T21 - Il sabato del villaggio

T21

Il sabato del villaggio

Canti, 25

Come nella Quiete dopo la tempesta, anche in questa poesia, composta nello stesso periodo (settembre 1829), Recanati rappresenta un “microcosmo” utile a raffigurare una condizione esistenziale che riguarda tutti gli individui.


Metro Canzone libera composta da 4 strofe di diversa misura, formate da endecasillabi e settenari liberamente rimati.

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Audiolettura

La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole,

col suo fascio dell’erba; e reca in mano

un mazzolin di rose e di viole,

5      onde, siccome suole,

ornare ella si appresta

dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

su la scala a filar la vecchierella,

10    incontro là dove si perde il giorno;

e novellando vien del suo buon tempo,

quando ai dì della festa ella si ornava,

ed ancor sana e snella

solea danzar la sera intra di quei

15    ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,

torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

giù da’ colli e da’ tetti,

al biancheggiar della recente luna.

20    Or la squilla dà segno

della festa che viene;

ed a quel suon diresti

che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

25    su la piazzuola in frotta,

e qua e là saltando,

fanno un lieto romore:

e intanto riede alla sua parca mensa,

fischiando, il zappatore,

30    e seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

e tutto l’altro tace,

odi il martel picchiare, odi la sega

del legnaiuol, che veglia

35    nella chiusa bottega alla lucerna,

e s’affretta, e s’adopra

di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

40    diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

cotesta età fiorita

45    è come un giorno d’allegrezza pieno,

giorno chiaro, sereno,

che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

stagion lieta è cotesta.

50    Altro dirti non vo’; ma la tua festa

ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 >> pagina 145

Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Nella Quiete dopo la tempesta ( T20, p. 140) – insieme al quale il presente componimento forma una sorta di dittico – il piacere illusorio era quello successivo alla paura e al dolore; nel Sabato del villaggio è invece quello che precede la festa. Il primo testo si concludeva con ironia e con il pensiero della morte; il secondo con una nota affettuosa rivolta agli adolescenti affinché godano della gioia speranzosa del sabato della vita: la festa che verrà sarà meno piacevole.

Come il sabato è infatti il giorno più lieto della settimana, perché viviamo in anticipo l’allegria che immaginiamo nel seguente giorno festivo, così la fanciullezza è il periodo più sereno dell’esistenza, in quanto il nostro animo è pervaso da un’ottimistica aspettativa dell’avvenire. Ma, come poi la domenica trascorrerà triste e vuota, allo stesso modo la maturità della vita si rivelerà deludente, giacché, anziché portare i beni e la felicità sperata, si rivelerà fonte di disinganno e di dolore. Dunque l’unica gioia che ci è concessa è quella dell’attesa: l’immaginazione di un bene sperato è sempre migliore del suo godimento effettivo e il sogno è infinitamente più bello della realtà.
Leopardi, come in altri componimenti, parte dall’idillio, cioè dalla descrizione di uno spettacolo familiare e paesano, e giunge a una meditazione filosofica sulla vita e sul destino degli uomini. Tuttavia non si tratta di due elementi slegati tra loro. Già nella prima strofa, incentrata sulla narrazione della gaiezza delle persone che attendono la domenica, vengono introdotte immagini dal chiaro significato simbolico. Per esempio la donzelletta rappresenta la speranza nel futuro, mentre la vecchierella, non a caso rivolta al tramonto (cioè al passato), simboleggia il piacere che si prova nel ricordo, poiché nella «rimembranza» la realtà viene trasfigurata e diventa più gradevole. Ciò significa che per Leopardi la felicità in atto non esiste; essa è solo illusione, nel senso che la aspettiamo per il futuro oppure la immaginiamo nel passato: «Il piacere è sempre passato o futuro» (Zibaldone, 20 gennaio 1821).

Le scelte stilistiche

Il tono della poesia è lieve: anche se la filosofia comunicata dal poeta è sconsolata, ciò non lo conduce a osservazioni brusche e perentorie. Al contrario il suo discorso si svolge pacato, quasi con infantile cordialità. L’allocuzione finale al garzoncello scherzoso (v. 43) si chiude nel segno di una premurosa affabilità; perfino l’invito a godere il piccolo spazio di piacere della giovinezza prima che esso sia travolto dall’implacabile continuità della noia e del dolore della vita è come alluso, pietosamente dissimulato dalla preterizione (Altro dirti non vo’, v. 50): perché turbare le ingenue speranze del fanciullo, confidandogli prima del tempo l’incombere dell’«arido vero»?

Verso le COMPETENZE

COMPRENDERE

1 Fai la parafrasi della prima strofa.


2 Come si spiega, nella prima strofa, l’animazione delle persone?


3 Qual è la preoccupazione del falegname?


4 Perché la domenica appare più triste del sabato? In quali pensieri sono assorte le persone nel giorno festivo?

ANALIZZARE

5 Nel testo torna più volte il termine festa. Rintraccia tutte le occorrenze del vocabolo e spiega il significato che esso assume di volta in volta.


6 Individua tutti gli elementi lessicali che fanno riferimento al motivo dell’attesa.


7 Al verso 15 compagni è

  • a soggetto.
  • b complemento oggetto.
  • c complemento predicativo del soggetto.
  • d complemento predicativo dell’oggetto.


8 Individua i nomi alterati e spiega la loro funzione espressiva.


9 Quale figura di posizione puoi individuare ai vv. 6-7, 40-41 e 50-51?

 >> pagina 146

INTERPRETARE

10 Spiega in che modo i verbi utilizzati in riferimento alla donzelletta (v. 1) e alla vecchierella (v. 9) sottolineino il valore simbolico di queste due figure.


11 Quale concetto, poi esplicitamente sviluppato, viene anticipato dall’immagine della vecchierella (vv. 9 e ss.)?

Produrre

12 Scrivere per confrontare. Come accennato nella nota 4, il poeta Giovanni Pascoli ha notato come rose e viole non potevano comparire nello stesso mazzolino: «Rose e viole nello stesso mazzolino campestre d’una villanella, mi pare che il Leopardi non le abbia potute vedere», annota maliziosamente. Nella scrittura di un testo creativo, poetico o narrativo, è preferibile l’estrema precisione oppure l’efficacia delle immagini, anche a costo di essere imprecisi? Sulla base dei tuoi studi e delle tue conoscenze personali, rifletti sul tema con un testo argomentativo di circa 30 righe.

T22

A se stesso

Canti, 28

Scritto probabilmente nel 1833, è il testo più duro e disperato del cosiddetto “ciclo di Aspasia”: concentrato in 16 versi, costituisce l’appello finale del poeta al proprio cuore. In esso Leopardi sviluppa il tema della disillusione amorosa, a partire dalla sfortunata esperienza di una passione non corrisposta, quella per Fanny Targioni Tozzetti, una nobildonna fiorentina bellissima e affascinante, ma fredda e insensibile nei suoi confronti.


Metro Endecasillabi e settenari liberamente rimati.

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

5      non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

10     la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

15    poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.

 >> pagina 147 

Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Svanita la possibilità di una relazione con la donna amata, il poeta, rivolgendosi al proprio cuore, esprime una visione sconsolata della vita e lo esorta a non tenere più in alcun conto i sentimenti, che sono pure illusioni, la natura, che è matrigna, ostile agli uomini e anche l’universo, che è inutile e privo di significato. In particolare, Leopardi si scaglia contro il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera (vv. 14-15): una sorta di imprecazione rivolta contro una forza del male che a suo giudizio regge il destino umano, presiedendo nascostamente allo svolgersi di ogni vita.

Le scelte stilistiche

La caratteristica formale più evidente del componimento è la sintassi secca e spezzata in periodi brevi e brevissimi: abbandonata volutamente ogni leggerezza lirica, la frammentarietà dei versi sottolinea una raggiunta e definitiva imperturbabilità, che le palpitazioni e le illusioni avevano, almeno in una certa fase della vita del poeta, insidiato. Ora invece lo sfogo bandisce anche l’espressione dei desideri e dei rimpianti: viene meno lo spazio della memoria, scompare la dolce rievocazione del passato, domina solo l’esacerbata razionalità per imprimere, a mo’ di epigrafe, l’ultima negativa verità che avvolge la superficie vuota della vita (l’infinita vanità del tutto, v. 16).

Il frequente cadere del punto fermo a metà del verso (sono presenti ben 12 periodi in soli 16 versi) dà alla metrica un andamento singhiozzante, capace di rendere anche sul piano ritmico il dolore del poeta, un ritmo in cui il pensiero prevale sul canto: è come se la sua voce non trovasse lo spazio sufficiente per distendersi. Il testo è dominato da verbi al modo indicativo, i quali esprimono la perentorietà di una decisione di rinuncia e distacco, che Leopardi impone a sé stesso proponendosi di non cedere più, in futuro, alle lusinghe delle speranze e dei sentimenti. L’anafora del passato remoto perì (vv. 2 e 3) dà il senso di una fine inesorabile, così come la ripetizione insistita di altre espressioni (oltre a perì, nei primi 8 versi troviamo poserai per sempre, posa per sempre, l’inganno estremo, inganno, inganni) pare quasi il segno di un’incapacità di trovare (e quindi modificare) le parole. Alcune frasi assumono il tono di sentenze lapidarie, conseguenza del gelo impassibile, perfino sprezzante, che si è impossessato del cuore del poeta: né di sospiri è degna / la terra (vv. 8-9); Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo (vv. 9-10); Al gener nostro il fato / non donò che il morire (vv. 12-13).
 >> pagina 148 

Un’ultima osservazione riguarda il lessico usato da Leopardi nel canto. In esso trovano spazio tutti i termini appartenenti al vocabolario sentimentale che caratterizza l’intera raccolta dei Canti, compresi quelli più vaghi e indefiniti come sempre, eterno, infinito e tutto, che però qui non ampliano più – come accadeva negli idilli – le facoltà dei sensi. Essi, cioè, appaiono «ormai privi della loro maschera, svelati nella loro vanità» (Rota), senza cioè quell’eco di illusione che prima possedevano. Si pensi ancora agli inganni, ai cari inganni (v. 4) che hanno offerto al poeta ragione di vita; oppure ai palpiti (Assai palpitasti, v. 6-7) e ai sospiri, compagni delle sue passioni giovanili: di tutto ciò ormai non rimane che il ricordo, non la dolce «rimembranza», ma solo una traccia remota guardata con gli occhi di un’esperienza definitivamente disingannata.

Verso le COMPETENZE

COMPRENDERE

1 A chi si rivolge il poeta?


2 Come sono definiti, nel testo, la vita, il mondo e la natura?

ANALIZZARE

3 Individua la divisione dei periodi e gli eventuali enjambement: che ritmo conferiscono al componimento?


4 Inserisci nella tabella sottostante i verbi secondo il modo e il tempo e poi rifletti sui seguenti quesiti.


Imperativo presente

Indicativo presente 

 

Indicativo passato remoto

 

  • Con quale di essi il poeta si rivolge al suo cuore? Perché?
  • Per cosa viene utilizzato l’indicativo passato remoto? Che cosa sottolinea?
  • Per cosa viene utilizzato l’indicativo presente? Per quale motivo, secondo te?

5 Che cosa sono i cari inganni (v. 4)? E quale differenza c’è tra la speme e il desiderio di essi?

INTERPRETARE

6 Quali tra i seguenti sentimenti prevalgono, secondo te, nel componimento e perché? Motiva la tua risposta con riferimenti al testo


frustrazione delusione   disillusione  rabbia   desiderio di riposo e pace

Produrre

7 Scrivere per raccontare. Sull’esempio di Leopardi, scrivi un testo narrativo di circa 30 righe in cui ti rivolgi a te stesso per tracciare una sorta di bilancio esistenziale.

Vola alta parola - Giacomo Leopardi
Vola alta parola - Giacomo Leopardi