2 - All’origine dell’infelicità

2 All’origine dell’infelicità

Quale fu il rapporto di Leopardi con l’ambiente familiare? In che modo esso influì sullo sviluppo del suo pensiero? E quali nessi si possono individuare tra la sua sofferenza fisica e la formazione della sua personalità e della sua visione dell’individuo? Per molto tempo si è creduto di poter accedere all’universo poetico di questo autore, rivelandone le origini e la prima ispirazione, solo rispondendo a queste tre domande. In effetti, è impossibile negare il carattere autobiografico della scrittura di Leopardi: i colori e i suoni del paesaggio recanatese, la solitudine nel «natio borgo selvaggio», l’eco delle esperienze realmente vissute, il ricordo delle sensazioni e delle immaginazioni giovanili rivivono nei suoi versi come testimoni, trasfigurati in poesia, del rapporto, tipicamente romantico, tra arte e vita.

Non c’è dubbio che anche la relazione con i genitori influì – e non poco – sulla sensibilità e sulla vita emotiva del giovane intellettuale. Il padre Monaldo, opprimente e dispotico, ma non privo di umanità, intrattenne con Giacomo fino all’ultimo, anche a distanza, un rapporto di scambio culturale e di affetto, costituendo una figura di profonda ambivalenza: egli è per Leopardi il simbolo, da un lato, di un «luogo protetto dell’affettività e della rassicurazione» e, dall’altro, di un «luogo dell’opposizione, dell’estraneità, della castrazione» (Bellucci). Decisamente più univoca è l’immagine della madre Adelaide, fredda e bigotta, troppo impegnata a curare l’amministrazione del patrimonio familiare per riservare al figlio tenerezza e calore materno.

Tuttavia, sarebbe profondamente sbagliato risolvere e spiegare il percorso letterario e filosofico del poeta soltanto alla luce della sua difficile esistenza, poiché rischieremmo di semplificare il suo pensiero, negandogli il carattere universale che indubbiamente ha e riducendolo all’effetto di una situazione patologica o affettiva personale. Lo stesso Leopardi disapprovava senza mezze misure quanti ponevano in una relazione di causa ed effetto la sua infermità fisica con il suo pensiero, considerando dunque le sue «opinioni filosofiche come il risultato delle [sue] sofferenze particolari»: «Prima di morire protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità, e pregherò i miei lettori di impegnarsi a confutare le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che a mettere in risalto le mie malattie» (dalla lettera al filologo svizzero Luigi de Sinner, 24 maggio 1832).

Piuttosto possiamo evidenziare come le angosce della sua vita, in primo luogo dovute alla malattia, abbiano rappresentato per lui una sorta di spinta propulsiva a indagare la condizione di tutti gli esseri viventi in modo radicale e mai consolatorio. Come ha scritto il critico e filologo Sebastiano Timpanaro, la sofferenza «dette al Leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta del pesante condizionamento che la natura esercita sull’uomo, dell’infelicità dell’uomo come essere fisico». Pessimista non perché gobbo, dunque, ma perché capace di rendere il proprio dolore uno straordinario strumento di conoscenza, quasi (e paradossalmente) un privilegio per demistificare i facili miti con cui l’uomo conforta sé stesso e nasconde la realtà del proprio destino. 

Vola alta parola - Giacomo Leopardi
Vola alta parola - Giacomo Leopardi