TEMI nel TEMPO - Sere, notturni, pleniluni

TEMI nel TEMPO

Sere, notturni, pleniluni

L’enigma del buio

La fine del giorno, il mutare del tempo, la trasformazione ciclica della luce in buio hanno affascinato nei secoli i poeti insieme alle profondità della notte, alla luce spettrale della luna e alle stelle.

Crepuscolo, sera e notte alta sono momenti speciali che inducono gli uomini alla riflessione, forse perché li fanno sentire più soli di fronte agli enigmi del cosmo. Non a caso i poeti in genere trovano più suggestivi e ispiratori i chiaroscuri del tramonto o il calare delle tenebre rispetto alla forte luce diurna. Perfino i poemi di Omero, di solito solari perché è di giorno che si combatte, si muore e si viaggia, omaggiano la notte che placa la confusione dei guerrieri, quando la luna signoreggia sul mondo degli uomini che dorme e si diffondono la pace e la gioia: «come quando in cielo stelle intorno a una fulgente luna / appaiono, splendidi punti, e l’aria si distende, senza vento: / si stagliano allora tutte le colline e le svettanti rupi / e le valli. E dal cielo di spalanca, indicibile, lo spazio d’aria / e le stelle si vedono tutte, e prova una gran gioia, dentro, il pastore» (Iliade, VIII, vv. 555-559).

La quiete e il silenzio

In un famoso frammento la poetessa greca Saffo si rivolge così all’astro della sera: «Stella del Vespro, tu che tutto riporti di ciò che l’Aurora ha disperso, / conduci a casa la pecora, conduci a casa la capra, / ma porti via alla madre la figlia».

Il riferimento è alla prima notte di nozze, quando per la prima volta nella sua vita la figlia che va sposa è separata dalla madre e dalla sua casa d’origine.

In un altro frammento scrive: «Gli astri intorno alla bella luna / subito nasconde lo splendente volto / quando piena lei brilla / sopra tutta la terra / […] argentea […]».

In una notte di plenilunio, lo splendore della Luna vince la luce delle stelle intorno a sé, perché il suo grande disco ha una intensa luminosità d’argento. Il suo struggente biancore la rende misteriosa e magica come negli Idilli di Teocrito (315 a.C.-260 a.C. ca) o seducente come una dea che benedice gli incontri furtivi dei fanciulli, nei versi latini di Catullo (84 a.C.-55 a.C.)

Ma, oltre alla luna, è il tema notturno in generale a costituire uno dei tanti segni di continuità fra immaginario antico e moderno, perché ben poco cambia nei nostri sentimenti più profondi attraverso i secoli, nonostante l’avvicendarsi di civiltà, trasformazioni, nuove scoperte, nascite e cadute di imperi.

Per esempio, sere e notti sono pressoché innumerevoli nella poesia romantica, e basterà citare l’esempio dei poeti notturni inglesi, il cui capofila è Edward Young (1683-1765), autore dei Pensieri notturni.

In Italia, cantore della notte è Giacomo Leopardi (1798-1837), che si rivolge alla «graziosa luna» (Alla luna) e alle stelle, come nelle Ricordanze: «Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea / tornare ancor per uso a contemplarvi / sul paterno giardino scintillanti». O descrive i silenzi delle tenebre nel Sabato del villaggio: «Dolce e chiara è la notte e senza vento, / e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna, e di lontan rivela / serena ogni montagna».

La notte e l’anima in due grandi voci del Novecento

Anche nel Novecento non viene meno la suggestione della notte: Gabriele d’Annunzio (1863-1938) tratteggia una sera elegiaca e raccolta, condivisa con la donna amata: «Dolci le mie parole ne la sera / ti sien come la pioggia che bruiva / tepida e fuggitiva, / commiato lacrimoso de la primavera» (La sera fiesolana), mentre alla luna torna a ispirarsi Giuseppe Ungaretti (1888-1970), accusandola di andare «turbando incauta / nel bel sonno, la terra» (Quale grido).

Una chiara valenza simbolica si coglie in una celebre lirica di Salvatore Quasimodo (1901-1968), che riesce a descrivere in soli tre versi la condizione umana, utilizzando l’antico parallelismo fra la sera e il termine dell’esistenza mortale: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera».

La notte tra speranza e sogno

Dal sortilegio notturno nessuno può dirsi immune. Quanti testi musicali di oggi ne esprimono la forza prodigiosa?

Qui citiamo due esempi. Il primo è un brano di Francesco De Gregori (n. 1951), Buonanotte fiorellino, nato dalla rivistazione di un brano di Bob Dylan (n. 1941), Winterlude (1970): «Buonanotte, buonanotte, amore mio, / buonanotte fra il telefono e il cielo, / ti ringrazio per avermi stupito, / per avermi giurato che è vero. / Il granturco nei campi è maturo / ed ho tanto bisogno di te; / la coperta è gelata e l’estate è finita, / buonanotte, questa notte è per te».

Una notte estiva, una telefonata, una rivelazione: i due innamorati sono distanti ma c’è un sentimento che li lega, perché uno dei due lo ha espresso con un giuramento; la bella stagione è al termine, il poeta ha freddo, è solo. Ma può contare sulla speranza di qualcosa che verrà.

Un ideale che coinvolge il mondo

Il secondo esempio associa il fascino delle tenebre a un ideale che tocca l’umanità intera. Nei pochissimi versi, semplici e accorati, di MLK, il gruppo irlandese degli U2 (nella foto, il cantante Bono Vox, n. 1960) confeziona una ninnananna arcana e solenne: Sleep / sleep tonight / and may your dreams / be realized (“Dormi, dormi stanotte, e possano i tuoi sogni realizzarsi”).

I sogni sono quelli di Martin Luther King, a cui il testo è dedicato. I have a dream (“Io ho un sogno”) sono le sue parole più famose: gli U2 augurano così un sonno sereno a chi ha lottato per i diritti civili e per questa lotta è morto tragicamente, auspicando che la sua ambizione possa realizzarsi, in un futuro, si spera, non troppo lontano.

Vola alta parola - volume 4
Vola alta parola - volume 4
Il primo Ottocento