La vita

La vita

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912. Di estrazione piccolo-borghese, è figlia di Irma Poggibonsi, una maestra modenese di origini ebraiche, e di Augusto Morante, un istitutore di riformatorio il quale, pur non essendo il padre naturale (che è invece un impiegato siciliano), riconosce la bambina e le assegna il suo cognome. Dopo gli studi liceali si distacca dalla famiglia e, per mantenersi, incomincia a collaborare a giornali e riviste pubblicando poesie e racconti. La sua vocazione letteraria è dunque precocisissima e, per quanto la sua vena creativa sia ancora immatura, mostra già alcuni caratteri personali quali il piacere dell’invenzione, il gusto dell’avventura, il bisogno di evasione.

Nel 1936 la Morante incontra Alberto Moravia, romanziere già molto noto, con cui inizia una relazione amorosa da subito complicata. Nel 1938 scrive a un’amica: «A. [Alberto] mi vuole bene ma ogni tanto scappa via verso i più lontani paesi. Poi dice che bisogna finirla e poi mi prega di non finirla per carità. Ecc. Ora poi ho scoperto che io non so stare al mondo e da quel momento siamo diventati una specie di favola perché in qualunque luogo e in mezzo a qualunque consesso rispettabile non finisce mai di farmi delle prediche e di arrabbiarsi a vuoto perché io al mondo non ci saprò mai stare. Vorrei, non so come dirti, fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo». Nonostante le difficoltà, i due si sposano nel 1941 con rito cattolico; lo stesso anno viene pubblicata la prima raccolta di racconti della scrittrice, Il gioco segreto, cui segue, nel 1942, la fiaba Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina.

A causa dell’occupazione nazista, dal settembre del 1943 Elsa e il marito, antifascista di origini ebraiche, si nascondono in Ciociaria: da lì tornano a Roma, dopo la liberazione della città, nell’estate del 1944. Nella capitale, la Morante riprende il romanzo sospeso durante la guerra: nel 1948 esce così Menzogna e sortilegio, cui fa seguito, nel 1957, L’isola di Arturo, che ottiene il Premio Strega.

Il successo letterario, tuttavia, non cancella dall’animo della Morante inquietudini e malinconie, che il grigio matrimonio con Moravia accentua ulteriormente. Le lettere che il marito le indirizza durante i suoi viaggi di lavoro raccontano di un rapporto prosaico, quasi burocratico, addolcito qualche volta dall’affetto, mai dall’amore. Elsa gli rinfaccia di non amarla abbastanza: «Dio che solitudine. Toccare il fondo della solitudine, sì, è la parola – scrive sul suo diario – Un viso che sia un viso d’amore che dimentichi se stesso che ti guardi per un attimo almeno dimenticando se stesso ti guardi con amore Dio mio dove dove?… almeno potessi dormire… In cambio dell’amore ho avuto grettezza e gelo. Che finisca presto tutto che finisca che finisca…».

Gli anni Sessanta inaugurano un periodo difficile per la scrittrice: nel 1962, si suicida un giovane pittore americano, Bill Morrow, con il quale aveva intrecciato nei mesi precedenti un’appassionata relazione amorosa; subito dopo, si separa da Moravia. Compie lunghi viaggi all’estero, che non mitigano una sempre più cupa crisi esistenziale.

A differenza di molti letterati a lei contemporanei, non trova conforto o entusiasmo nell’impegno politico. Segue con iniziale adesione le proteste dei giovani del Sessantotto, ma presto se ne distacca denunciandone il settarismo e la deriva ideologica: a un giovane intellettuale, Goffredo Fofi, e ai suoi amici militanti del gruppo della sinistra extraparlamentare “Lotta continua” rinfaccia di essere «tutti fascisti».

L’unica consolazione è la scrittura. Nel 1974 esce presso Einaudi il romanzo La Storia, accolto con entusiasmo dal pubblico ma recensito negativamente da molti critici, che vi scorgono una componente populistica e una visione fatalisticamente pessimista, lontana dai dettami marxisti e leninisti imperanti presso una parte del mondo intellettuale dell’epoca. Alle polemiche suscitate dal libro si accompagna un ulteriore incupimento dello stato d’animo della Morante, come si può vedere anche nella sua ultima opera, il romanzo Aracoeli, edito nel 1982. L’anno successivo la scrittrice tenta il suicidio, si salva, ma non supera lo stato di profonda depressione. Muore d’infarto in una clinica a Roma nel 1985.

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il CARATTERE

  Le passioni di una donna ribelle al proprio tempo

Raramente si può dire come nel caso di Elsa Morante che l’opera letteraria rispecchi il temperamento di chi l’ha prodotta. Raramente – si può aggiungere – si trovano casi come il suo di fedeltà assoluta e di dedizione sconfinata alla scrittura: come se raccontare storie rappresentasse l’unica soluzione per sopravvivere alle difficoltà della vita e agli orrori del Novecento. La vita non le regalerà mai quella bellezza che, invece, lei era convinta di poter ricavare tra le pagine di un libro, letto o scritto, o tra i recessi più segreti del sogno e dell’immaginazione.

Un temperamento ombroso

Le testimonianze di chi ha conosciuto la Morante si assomigliano tutte: quella donna affascinante e dal contegno severo, eppure improvvisamente acceso dalle passioni, covava gli stessi segreti turbamenti che complicavano le contorte psicologie dei suoi personaggi. Selvatica come i gatti che tanto amava, non è mai guarita da quell’insoddisfazione del quotidiano che anzi, con il passare degli anni, si è tramutata in vera disperazione. Né faceva alcunché per celare il proprio malessere: silenziosa, tagliente, spesso accigliata, non conosceva mezze misure nel rapportarsi con il prossimo.

Amava o odiava, venendo ricambiata con la stessa moneta. Per questo, gli altri scrittori ne temevano il giudizio: le stroncature che la Morante riservava ai suoi colleghi non conoscevano alcun bon ton diplomatico. D’altro canto, non si può dire che fosse estranea alla vita dei salotti, a cui partecipava suo malgrado per compiacere il molto più mondano Moravia: le fotografie dei rotocalchi illustrati la immortalavano spesso in compagni di scrittori, pittori, registi, in occasione di feste, ricevimenti, premiazioni. Ma in una circostanza scrisse che «le coppie di letterati sono una peste»: era chiaro che si riferisse anche alla sua.

La solitudine come antidoto all’ipocrisia

Nel frivolo mondo della cultura romana si sentiva come un’emarginata: il temperamento anarchico la rendeva come un pesce fuor d’acqua, una donna poco incline ai convenevoli e alle ipocrisie di quell’universo in cui regnava l’affettazione. In questa scontrosità c’era inoltre un elemento di innata polemica antropologica e culturale. La Morante infatti definiva sprezzantemente «letterati» tutti coloro che si occupavano di letteratura per mestiere, i critici, gli artefici delle tendenze alla moda, gli autori alla ricerca del successo: arrivò ad affermare che il suo ideale di scrittore «di tutto si interessa, fuorché di letteratura».

Si capisce dunque perché Elsa, così sorda alle richieste dell’editoria e del mercato, del tutto indisponibile a ogni forma di compromesso, sia artistico sia umano, finisse per allontanarsi da un mondo che le stava stretto. Alla politica dei partiti non era interessata, a quella dei movimenti (si pensi al Sessantotto) riservò una partecipazione del tutto effimera e nemmeno il successo che le decretarono i lettori quando pubblicò La Storia la incoraggiò a uscire dall’isolamento: così, silenziosa e intransigente testimone della propria epoca, la Morante rimase sempre fedele a una sensibilità esacerbata che non ammetteva deroghe, coinvolta fino in fondo nelle contraddizioni e nei dolori di un tempo ostile.

Le opere

Menzogna e sortilegio

Dopo l’esordio con la raccolta di racconti Il gioco segreto (1941) e la fiaba per bambini Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1942), la Morante scrive durante gli anni della Seconda guerra mondiale il primo romanzo, Menzogna e sortilegio, che pubblica nel 1948, ottenendo il prestigioso Premio Viareggio.

La storia viene raccontata in prima persona da Elisa, una giovane siciliana che, rimasta sola dopo la morte della sua protettrice Rosaria, decide di ricordare le anime tormentate dei genitori, i loro amori infelici, la vanità e la follia della sua famiglia. A prima vista, dunque, si tratta di una saga familiare, ma il racconto storico è intessuto di fantasticherie e collocato in un contesto immaginario e ricco di suggestioni fiabesche: per tali elementi l’opera si discosta nettamente dalla chiarezza documentaria del Neorealismo.

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L’isola di Arturo

Nel 1957 esce il secondo romanzo della scrittrice, L’isola di Arturo, che riceve nello stesso anno il premio Strega.

La narrazione è affidata alla voce del protagonista Arturo Gerace, che a distanza di molto tempo dagli eventi ricorda la propria infanzia e fanciullezza a Procida, isola dell’arcipelago napoletano. Il ragazzo, orfano di madre, cresce solo e senza regole, libero di scorazzare nella natura selvaggia e di accendere la propria fantasia leggendo i libri di avventura che trova in casa. Vive nel suo Eden felice e adora il padre Wilhelm: l’uomo gli appare bellissimo e misterioso e, poiché è spesso lontano da casa, lo immagina protagonista di viaggi e avventure straordinari.

Quando Arturo ha ormai quattordici anni, il padre si risposa con una ragazza di appena sedici anni proveniente dai quartieri popolari di Napoli, di nome Nunziata. La presenza della giovane donna spezza la condizione di armonia di Arturo: egli prova sentimenti contrastanti per la matrigna, a metà tra gelosia e attrazione, e la tratta con fastidio e disprezzo. La situazione peggiora con la nascita di un fratellastro, che ottiene tutte le attenzioni di Nunziata: Arturo sperimenta così un doloroso e, per lui nuovo, senso di esclusione. Agitato da pensieri ed emozioni confusi, il ragazzo conosce Assuntina, una giovanissima vedova che si invaghisce di lui e lo seduce: tale esperienza lo rende consapevole della reale natura del suo trasporto per Nunziata, di cui capisce di essere innamorato.

All’amore per Nunziata, che però lo respinge, si aggiunge il crollo del mito del padre, di cui intuisce l’omosessualità e che si rivela ai suoi occhi come un uomo triste, egoista e meschino. Nulla del suo mitico mondo infantile, a questo punto, è sopravvissuto e Arturo, ormai cresciuto, abbandona per sempre l’isola nel giorno del suo sedicesimo compleanno.

Poiché il romanzo è un libro di memorie raccontate in prima persona, possiamo distinguere l’Arturo narratore e l’Arturo narrato. Del narratore non sappiamo nulla, a eccezione del nome. Chi racconta non ci dice, infatti, quanto tempo è trascorso dalle vicende: non sappiamo, così, quanti anni ha l’Arturo adulto né dove vive o che lavoro fa. Di una cosa sola egli ci informa: che, dopo la sua partenza, non è mai più tornato a Procida, e che ha avuto, da persone di passaggio, poche notizie su Nunziata e sul padre, senza però rivederli mai più.

Il lettore, invece, vede esclusivamente l’Arturo narrato, il fanciullo sognatore e inconsapevole che il narratore è stato una volta, prima che gli eventi raccontati dal romanzo lo facessero crescere, portandolo alla piena consapevolezza del mondo ma strappandolo all’universo paradisiaco della sua felicità infantile. Capiamo, così, che chi racconta cerca di ritrovare, scavando nella memoria, l’antica purezza delle sue percezioni incontaminate, l’ingenuità felice del bambino che vedeva sé stesso e il mondo attraverso il filtro favoloso della sua ingenuità.

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La vicenda di Arturo ha come sfondo esclusivo il paesaggio dell’isola di Procida, che il narratore descrive con attenzione precisa ai dati naturalistici e dal quale, nel racconto, non si allontana mai. Dietro la fedeltà al reale, però, la rievocazione rivela qualcosa in più: l’incontaminata natura dell’isola, le casette e il carcere caricano il luogo di significati ulteriori, mitici e simbolici. In questa atmosfera fiabesca, infatti, il giovane Arturo vive un’infanzia priva di dolore, o di noia, pensando a sé stesso come a un principe, protagonista di avventure eroiche come quelle dei suoi libri.

Se lo spazio è ben delimitato e rigorosamente chiuso, il tempo della storia, invece, non viene chiarito con precisione fino al capitolo finale. Solo nelle ultime pagine, si scopre che la vicenda si svolge nei due anni che precedono la Seconda guerra mondiale, perché Arturo viene a conoscenza di «grandi eventi internazionali» di cui, nel suo isolamento, non aveva sentito nulla. Siamo, dunque, alla fine degli anni Trenta, ma nulla, nella rappresentazione dell’isola e nel racconto, ci lascia capire la precisa storicità della vicenda che, al contrario, sembra vaga e sospesa in un generico passato.

L’isola di Arturo propone uno schema narrativo che possiamo ricondurre a quello del romanzo di formazione ottocentesco. A ben vedere, infatti, Arturo passa, nel corso della vicenda, dall’infanzia all’età adulta: il mondo intatto e meraviglioso dei suoi primi anni di vita si infrange contro la traumatica scoperta della verità, prima dei suoi sentimenti per Nunziata, poi della vita reale del mitizzato Wilhelm.

Elsa Morante propone così, nella storia di Arturo, la vicenda universale della crescita, il passaggio dal narcisismo infantile, che ci mette al centro dell’universo, al mondo dei grandi, regolato da leggi che l’età dell’innocenza non comprende: l’amore, il dolore, la menzogna, il contrasto tra desiderio e dovere. Ma questa evoluzione non costituisce, per la scrittrice, una conquista: se da una parte, infatti, l’Arturo che lascia l’isola è veramente carico di esperienza e pronto ad affrontare il mondo, dall’altra egli, anche da uomo fatto, si riconosce confuso e incapace di capire realmente il proprio passato. Un passato che, benché concluso, continua a esercitare, sul narratore, un’irresistibile, magnetica attrazione.

Il romanzo adotta uno stile enfatico ed emotivo, carico di pathos e di figure retoriche, per coinvolgere il lettore e aiutarlo a capire, anche attraverso l’espressione, l’acuta sensibilità e la facile eccitabilità di Arturo. Si riscontrano, così, esclamazioni teatrali, domande retoriche, dialoghi concitati e mossi, evidenziati, anche nelle scelte tipografiche, da corsivi e maiuscoletti. Abbondano i paragoni e le metafore, per dare al discorso del protagonista una suggestiva nota lirica, come per farci capire la sottigliezza delle sue percezioni e la creatività della sua immaginazione.

Lo scialle andaluso

A Menzogna e sortilegio e a L’isola di Arturo, segue, nel 1963, la raccolta Lo scialle andaluso, composta di dodici racconti giovanili. Le storie riproducono, in scala minore, i motivi prediletti dalla scrittrice, rappresentati in scala maggiore nei suoi romanzi: anche se il titolo del libro riprende solo quello dell’ultimo racconto, dove la complessa relazione di affetto e gelosia tra una madre e suo figlio è simboleggiata dallo scialle andaluso della donna, i temi e le atmosfere della raccolta sono molteplici, toccando i sentimenti dell’adolescenza (Il compagno), le evocazioni fiabesche e magiche (Il ladro dei lumi), la malinconia (Il cugino Venanzio).

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Il mondo salvato dai ragazzini

Come abbiamo visto, gli anni Sessanta sono anni di grande trasformazione, nella società, nella cultura italiana, e anche nella letteratura: soprattutto i giovani, nel 1968, sono protagonisti di un movimento di protesta e di contestazione, che critica la tradizione e l’autorità. In quell’anno l’autrice pubblica Il mondo salvato dai ragazzini, una raccolta di testi piuttosto eccentrica e difficile da classificare entro le coordinate di un genere preciso, ma composta per lo più da poesie dedicate ai giovani. I temi sono svariati: il dolore per la morte di un amico, l’esperienza dei paradisi artificiali e delle droghe, l’idea della poesia e dell’arte letteraria come soluzione alle tensioni disgreganti della realtà, la distinzione tra i «Felici Pochi» che riconoscono la realtà affidandosi alla bellezza del sogno e dell’immaginazione e gli «Infelici Molti», ossia i potenti, i cinici e gli indifferenti che governano il mondo e hanno perso l’ingenuità e la spontaneità.

La Storia

Iniziato nel 1971, nel 1974 esce La Storia, pubblicato da Einaudi in edizione economica per volontà della stessa Morante, affinché fosse accessibile a un vasto numero di lettori. Si tratta di un romanzo storico, ambientato tra il 1941 e il 1947, durante la Seconda guerra mondiale e l’inizio del dopoguerra. La struttura dell’opera è particolare: a ogni capitolo l’autrice antepone un resoconto degli avvenimenti storici che fanno da cornice ai fatti narrati.

L’ispirazione è legata a un fatto di cronaca: il ritrovamento, in un appartamento del ’ispirazione è legata a un fatto di cronaca: il ritrovamento, in un appartamento del quartiere romano di Testaccio, di una madre impazzita, del figlioletto morto e di una cagna furiosa. L’opera realizza l’intento della scrittrice di raccontare le brevi esistenze di coloro che vivono ai margini della Storia; tali sono i protagonisti del romanzo: Ida, una maestra di scuola elementare, ebrea per parte di madre, rimasta vedova; i suoi figli Antonio, detto Nino, e Giuseppe, detto Useppe; i cani Blitz e Bella.

Un giorno del gennaio 1941, Ida viene seguita da un giovane soldato tedesco in partenza per l’Africa (dove poi morirà), che le usa violenza. Rimasta incinta, partorirà il piccolo Useppe nel Ghetto, assistita da un’ostetrica ebrea.

In seguito ai bombardamenti del quartiere di San Lorenzo, la famiglia è costretta a riparare in un capannone alla periferia di Roma dove, in un unico stanzone, vivrà fino alla fine della guerra. Qui, una notte, si presenta un giovane, Carlo Vivaldi, che instaura un legame d’amicizia con Nino. Egli rivela le sue idee anarchiche e la sua vera identità (è in realtà un ebreo di nome Davide Segre) solo dopo essere diventato un partigiano. Terminata la guerra, Ida e Useppe fanno ritorno in città: il bambino, di un’intelligenza e d’una vivacità fuori del comune, è però affetto da epilessia, malattia che lo porta alla morte a soli sei anni. Nel frattempo, anche Nino e Davide Segre muoiono, il primo vittima di un incidente stradale, il secondo, con ogni probabilità, in seguito a un’overdose di barbiturici. Ida sopravvive ai propri figli, ma è ormai lontana dal mondo e dalla vita.

Il romanzo consegna al lettore una visione tragica e fatalistica della Storia: il fine dell’autrice, realizzato nella Storia con maggiore respiro che negli altri romanzi, è trovare le parole per raccontare l’orrore. Al tempo stesso, tuttavia, l’opera è anche una testimonianza della forza d’animo e del desiderio di felicità dei suoi protagonisti.

Le reazioni della critica sono però fredde, se non dichiaratamente ostili. Il dibattito che si sviluppa sui giornali e sulle riviste di sinistra stigmatizza la mancanza di impegno ideologico del libro; in particolare, si denuncia il suo pessimismo e la sfiducia nelle possibilità di cambiare il corso degli eventi. Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, amico della Morante, le rimprovera lo stile manieristico nella costruzione dei personaggi e nelle scelte linguistiche (una riproduzione goffa e poco convincente del dialetto romanesco).

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Aracoeli

Nel 1976 Elsa Morante comincia Aracoeli (che uscirà nel 1982), il suo quarto e ultimo romanzo, per la cui stesura si reca più volte in Andalusia. Protagonista e narratore dell’opera è Manuel, un omosessuale di quarantatré anni ossessionato dalla memoria dell’infanzia e dalla figura della madre spagnola, Aracoeli, andata in sposa giovanissima a un ufficiale dell’esercito italiano. La lingua materna delle nenie e delle canzoni infantili continua a risuonare nella mente del protagonista, che, ormai alle soglie della maturità, rimpiange la perdita della madre insieme a quella della propria giovinezza.

Se l’Isola di Arturo era un romanzo di formazione, qui ci troviamo di fronte a «una Bildung all’inverso» (Rosa): in un viaggio a ritroso nella memoria, Manuel si reca a El Almendral, villaggio d’origine della madre scomparsa, per tentare di ritrovare le tracce di lei bambina e dello zio di cui porta il nome. In modo ancora più intenso e drammatico rispetto ai romanzi precedenti, Aracoeli mette in primo piano la coppia madre-figlio, raccontando attraverso la giustapposizione dei piani temporali e l’uso calibrato del flash back lo splendore dell’infanzia e la discesa agli inferi rappresentata dall’età adulta.

I grandi temi

1 Realtà e immaginazione

La figura di Elsa Morante nella letteratura italiana ed europea del Novecento costituisce indubbiamente un caso singolare. Mentre i grandi autori del secolo, da Proust a Joyce, da Svevo a Pirandello, hanno scardinato le strutture del romanzo tradizionale e gli scrittori a lei contemporanei, legati alla temperie neorealistica, hanno creduto nel valore sociale e ideologico del racconto, la Morante afferma una visione della letteratura refrattaria alle mode dominanti, lungo i percorsi di una ricerca introversa e lontana dal dibattito e dalle tendenze del suo tempo. Tutta la sua produzione è, a ben vedere, sempre legata a un bisogno personale di scrivere storie, come a compensare un malessere profondo nei confronti della civiltà moderna, meccanica e alienata, alla quale si sente profondamente estranea.

Tale visione affiora in tutti i suoi scritti creativi ma è rivendicata anche su un piano teorico in una conferenza tenuta a Torino nel 1965 dal titolo Pro o contro la bomba atomica: l’autrice afferma che il fine della letteratura è offrire una forma di «verità» attraverso la trasfigurazione poetica della «realtà degli oggetti». Prendendo le distanze dal Neorealismo e dalla sua volontà – che considera arida – di documentare il presente, la Morante approda a una propria definizione di realismo, nella quale si esprime la necessità di trasformare in verità dal valore universale («valore per il mondo», lo chiama) una realtà effimera, contingente e caotica.

Questa fiducia nella resa poetica della realtà è controbilanciata dalla necessità di una lotta contro l’irrealtà, ossia contro tutto ciò che è crudele e disumano. La bomba atomica, a cui fa riferimento il titolo dell’intervento, è appunto la metafora di una minaccia all’umanità intera e all’universo oggetto dell’opera d’arte, che ha il compito «di impedire la disintegrazione della coscienza umana», restituendole integrità dinanzi all’alienazione, alla frammentarietà e all’orrore del reale.

Da tali presupposti, si capisce perché l’istinto di narratrice si manifesta nella Morante nella continua ricerca di una dimensione alternativa, destinata a scivolare verso il piano, per lei affascinante e onnipresente, della favola. È in questa atmosfera, spesso onirica e surreale, che si collocano le vicende e i personaggi delle sue opere, per lo più descritti – secondo un modulo, diremmo, ottocentesco – attraverso il filtro del narratore onnisciente all’interno di ampie costruzioni narrative.

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La letteratura è per la Morante, dunque, uno strumento per trasfigurare il mondo e per rivelarne la bellezza segreta, che si può cogliere soprattutto nella fanciullezza. Solo l’esistenza elementare delle creature più semplici garantisce una felicità libera e autentica: la spontaneità costituisce l’unico mezzo che permette all’individuo di realizzarsi. Per questo troviamo spesso nella sua opera figure di bambini e adolescenti: l’universo dell’infanzia e della giovinezza ancora immatura conserva quella beata e innocente anarchia che è destinata a corrompersi con l’età adulta, deformata dai pregiudizi e dalla costrizioni imposte dalla società.

T1

Il compagno

Inserito nelle raccolte Il gioco segreto (1941) e Lo scialle andaluso (1963), il racconto viene pubblicato per la prima volta nel 1940 sulla rivista “Oggi”.

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Audiolettura

Ero un ragazzo di tredici anni, scolaro di ginnasio:1 fra tanti miei compagni né
belli né brutti, ce n’era uno bellissimo. Egli era troppo ribelle e pigro per essere il
primo della classe; ma, tutti lo vedevano, il minimo sforzo gli sarebbe bastato per
diventarlo. Nessuna delle nostre intelligenze si rivelava, come la sua, limpida e 

5      felice. Il primo della classe ero io; avevo l’indole poetica e, pensando al compagno,
mi veniva fatto di chiamarlo Arcangelo.

A rievocarlo con questo nome, rivedo i suoi capelli dorati e piuttosto lunghi,
la curva delle sue guance che si accordava così gentilmente con quella delle sue
labbra, l’orgogliosa luce degli occhi. Risento perfino la sua risata piena d’infantile 

10    abbandono: simile ad un’acqua rimasta limpida attraverso tutti questi anni.

Il compagno era così viziato dalla natura, che nessuno di noi dubitava lo fosse
anche dalla fortuna. La sua superbia era legittima, certo egli era il più ricco di noi
tutti. Aveva i capelli ben pettinati, graziose cravattine, e i libri di scuola rilegati con
un bel cartone rosso lucido. Nessuno di noi si presumeva degno di essere ammesso 

15    alla sua casa; che, senza averla vista, ci figuravamo regale.

Tutti i giorni veniva a prenderlo una donna che, a quanto egli stesso ci disse, era
la sua serva. Alta e riservata, superba si sarebbe detto, ella aveva le guance pallide,

le palpebre sbattute di chi dorme poco la notte, e una treccia così splendida e
pesante da parer d’oro massiccio: raccolta in crocchia2 sulla nuca, secondo il 

20    costume delle popolane.

I due si scambiavano un sorriso; in cui vedo oggi una complicità; poi la donna,
con l’umile sollecitudine di una serva appunto, prendeva la cartella dalle
mani del compagno. E se ne andavano insieme verso quella dimora mai vista, su
cui fantasticavo.

25    Sebbene io fossi il primo della classe, e non lui, mi empivo3 di fierezza quand’egli
mi chiamava col mio nome di battesimo Augusto, invece di chiamarmi col cognome,
come faceva con gli altri scolari.

Un giorno (il compagno era stato invitato alla cattedra per essere interrogato),
alcuni di noi si accorsero subito che il suo viso era diverso. C’era nei suoi occhi 

30    una specie di spavento furtivo. Pareva uno, io pensai con pietà, che nell’uscire ha
lasciato a casa un ospite feroce il quale, nella sua assenza, può infuriare4 sulle cose
amate. Alla prima domanda del professore, fissò sulla cattedra quegli occhi stupefatti;
poi scoppiò in uno strano pianto. Strano perché non liberatore e spontaneo,
come quello degli altri fanciulli dell’età sua; ma faticoso, amaro come quello degli 

35    adulti il cui dolore è impietrito e senza scampo. A vederlo piangere così, la testa
ripiegata tra le braccia e agitata da sussulti, ci vinceva lo stesso angoscioso disagio
che si prova a veder piangere un uomo.

La mattina dopo, sapemmo la causa di tutto questo: il compagno infatti non
venne a scuola perché sua madre, malata da qualche giorno, era morta quella notte. 

40    Sapemmo pure che sua madre era proprio quella popolana che soleva aspettarlo
all’uscita; certo lui si vergognava della sua povertà, e per questo aveva finto
ch’ella fosse la sua serva.

Tale spregevole commedia eccitò il nostro disprezzo contro il compagno; ma,
poiché lui cessò di frequentare la scuola, gli altri scolari non poterono vendicarsi. 

45    La vendetta fu riservata a me.

Il compagno, già da prima orfano di padre, non avendo altri parenti, fu raccolto
per carità da uno zio bottegaio che lo mise in bottega come garzone. Non erano
passati molti mesi da che aveva lasciato la scuola quando io, entrato per caso in
quella bottega, lo ritrovai. Uscivo appunto dalla lezione e avevo i miei libri sotto 

50    il braccio. Egli portava un abitino troppo stretto e troppo corto; e sulle spalle piuttosto
esili il suo viso infantile era così bello che, mio malgrado, mi venne fatto di
chiamarlo fra me come prima: Arcangelo. Guardandomi, ebbe il sorrisetto sforzato
di un fanciullo percosso che, per non darvi soddisfazione, fa finta di nulla. Ma vedendomi
freddo e silenzioso al di qua del banco, forse indovinò lo sdegno che io, 

55    come tutti gli altri ragazzi, sentivo per lui. Le sue pupille si accesero di superbia, il
suo sorriso diventò vittorioso e sprezzante, e, a bassa voce, mi disse: «Sgobbone.»

Non so chi formò per me la frase della risposta, e la portò alle mie labbra di
fanciullo. Essa riecheggia in me come estranea: pure5 la pronunciai: «Figlio di serva»,
gli dissi. Ebbi appena il tempo, dopo questo, di vedere il suo rossore infocato6 

60    e poi, subito, il suo pallore: in cui egli mi apparve così abbandonato e inerme nella
sua viltà, che d’un tratto riebbi per lui, tutto intero, il mio fanciullesco amore di
compagno. Di corsa uscii dalla bottega.

Da allora non l’ho più rivisto né ho più sentito parlare di lui; ma ancora oggi,
malgrado il mio disprezzo, il mio sentimento per quel compagno è tale che, se lo 

65    sapessi in prigione (non so perché la mia mente si ferma su questa ipotesi come sulla
più verosimile), sarei pronto a prendere il suo posto purché lui venisse liberato.

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Da allora non l’ho più rivisto né ho più sentito parlare di lui (r. 63), afferma Augusto, il narratore, a proposito del protagonista del racconto. Nonostante il tempo, però, egli nutre ancora per il compagno un’ammirazione adorante. Ce lo descrive, infatti, come un fanciullo dalle straordinarie doti di bellezza e di intelligenza, un giovane letteralmente viziato dalla natura (r. 11), che, con lui, è stata particolarmente prodiga di doni. Per nascita, infatti, le qualità di Arcangelo abbondano a tal punto che, come le ricchezze di un aristocratico, il giovane può permettersi di sprecarle: la sua superiorità è così evidente da non avere bisogno di essere dimostrata ed egli si permette, pertanto, di essere troppo ribelle e pigro (r. 2) negli studi.

Augusto, al contrario, a scuola vuole primeggiare, e lo fa con determinazione e successo. Infatti è lui il primo della classe ed è molto felice perché Arcangelo gli concede, riconoscendo così il valore del suo primato, il privilegio esclusivo di chiamarlo con il nome di battesimo e non con il cognome, come fa con gli altri scolari (r. 27). Nella piena fierezza (r. 25) con cui Augusto reagisce all’onore ricevuto da Arcangelo il lettore avverte il legame speciale tra i due ragazzi che, l’uno nel comportamento dell’altro, hanno la reciproca conferma della loro eccezionalità.

Studenti del ginnasio, Augusto e i suoi compagni sono convinti, come credevano gli antichi Greci, che alla bellezza fisica corrisponda un animo nobile e alla benevolenza del destino. Nessuno di loro mette in dubbio, pertanto, che Arcangelo sia amato anche dalla fortuna (r. 12) e provenga da una famiglia altolocata, da una casa che, senza averla vista (r. 15), tutti immaginano regale (r. 15).

L’amara realtà, però, scopre la meschinità dell’eroe idealizzato: l’adorazione che il narratore prova per l’amico, inizialmente incrollabile, si trasforma in un altrettanto fermo sdegno. Stupito e deluso, infatti, egli vorrebbe vendicarsi di chi, dietro l’arroganza dei suoi modi, ha nascosto a tutti la propria natura bugiarda e la propria reale condizione sociale, occultata da una spregevole commedia (r. 43). Però, quando l’occasione gli si presenta, i sentimenti di Augusto sono confusi: da una parte, infatti, egli è intenzionalmente freddo e silenzioso (r. 54) con Arcangelo ma, dall’altra, lo vede abbandonato e inerme (r. 60) e, subito pentito di averlo umiliato ed etichettato con crudeltà (Figlio di serva, r. 58), scappa dalla bottega in preda al senso di colpa.

Nel rievocare la sua fanciullezza, così, il narratore fa emergere gli intensi sentimenti in conflitto nel suo cuore. Nella mescolanza inestricabile di fanciullesco amore di compagno (rr. 60-61) e di disprezzo (r. 43) per il superbo Arcangelo, l’autrice vuole ritrarre una dolorosa capacità dell’animo umano: quella di ferire coloro che amiamo, e di amare coloro che ci feriscono.

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Le scelte stilistiche

Il lettore viene posto di fronte alle particolareggiate memorie di Augusto: conosciamo l’età del narratore all’epoca dei fatti; abbiamo un minuzioso ritratto del compagno, dei suoi tratti fisici e, addirittura, della sua limpida (r. 4) risata. Ci vengono riferiti con esattezza i tratti della sua personalità, e il colore dei suoi libri, le sue graziose cravattine (r. 13).

Alla determinatezza dei dettagli, però, si accompagna una sorprendente vaghezza del quadro complessivo. Non sappiamo, a parte il nome, nulla del narratore. Quanti anni ha quando racconta? Quanto tempo è passato dai fatti? In quale città sono accaduti gli avvenimenti, e quando? Anche il compagno è una figura nel complesso sfuggente: non abbiamo la sua versione dei fatti né sappiamo il suo vero nome, ma solo come lo vede il narratore. La Morante, in tal modo, fa nascere nel lettore una sensazione di indeterminatezza che conferisce a questa breve storia l’atmosfera lontana e suggestiva di una fantasia o di un mito.

Verso le COMPETENZE

COMPRENDERE

1 Chi è la donna che tutti i giorni va a prendere Arcangelo a scuola?


2 Perché i compagni di scuola, dopo la morte della madre di lui, disprezzano Arcangelo?


3 Che cosa succede quando i due compagni si incontrano nuovamente dopo qualche mese?

ANALIZZARE

4 Quando Arcangelo viene interrogato e poi scoppia a piangere, quali i sono i segni che ne denunciano il particolare stato psicologico? Individua i passi e le espressioni del testo.

INTERPRETARE

5 Perché i compagni credono che Arcangelo sia ricco?


6 Rileggi il passo in cui è narrato l’incontro nella bottega: ti sembra che la descrizione del comportamento di Arcangelo sia condotta in maniera obiettiva o sia influenzato dal pregiudizio del narratore? Esponi le tue considerazioni.

Produrre

7 Scrivere per esprimere. Mettiti nei panni del protagonista e immagina di scrivere, a distanza di anni dall’episodio, una lettera di scuse ad Arcangelo di circa 20 righe.


8 Scrivere per raccontare. Ti è mai capitato di offendere o trattare male qualcuno e poi di pentirtene amaramente? Racconta.

2 Il fascino del mito

Uno degli aspetti più originali della produzione di Elsa Morante è la presenza dell’elemento magico, fiabesco, surreale. Nella personalità della scrittrice, incline al sogno e al meraviglioso, agisce sempre la suggestione di lontani miraggi e misteriosi fantasmi: si tratta di immagini remote e astratte che popolano la sua fantasia e che richiamano l’esistenza di altri mondi, di altre epoche e di altre civiltà, più libere e autentiche di quelle effettivamente vissute.

La nostalgica evocazione di questo universo incontaminato si spiega con il rimpianto provato dalla Morante per una condizione umana istintiva e felice oggi sempre più insidiata dalla civiltà moderna, dall’organizzazione sociale con i suoi vincoli e con le sue prescrizioni (tema, questo, che emerge soprattutto nel Mondo salvato dai ragazzini). Mentre un tempo l’esistenza era regolata dai ritmi magici e da una visione religiosa della vita, ora l’illusione sembra svanita e la ragione materialistica e scettica si è impossessata degli uomini privandoli dell’immaginazione e del contatto più segreto e profondo con le cose.

Tale fiabesca idealizzazione del mito induce la Morante a calare le vicende rappresentate in un contesto sfumato, senza precise coordinate temporali, fuori dalla Storia. È il caso del suo romanzo più celebre, L’isola di Arturo, in cui una sorta di paradiso terrestre, la remota isola di Procida, fa da metafora incantata dell’infanzia del giovane protagonista. Su questo luogo dell’anima, che assomiglia tanto a un regno delle favole, la scrittrice proietta il proprio potere fantastico, capace di avvolgere vicende arcane e personaggi enigmatici in un’aura sospesa tra sortilegio e inquietudine.

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Le figure umane create dalla Morante si trovano, per così dire, disancorate dalle istituzioni, ai margini della civiltà: bambini, uomini e donne che si educano da sé e crescono a contatto con una natura incontaminata, in cui prevalgono passioni e morbosità, sentimenti viscerali e relazioni irrazionali, vissute senza misura. Ma forse non può essere altrimenti: nell’universo morantiano non può esserci buon senso né tanto meno l’osservanza della regola borghese della moderazione. Nel suo mondo arcaico non esistono diritti ma lotte, contrasti e arbitrii che ricordano le remote strutture della vita feudale: al di fuori di questa sorta di età dell’oro, regno di un tempo “assoluto”, ci sono invece la Storia, la guerra, il male, la perdita della felicità e dell’innocenza.

T2

Un regno incantato

L’isola di Arturo

Arturo, il narratore e protagonista, è nato a Procida, piccola isola nel Golfo di Napoli, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Ora è cresciuto e rievoca, da adulto, lo scenario che ha fatto da sfondo alla sua giovinezza.

Le isole del nostro arcipelago,1 laggiù, sul mare napoletano, sono tutte belle.

Le loro terre sono per grande parte di origine vulcanica; e, specialmente in vicinanza
degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi
mai più i simili sul continente.2 In primavera, le colline si coprono di ginestre: 

5      riconosci il loro odore selvatico e carezzevole, appena ti avvicini ai nostri porti,
viaggiando sul mare nel mese di giugno.

Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse
fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini
imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, 

10    coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti,3
che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche,
di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre.
Là, nei giorni quieti, il mare è sereno e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada.
Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere 

15    uno scòrfano,4 ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare
in quell’acqua.

Intorno al porto, le vie sono tutte vicoli senza sole, fra le case rustiche, e antiche
di secoli, che appaiono severe e tristi, sebbene tinte di bei colori di conchiglia,
rosa o cinereo.5 Sui davanzali delle finestruole,6 strette quasi come feritoie,7 si vede 

20    qualche volta una pianta di garofano, coltivata in un barattolo di latta; oppure una
gabbietta che si direbbe adatta per un grillo, e rinchiude una tortora catturata. Le
botteghe sono fonde e oscure come tane di briganti. Nella caffetteria del porto, c’è
un fornello di carboni su cui la padrona fa bollire il caffè alla turca,8 dentro una
cùccuma9 smaltata di turchino. La padrona è vedova da parecchi anni, e porta sempre 

25    l’abito nero di lutto, lo scialle nero, gli orecchini neri. La fotografia del defunto
è sulla parete, a lato della cassa, cinta di festoni di foglie polverose.

L’oste, nella sua bottega, ch’è di faccia al monumento di Cristo Pescatore, alleva
un gufo, legato, per una catenella, a un’asse che sporge in alto dal muro. Il gufo ha
piume nere e grigie, delicate, un elegante ciuffetto in testa, palpebre azzurre, e grandi 

30    occhi d’un color d’oro-rosso, cerchiati di nero; ha un’ala sempre sanguinante,
perché lui stesso continua a straziarsela10 col becco. Se tendi la mano a fargli un lieve
solletico sul petto, curva verso di te la testolina, con una espressione meravigliata.

Al calar della sera, incomincia a dibattersi, prova a staccarsi a volo,11 e ricade,
ritrovandosi qualche volta starnazzante12 a testa in giù, appeso alla sua catenella.

35    Nella chiesa del porto, la più antica dell’isola, vi sono delle sante di cera,13
alte meno di tre palmi,14 chiuse in teche di vetro. Hanno sottane di vero merletto,
ingiallite, mantiglie15 stinte di broccatello,16 capelli veri, e dai loro polsi pendono
minuscoli rosari di vere perle. Sulle loro piccole dita, di un pallore mortuario, le
unghie sono accennate da un segno filiforme, rosso.

40    Nel nostro porto non attraccano quasi mai quelle imbarcazioni eleganti, da
sport o da crociera, che popolano sempre in gran numero gli altri porti dell’arcipelago;
vi vedrai delle chiatte17 o dei barconi mercantili, oltre alle barche da pesca
degli isolani. Il piazzale del porto, in molte ore del giorno, appare quasi deserto;
sulla sinistra, presso la statua di Cristo Pescatore, una sola carrozzella da nolo18 

45    aspetta l’arrivo del piroscafo di linea, che si ferma da noi pochi minuti, e sbarca in
tutto tre o quattro passeggeri, per lo più gente dell’isola. Mai, neppure nella buona
stagione, le nostre spiagge solitarie conoscono il chiasso dei bagnanti che, da
Napoli e da tutte le città, e da tutte le parti del mondo, vanno ad affollare le altre
spiagge dei dintorni. E se per caso uno straniero scende a Procida, si meraviglia di 

50    non trovarvi quella vita promiscua e allegra, feste e conversazioni per le strade, e
canti, e suoni di chitarra e mandolini, per cui la regione di Napoli è conosciuta su
tutta la terra. I Procidani sono scontrosi, taciturni. Le porte sono tutte chiuse, pochi
si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le sue quattro mura, senza mescolarsi
alle altre famiglie. L’amicizia, da noi, non piace. E l’arrivo di un forestiero non 

55    desta curiosità, ma piuttosto diffidenza. Se esso fa delle domande, gli rispondono
di malavoglia; perché la gente, nella mia isola, non ama d’essere spiata nella propria
segretezza.

Sono di razza piccola, bruni, con occhi neri allungati, come gli orientali. E si
direbbero tutti parenti fra di loro, tanto si rassomigliano. Le donne, secondo l’usanza 

60    antica, vivono in clausura come le monache. Molte di loro portano ancora
i capelli lunghi attorcigliati, lo scialle sulla testa, le vesti lunghe, e, d’inverno, gli
zoccoli, sulle grosse calze di cotone nero; mentre che d’estate certune vanno a piedi
nudi. Quando passano a piedi nudi, rapide, senza rumore, e schivando gli incontri,
si direbbero delle gatte selvatiche o delle faine.

65    Esse non scendono mai alle spiagge; per le donne, è peccato bagnarsi nel mare,
e perfino vedere altri che si bagnano, è peccato.

Spesso, nei libri, le case delle antiche città feudali, raggruppate e sparse per la
valle e sui fianchi della collina, tutte in vista del castello che le domina dalla vetta
più alta, sono paragonate a un gregge intorno al pastore. Così, anche a Procida, 

70    le case, da quelle numerose e fitte giù al porto, a quelle più rade su per le colline,
fino ai casali19 isolati della campagna, appaiono, da lontano, proprio simili a un
gregge sparso ai piedi del castello. Questo si leva sulla collina più alta, (la quale fra
le altre collinette, sembra una montagna); e, allargato da costruzioni sovrapposte e
aggiunte attraverso i secoli, ha acquistato la mole d’una cittadella20 gigantesca. Alle 

75    navi che passano al largo, soprattutto la notte, non appare, di Procida, che questa
mole oscura, per cui la nostra isola sembra una fortezza in mezzo al mare.

Da circa duecento anni, il castello è adibito a penitenziario: uno dei più vasti,
credo, di tutta la nazione. Per molta gente, che vive lontano, il nome della mia
isola significa il nome d’un carcere.

80    Sul lato di ponente che guarda il mare, la mia casa è in vista del castello; ma
a una distanza di parecchie centinaia di metri in linea d’aria, al di là di numerosi
piccoli golfi da cui, la notte, si staccano le barche dei pescatori con le lampàre21
accese. La lontananza non lascia distinguere le inferriate delle finestruole, né il via-vai
dei secondini22 intorno alle mura; così che, soprattutto l’inverno, quando l’aria 

85    è brumosa23 e le nubi in cammino gli passano davanti, il penitenziario potrebbe
sembrare un maniero abbandonato, come se ne trovano in tante città antiche. Una
rovina fantastica,24 abitata solo dai serpi, dai gufi e dalle rondini.

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Come se si trovasse sulla cima di un’altura e osservasse il paesaggio che si spalanca sotto i suoi occhi, seguendo una prospettiva estremamente mobile, il lettore è accompagnato dalla voce narrante a esplorare l’isola. Da un primo sguardo, in lontananza, a tutte le isole del nostro arcipelago (r. 1) e alla loro flora, lussureggiante e profumata, la prospettiva si restringe alla sola Procida, di cui sorvoliamo le stradine di campagna oltre i cui muri si stendono frutteti e vigneti (r. 8), le spiagge dalla sabbia chiara e delicata (r. 9), le scogliere torreggianti (rr. 10-11) abitate da uccelli e da creature marine; esploriamo l’interno delle botteghe e della chiesa, e osserviamo l’abitato a volo d’uccello.

Come in un film, si alternano dettagli ravvicinati e visioni panoramiche: il garofano nel barattolo di latta (r. 20) da un lato e la mole oscura (r. 76) vista dalle navi che passano al largo (r. 75) dall’altro; la cùccuma smaltata di turchino (r. 24) della caffetteria e l’insieme delle case, da lontano, proprio simili a un gregge (rr. 71-72). Ne risulta così una rappresentazione insieme minuziosa e complessiva: nella memoria, Arturo ripercorre i luoghi della sua infanzia con la vivacità del bambino che è stato.

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Ripensando alla sua isola, Arturo mescola, nell’immaginazione, percezioni reali e trasfigurazione fantastica. I frutteti, le botteghe, le casette dell’isola diventano, nella sua accesa fantasia, ora giardini imperiali (rr. 8-9), ora tane di briganti (r. 22), ora le case delle antiche città feudali (r. 67). Gli stessi abitanti, gli scontrosi procidani ben noti a chi parla, si trasformano nel ricordo in una stirpe esotica, dagli occhi neri allungati, come gli orientali (r. 58).

Sembra dunque che l’Arturo adulto abbia conservato pressoché intatta la sbrigliata fantasia della sua fanciullezza: la realtà, infatti, gli appare come una fiaba, o un mito, o un’antica leggenda. Il culmine della trasformazione riguarda il castello: l’edificio, immenso e senza tempo, domina il villaggio. Arturo lo rivede, attraverso il mare notturno fiabescamente punteggiato di lampàre (r. 82), da una lontananza che non permette di distinguerne i particolari, che pure egli conosce. Per questa lontananza, soprattutto nelle nebbie dell’inverno, la rocca si tramuta in una sorta di gotico maniero abbandonato (r. 86), una rovina fantastica (r. 87) dalla potente e misteriosa suggestione.

Arturo ricorre con insistenza a un aggettivo: i crateri spenti dei vulcani, dai quali è sorto l’arcipelago, sono antichi (r. 3), come antichi (r. 8) sono i muri delle strade e le case del villaggio, addirittura antiche di secoli (rr. 17-18). E poi la chiesa, la più antica dell’isola (r. 35), e il castello, dalla mole cresciuta attraverso i secoli (r. 74). E come l’abitato ricorda le antiche città feudali (r. 67), così le donne di Procida, dedite alla casa, seguono l’usanza antica (rr. 59-60) nelle superstizioni, negli abiti e nelle acconciature.

In che epoca siamo? È difficile capirlo: nell’isola, infatti, è come se il tempo si fosse fermato. La tecnologia è arretrata (c’è la carrozzella, r. 44; c’è il fornello di carboni, rr. 59-60), la società è ancora costituita da contadini e pescatori. E c’è l’oste, c’è la vedova della caffetteria: figure senza tempo di un mondo arcaico, diffidente e chiuso, lontano dalle rotte del turismo, che portano i bagnanti (r. 47) e la vita promiscua e allegra (r. 50) della modernità su altre spiagge. Estranea ai traffici e al progresso, l’isola diventa, per Arturo, qualcosa di assoluto, il simbolo fatato dell’origine.

Le scelte stilistiche

Arturo vuole coinvolgere tutti i sensi del lettore. I bei colori di conchiglia, rosa o cinereo (rr. 18-19) delle casette stimolano la vista; le voci, ora lamentose, ora allegre (r. 12) delle tortore sollecitano l’udito; l’olfatto è colpito dall’odore selvatico e carezzevole (r. 5) delle ginestre; il tatto percepisce la sabbia delicata (r. 9) delle spiagge.

Ma la lingua che la Morante fa utilizzare al narratore si accende, soprattutto, di forti emozioni. Vediamo, con i diminutivi e i vezzeggiativi, la tenerezza del ricordo: le straducce (r. 7), le finestruole (r. 19). Frequenti similitudini vogliono spiegare l’eccezionale paesaggio dell’isola, dove il mare si posa come una rugiada (r. 13), dove le finestre sono strette come feritoie (r. 19), dove le donne stano rinchiuse come le monache (r. 60). La pungente nostalgia di quel luogo perduto, infine, stringe il cuore di Arturo fino all’esclamazione: Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino (r. 14), dice il narratore, che sarebbe felice di essere il pesce più brutto del mare, pur di nuotare ancora, spensieratamente, nelle acque chiare dell’isola natìa.

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Verso le COMPETENZE

COMPRENDERE

1 Riassumi il brano in circa 5 righe.

ANALIZZARE

2 Quali oggetti vengono menzionati nella descrizione dell’isola e dei suoi abitanti? Quale idea della vita sull’isola trasmettono?


3 Individua nel testo i numerosi paragoni, sia sotto forma di similitudine sia espressi secondo altre modalità espressive. Quale tono contribuiscono a conferire alla descrizione?

INTERPRETARE

4 Che cosa distingue i procidani dagli altri abitanti della zona di Napoli? Questa loro caratteristica è presentata come positiva o negativa?

Produrre

5 Scrivere per descrivere. Riscrivi la descrizione dell’isola di Procida, ribaltandola completamente e quindi offrendone una rappresentazione opposta. Fai attenzione all’uso dei contrari (massimo 20 righe).

3 La visione della Storia

Per comprendere quale sia la visione del mondo della Morante e l’ottica attraverso cui la scrittrice intende illuminarne gli sviluppi e le contraddizioni, può essere utile tenere a mente una sua lapidaria e significativa affermazione: la storia costituisce per lei «uno scandalo che dura da diecimila anni». L’affermazione compare come sottotitolo della prima edizione del romanzo La Storia e riassume il suo atto di accusa contro la violenza e la prevaricazione che da sempre e senza pietà schiacciano i più deboli.

Il corso della civiltà umana è, secondo la Morante, un continuo perpetuarsi di logiche perverse e ingiustizie crudeli ai danni delle vittime, e in particolare delle creature più inermi quali donne e bambini. Essi costituiscono il bersaglio preferito dai potenti, i quali non usano solo le armi che li offendono fisicamente (la fame, la miseria, la morte) ma anche quelle che li umiliano psicologicamente (le ideologie, i luoghi comuni, le norme violente della morale borghese), dissacrandoli e privandoli dell’ingenuità e della spontaneità.

Le vicende umane presentano dunque sempre la medesima opposizione: da una parte regna la Storia con la S maiuscola, quella ufficiale, la macchina del potere che produce sangue, rovina e genocidi; dall’altra quella delle masse di semplici e anonimi individui destinati al sacrificio alla stregua di cavie indifese.

La tragica vicenda del piccolo Useppe, inerme rappresentante di un’umanità vergine esposta alla crudeltà del mondo degli adulti, simboleggia la visione cupa e straziante che la Morante ha della vita: le incessanti domande che il bambino si pone sul perché si nasce e si vive in questo mondo segnato dal dolore non possono che rimanere senza risposta.

La malattia che lo ucciderà, l’epilessia, rappresenta il segno inemendabile di un destino a cui non possono sottrarsi né lui né la madre, la quale concluderà i suoi giorni in manicomio. Non è un caso, naturalmente, che il romanzo si chiuda con la negazione di quella che la Morante considera un dono sublime e miracoloso: la maternità. È una condanna che incarna l’essenza più intima di una civiltà che coincide, di fatto, con la barbarie.

Vola alta parola - volume 6
Vola alta parola - volume 6
Dal Novecento a oggi