mezzo nell’uno e mezzo nell’altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in

sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo.1 Questo gallo gigante,

oltre a varie particolarità che di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso

5      di ragione; o certo,2 come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a

profferir parole a guisa degli uomini:3 perocché4 si è trovato in una cartapecora5

antica, scritto in lettera ebraica,6 e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica 

e talmudica,7 un cantico intitolato, Scir detarnegòl bara letzafra,8 cioè Cantico

mattutino del gallo silvestre: il quale, non senza fatica grande, né senza interrogare

10    più d’un rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto e filosofo ebreo, sono venuto a

capo d’intendere, e di ridurre in volgare9 come qui appresso si vede. Non ho potuto

per ancora ritrarre10 se questo Cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero

tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola; e chi l’oda cantare, o chi l’abbia

udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico vi fosse

15    recato11 da qualche altra. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto;12 per farlo più

fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi è

paruto13 di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica.14 Lo stile

interrotto,15 e forse qualche volta gonfio,16 non mi dovrà essere imputato; essendo

conforme a quello del testo originale: il qual testo corrisponde in questa parte

20    all’uso delle lingue, e massime17 dei poeti, d’oriente.

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra, e partonsene le immagini 

vane.18 Sorgete; ripigliatevi la soma19 della vita; riducetevi20 dal mondo falso nel

vero. Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre21 coll’animo tutti i pensieri della

sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi;22 si propone23

25    i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire24 nello spazio del giorno

nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella

sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo 

desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero non è prima desto,25 che egli

ritorna nelle mani26 dell’infelicità sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il

30    quale concorse o letizia o speranza. L’una e l’altra insino alla vigilia del dì seguente,

conservasi intera e salva; ma in questa, o manca o declina.27

Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla vita; se

sotto l’astro diurno,28 languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi,

non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere

35    per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né susurro d’api o di farfalle scorresse

per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle

tempeste, sorgesse in alcuna banda;29 certo l’universo sarebbe inutile; ma forse

che vi si troverebbe o copia30 minore di felicità, o più di miseria, che31 oggi non vi

si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia:32 nello

40    spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti

tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei

mortali da te vedute finora, pensi tu che pur33 una ottenesse l’intento suo, che fu

la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi

vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual

45    campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese

abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme34 illustrano35 e scaldano? 

Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell’imo36 delle spelonche, o nel

profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o

che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o

50    animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e

notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu

beato o infelice?

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna

forza di fuori, niuno intrinseco37 movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno;

55    ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la

morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una

somiglianza di quella.38 Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non

fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto39 di questo sonno breve e

caduco, è male per sé mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a

60    portarla,40 fa di bisogno41 ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena,42

e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte.43

Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto44 il morire.

Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che

sono. Certo l’ultima causa45 dell’essere non è la felicità; perocché niuna cosa è

65    felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera

loro; ma da niuna l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi

e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non

per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte.

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile.46

70    Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti;

ma quasi tutti se ne producono e formano di presente:47 perocché gli animi in

quell’ora, eziandio senza materia48 alcuna speciale e determinata, inclinano sopra

tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza49 dei

mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla

75    disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque

ella in niun modo se gli convenga.50 Molti infortuni e travagli propri, molte cause

di timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero la

sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato sono volte in dispregio,51

e quasi per poco in riso come effetto di errori, e d’immaginazioni vane. La sera è

80    comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla

giovanezza: questo per lo più racconsolato e confidente;52 la sera trista, scoraggiata

e inchinevole53 a sperar male. Ma come la gioventù della vita intera, così quella

che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente54

anche il dì si riduce per loro in età provetta.55

85    Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto,56 

anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo, che quando il vivente

a57 più segni si avvede della declinazione58 del proprio essere, appena ne ha sperimentato 

la perfezione, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, 

che già scemano.59 In qualunque genere di creature mortali, la massima parte

90    del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata

alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, 

e di sì gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell’universo si affretta

infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo

medesimo apparisce60 immune dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno

95    e nel verno61 si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione

nuova ringiovanisce. Ma siccome62 i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun 

giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì,63

e finalmente64 si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, 

nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo,

100 e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi

umani, e loro maravigliosi moti,65 che furono famosissimi in altre età, non resta

oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e

calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio;66 ma un silenzio nudo, e

una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano67 mirabile 

105 e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso,68

si dileguerà e perderassi.69

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Per esprimere la propria visione della vita e dell’universo, Leopardi ricorre alla finzione romanzesca del manoscritto ritrovato, affermando di aver letto una misteriosa pergamena in un’oscura lingua ebraica, tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica (rr. 7-8), e averla tradotta e riscritta in lingua italiana. Tale invenzione è assai frequente in letteratura: dal vescovo Turpino, mitico cantore citato nei poemi cavallereschi italiani di Pulci, Boiardo e Ariosto, fino agli anonimi ispiratori del Don Chisciotte di Cervantes e dei Promessi sposi di Manzoni, questo artificio narrativo consente all’autore reale di attribuire ad altri l’origine della propria opera, e poco importa se il lettore ne diffida e non ci crede. L’effetto che ne consegue è sempre straniante, poiché si ha l’impressione che quanto riportato non rientri nella volontà di chi scrive, che così distanzia sé stesso da quanto afferma e apparentemente si libera di ogni coinvolgimento personale.

Nell’eliminare ogni traccia di soggettività e dare una veste mitica alle affermazioni contenute nell’operetta, Leopardi sceglie un osservatore remoto e inquietante, estraneo alle passioni degli uomini e perciò spietato analista e fine giudice delle loro abitudini. Nel suo monologo profetico, un gigantesco gallo si rivolge da subito direttamente ai viventi, invitandoli a svegliarsi (Su, mortali, destatevi, r. 21). E, fin qui, nulla di anomalo: il gallo, che nelle religioni antiche è simbolo della rinascita, creatura sacra al dio solare Apollo, svolge il proprio consueto compito all’alba, quando agli uomini è regalato l’unico momento di speranza, benché fugace. Qui però, invece che l’inizio della vita, il gallo celebra la sua fine. Il tema centrale del suo canto è infatti la morte, a cui tutto tende, unica conclusione di un’esistenza senza felicità, legge universale estesa agli uomini, alle cose e al cosmo intero.

Il gallo ricorda agli esseri viventi il processo ineluttabile che li porta giorno dopo giorno a una lenta consunzione e infine alla distruzione; un processo addolcito solo dalla benefica pausa del sonno, particella di morte (r. 62) che con le sue immagini vane (r. 22) distrae gli individui dalla quotidiana pena di vivere e consente loro di recuperare quel poco di energie essenziali per riprendere il faticoso cammino dell’esistenza.

Le scelte stilistiche

A differenza delle altre Operette, in questa Leopardi non utilizza, se non nel preambolo, il registro ironico né quell’impassibile stile argomentativo che sorregge il suo raziocinante materialismo. Quasi scusandosi per l’uso dello stile interrotto, e forse qualche volta gonfio (rr. 17-18), che finge di imputare al manoscritto originale, il poeta utilizza una sintassi paratattica e frammentata (i periodi sono per lo più brevi e in pochissimi casi vi sono subordinate) e una prosa poetica, ricca di figure retoriche (similitudini, anafore, accumulazioni, parallelismi). Non è casuale che alcuni dei temi e delle espressioni rie­vochino precisi passi poetici: i grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età (rr. 101-102), di cui non resta oggi segno né fama alcuna (rr. 102-103) ricordano la fuga inesorabile del tempo, che inghiotte ogni cosa nella morte e nel nulla, nella Sera del dì di festa ( T15, p. 114); le domande che il gallo formula al sole richiamano quelle, anch’esse senza risposta, che il pastore formula alla luna nel Canto notturno ( T19, p. 133); infine un’eco evidente dell’Infinito ( T14, p. 108) è presente nelle espressioni profondissima quiete (r. 34), silenzio nudo (r. 104), quiete altissima (r. 105) e spazio immenso (r. 105).

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Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 In che cosa consiste l’invito rivolto dal gallo ai mortali?


2 Come spieghi l’elogio del sonno?

Analizzare

3 Come si è detto nell’analisi, quest’operetta differisce dalle altre per un’accentuata natura poetica. Individua nel testo un esempio di ciascuna delle seguenti figure retoriche.


Figure retoriche

Esempi

metafora

 

similitudine

 

anafora, parallelismo e accumulazione

 

Interpretare

4 Perché si può dire che quest’operetta sia riconducibile alla fase del cosiddetto “pessimismo cosmico” leopardiano?

Produrre

5 Scrivere per argomentare. Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) sosteneva che «il pessimismo moderno è un’espressione dell’inutilità del mondo moderno, non già del mondo e dell’esistenza». Alla luce del pensiero leopardiano e sulla base delle tue conoscenze, rifletti su questo tema con un testo argomentativo di circa 30 righe.

Per approfondire Leopardi e Schopenhauer

Un famoso studio di Francesco De Sanctis (Schopenhauer e Leopardi, 1858) suggerì un parallelo tra il poeta italiano e il filosofo tedesco (1788-1860). Arthur Schopenhauer fu, in effetti, tra i primi a comprendere la novità del pensiero leopardiano: riferendosi all’analisi del dolore umano condotta nelle Operette morali, egli scrisse che nessuno aveva «trattato così bene e così esaurientemente questo soggetto» quanto il poeta recanatese.

Molti sono i motivi che paiono accomunare i due pensatori: la visione pessimistica dell’uomo e di tutta la natura, intesa come teatro di un perenne conflitto fra gli individui per la soddisfazione dei propri bisogni; l’impossibilità di conseguire il piacere senza far nascere un dolore e una mancanza ancora più forte; i paragoni fra la sofferenza umana e quella animale.Tuttavia, se la diagnosi della condizione dell’essere vivente può considerarsi analoga, del tutto differente è la soluzione che i due autori suggeriscono ai propri simili. Per Leopardi l’individuo non può che far perno sulla ragione, l’unico strumento di conoscenza vera di cui si dispone, capace di fornire del dolore un’analisi lucida e intellettualmente onesta, di contro alle illusioni romantiche o cristiane; per Schopenhauer, al contrario, la ragione non è altro che rappresentazione e dunque coglie sempre e soltanto i fenomeni, ciò che si mostra a chi guarda, e mai l’essenza delle cose. Ne consegue che se per Leopardi la ragione conduce l’uomo a sopportare la sofferenza con dignitosa accettazione e a desiderare una civiltà umana fondata sulla compassione e sul conforto reciproco, per Schopenhauer l’unica via praticabile è la non-azione, il non-volere (ciò che egli chiama noluntas), l’estinzione del sé, il nulla ancora in vita.

Si tratta di una concezione che indica la possibilità di un riscatto dalla miseria dell’esistenza solo grazie alla forza degli istinti e alla cieca volontà di vivere.È una prospettiva del tutto irrazionalistica, lontana dall’impronta illuministica che permea il pensiero filosofico di Leopardi.

Vola alta parola - Giacomo Leopardi
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