T16 - L’angosciosa notte dell’Innominato

T16

L’angosciosa notte dell’Innominato

Cap. 21

Lucia, rapita dal monastero di Monza, è condotta prigioniera nel castello dell’Innominato, il potente bandito al quale don Rodrigo si è rivolto. Rinchiusa in una cella con una vecchia incaricata di confortarla, all’improvviso riceve la visita del temuto signore, incuriosito dalle parole di un suo sgherro, il Nibbio, che gli ha confessato di aver provato compassione per la giovane sequestrata. Lucia dimostra fermezza e pudore con l’Innominato, che da qualche tempo ha cominciato a sentire dentro di sé il disagio per le proprie azioni scellerate, disagio che aumenta quando lei lo supplica di liberarla, ricordandogli che «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia». Inizia così per l’Innominato una notte di tormenti, dalla quale uscirà radicalmente trasformato.

Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta

visita a certi posti del castello,1 sempre con quell’immagine viva nella mente,

e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in

camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi

5      contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma

quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu

non dormirai. «Che sciocca curiosità da donnicciola», pensava, «m’è venuta di vederla?

Ha ragione quel bestione del Nibbio;2 uno non è più uomo; è vero, non è

più uomo!… Io?… io non son più uomo, io? Cos’è stato? Che diavolo m’è venuto

10    addosso? Che c’è di nuovo? Non lo sapevo io prima d’ora, che le donne strillano?

Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo!

non ho mai sentito belar donne?».

E qui, senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da

sé gli rappresentò più d’un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto

15    smosso dal compire le sue risoluzioni.3 Ma la rimembranza di tali imprese, non

che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse

nell’animo quella molesta pietà;4 vi destava in vece una specie di terrore,

una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare

a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare

20    il suo coraggio. «È viva costei», pensava, «è qui; sono a tempo; le posso dire: andate,

rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi,5 le posso anche dire: perdonatemi…

Perdonatemi? Io domandar perdono? A una donna? Io…! Ah, eppure! Se una parola,

una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria,6

la direi; eh! Sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo,

25    non son più uomo!… Via!», disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto

duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: «Via! Sono sciocchezze

che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa».

E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna

di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma

30    non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava

più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passio-

ne, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più

andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento,7

in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe

35    parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo

gli s’affacciò davanti voto8 d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno

soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava

così lenta, così pesante sul capo. Si schierava9 nella fantasia tutti i suoi malandrini,10

e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse;

40    anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e

d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile,

dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.

«La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate.

La farò accompagnare… E la promessa? E l’impegno? E don Rodrigo?… Chi è

45    don Rodrigo?».

A guisa di11 chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un

superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso,

o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a

giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser

50    pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio,

senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui;12 ma, non che riuscisse13

a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non

sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto

che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente

55    a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato

esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato14

nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno

in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva

all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta

60    volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non

avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui:15 l’orrore di questo

pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla

disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al

letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta

65    insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir

così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua

fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa

del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo:

ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava

70    i discorsi che se ne sarebber fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici.

Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di più

tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno,

all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste

contemplazioni16 tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza con-

75    vulsiva del pollice, il cane17 della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero.

«Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano

sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’

preti; che fo io?18 Perché morire? Cos’importa quello che ho fatto? Cos’importa? È

una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!».

80    A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera,

più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader

l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto,

gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: «Dio

perdona tante cose, per un’opera di misericordia!». E non gli tornavan già con

85    quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono

pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento

di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò

gli occhi della mente19 in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non

come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa

90    grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a

sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla

lui stesso alla madre. «E poi? Che farò domani, il resto della giornata? Che farò

doman l’altro? Che farò dopo doman l’altro? E la notte? La notte, che tornerà tra

dodici ore! Oh la notte! No, no, la notte!». E ricaduto nel voto20 penoso dell’avvenire,

95    cercava indarno21 un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le

notti. Ora si proponeva d’abbandonare il castello, e d’andarsene in paesi lontani,

dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre

con sé: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l’animo antico, le antiche

voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che

100 doveva farlo vedere a’ suoi22 così miserabilmente mutato; ora lo sospirava,23 come

se dovesse portar la luce anche ne’ suoi pensieri.

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Nelle pagine precedenti a quelle riportate si è consumato un momento cruciale della vicenda: il drammatico faccia a faccia tra Lucia, prigioniera dell’Innominato, e il suo rapitore. È una situazione tipica nei romanzi settecenteschi, destinata quasi sempre a evolvere verso terribili scoppi di violenza o momenti di commozione patetica. Manzoni sceglie una strada diversa, al termine della quale la donna oppressa trionfa sull’oppressore, con la sola forza delle parole. Del resto, nella circostanza si instaurano numerose analogie fra i due personaggi: entrambi sono sconvolti dalla sofferenza, che li divora al punto che restano digiuni e passano lunghe ore di tormento, l’una nella cella, l’altro nella propria stanza. Il parallelismo è sottolineato dal narratore, che osserva come – nel momento in cui Lucia, pronunciato il voto di castità, scivola in un «sonno perfetto e continuo», fiduciosa nell’aiuto di Dio – l’Innominato senta un allegro scampanare, che annunzia la visita in paese del cardinale Borromeo. Qualche ora più tardi, ammesso al suo cospetto, scoppierà in un pianto dirotto, che ne suggellerà l’avvenuta conversione.

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Le parole di Lucia fanno emergere un disagio già presente nell’Innominato, che da tempo prova una certa insofferenza al ricordo delle sue pessime azioni. Toccato il culmine della potenza, egli ha sentito sprigionarsi in sé un’inquietudine che gli fa apparire insensato il percorso compiuto. Ciò che un tempo lo eccitava, ora lo lascia indifferente, e di lì a poco gli susciterà orrore. Incontentabile, deluso dalla vita, ansioso di trovare una diversa dimensione nella sua esistenza, l’Innominato è la figura dei Promessi sposi più vicina al profilo dell’eroe romantico. Ora il passato prende ai suoi occhi nuove tinte: si sorprende (non son più uomo!, rr. 24-25) nell’accorgersi di come il suo disprezzo verso la femminilità si tramuti in rispetto dinanzi alla malcapitata Lucia, che diviene una messaggera della retta via. È Lucia, infatti, a pronunciare la frase di speranza che lo ossessiona e determina la svolta del suo modo di sentire: «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!». All’inverso, egli non sa capacitarsi di come abbia potuto dare la sua parola a un personaggio disprezzabile come don Rodrigo.

Il percorso verso il bene non è tuttavia piano e rettilineo. Nell’ennesima notte drammatica del romanzo (dopo la “notte degli imbrogli”, con il tentato matrimonio e la fuga al chiaro di luna di Renzo verso l’Adda) l’Innominato conosce momenti di disperazione. A tratti si riaffaccia in lui la fosca speranza di ripigliar l’animo antico (r. 98); la tentazione di rivolgere verso sé stesso la remota consuetudine con la violenza, di uccidersi cioè con un colpo di pistola, è sventata dall’orgoglio, che trabocca al pensiero del proprio cadavere umiliato, e della gioia che i nemici avrebbero provato alla notizia della sua morte. A ciò si aggiunge il timore del castigo eterno, che in precedenza non l’aveva mai sfiorato. Si scatena così quella «bufera» divina che Manzoni aveva invocato nella Pentecoste, perché inducesse nell’animo dei violenti uno «sgomento» tale da insegnare loro «la pietà».

Le scelte stilistiche

L’esame di coscienza dell’Innominato ricorda da vicino i lunghi “a solo” del teatro shake­speariano, che Manzoni aveva ben presenti. Possiamo pensare per esempio al monologo angosciato di Riccardo III, che esamina le sue colpe nella tragedia omonima, o ai dubbi di Amleto sulla condotta da tenere. La metamorfosi del personaggio manzoniano, attentamente preparata, si svolge rapidamente. In breve tempo la decisione di liberare Lucia diviene, da eventualità (le posso dire: andate, rallegratevi; posso vedere quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi, rr. 20-21), certezza (La libererò, sì, r. 43). L’evoluzione del suo atteggiamento spirituale accelera sino a farsi riconoscibile in poche righe, come avviene nel passaggio su quell’altra vita (r. 76) prospettata dai preti dopo la morte, che diviene subito dopo quest’altra vita (r. 79).

Nel monologo dell’Innominato il narratore spinge la sua onniscienza più a fondo che mai, scavando nelle pieghe di una mente turbata. Il succedersi nervoso dei moti psicologici è illuminato con minuziosa precisione, ora accompagnato da commenti articolati, ora mostrato nei suoi nudi soprassalti. Al culmine della tensione, il processo con cui l’Innominato acquista consapevolezza dell’irrimediabilità dei propri misfatti – arrivando a un passo dal suicidio – è costruito attraverso un magistrale crescendo, per coppie binarie (Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza, rr. 57-58) che culminano nella sovrapposizione della propria stessa esistenza al male: le scelleratezze eran tutte sue, eran lui (r. 61).

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Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 Perché l’Innominato quasi scappa dalla vista di Lucia?


2 Che cosa intende quando sostiene di non essere più uomo (r. 24)?

Analizzare

3 Rintraccia le frasi da cui emerge la misoginia dell’Innominato.


4 E don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo? (rr. 44-45): quali sentimenti nutre l’Innominato nei suoi confronti?

  • a Simpatia.
  • b Disprezzo.
  • c Indifferenza.
  • d Compiacimento.


5 Individua i termini a tuo giudizio più significativi che si riferiscono agli stati d’animo dell’Innominato.

Interpretare

6 Lucia, da essere debole e indifeso in quanto prigioniero, diventa potente e piena d’au­torità. Confronta questo episodio con il brano dell’incontro tra fra Cri­stoforo e don Rodrigo ( T7, p. 346) dove avviene un ribaltamento analogo. Quali analogie e quali differenze cogli?

Produrre

7 Scrivere per raccontare. Ti è mai capitato di passare una notte inquieta e insonne? Per quali motivi? Raccontala in un testo di circa 15 righe.

Dibattito in classe

8 Quale idea di mascolinità e femminilità emerge dal brano? Ti sembra condivisibile? Perchè? Confrontati con i compagni.

T17

Don Abbondio dinanzi al cardinal Borromeo

Cap. 26

In visita al paese dei promessi sposi, il cardinale Federigo Borromeo incontra prima Agnese e Lucia, poi don Abbondio, al quale chiede come mai non abbia celebrato le nozze. Il sacerdote dapprima tenta di giustificarsi, ma presto deve ammettere di aver ricevuto delle minacce. Subisce allora una solenne requisitoria dal cardinale, che lo accusa di aver mancato ai suoi doveri, di non averlo avvertito, di aver mentito ai giovani, tacendo le vere motivazioni del suo improvviso rifiuto. Don Abbondio tra sé mastica amaro, ma deve fare buon viso a cattivo gioco.

«I pareri di Perpetua!»1 pensava stizzosamente don Abbondio, a cui, in mezzo a

que’ discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era l’immagine di que’ bravi, e

il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, e, un giorno o l’altro, tornerebbe glorioso

e trionfante, e arrabbiato. E benché quella dignità presente, quell’aspetto e

5       quel linguaggio, lo facessero star confuso, e gl’incutessero un certo timore, era però

un timore che non lo soggiogava affatto, né impediva al pensiero di ricalcitrare:

perché c’era in quel pensiero, che, alla fin delle fini, il cardinale non adoprava né

schioppo, né spada, né bravi.

«Come non avete pensato», proseguiva questo, «che, se a quegli innocenti insidiati

10    non fosse stato aperto altro rifugio, c’ero io, per accoglierli, per metterli in salvo

quando voi me gli aveste indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come

cosa sua, come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E in

quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto non dormire, fin

che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un capello. Ch’io non avessi come,

15    dove, mettere in sicuro la vostra vita?2 Ma quell’uomo che fu tanto ardito, credete

voi che non gli si sarebbe scemato punto l’ardire,3 quando avesse saputo che le sue

trame eran note fuor di qui, note a me, ch’io vegliavo, ed ero risoluto d’usare in

vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate che, se l’uomo

promette troppo spesso più che non sia per mantenere, minaccia anche non di

20    rado, più che non s’attenti poi di commettere?4 Non sapevate che l’iniquità non si

fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui?».

«Proprio le ragioni di Perpetua», pensò anche qui don Abbondio, senza riflettere

che quel trovarsi d’accordo la sua serva e Federigo Borromeo su ciò che si

sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro di lui.

25    «Ma voi», proseguì e concluse il cardinale, «non avete visto, non avete voluto

veder altro che il vostro pericolo temporale; qual maraviglia che vi sia parso tale,

da trascurar per esso ogni altra cosa?».

«Gli è perché le ho viste io quelle facce», scappò detto a don Abbondio; «le

ho sentite io quelle parole. Vossignoria illustrissima parla bene; ma bisognerebbe

30    esser ne’ panni d’un povero prete, e essersi trovato al punto».

Appena ebbe proferite queste parole, si morse la lingua; s’accorse d’essersi lasciato

troppo vincere dalla stizza, e disse tra sé: «ora vien la grandine». Ma alzando

dubbiosamente lo sguardo, fu tutto maravigliato, nel veder l’aspetto di quell’uomo,

che non gli riusciva mai d’indovinare né di capire, nel vederlo, dico, passare,

35    da quella gravità autorevole e correttrice, a una gravità compunta e pensierosa.

«Pur troppo!», disse Federigo, «tale è la misera e terribile nostra condizione.

Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo

pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo

noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s’io

40    dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio

insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo dare agli altri

l’esempio, non rendermi simile al dottor della legge, che carica gli altri di pesi che

non posson portare, e che lui non toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e

fratello; poiché gli errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri

45    che a loro; se voi sapete ch’io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto,5

trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché,

dov’è mancato l’esempio, supplisca almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente

le mie debolezze; e allora le parole acquisteranno più valore nella mia

bocca, perché sentirete più vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi

50    e a me la forza necessaria per far ciò che prescrivono».

«Oh che sant’uomo! ma che tormento!», pensava don Abbondio: «anche sopra

di sé: purché frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra di sé». Disse poi ad

alta voce: «Oh, monsignore! che mi fa celia?6 Chi non conosce il petto forte, lo

zelo imperterrito7 di vossignoria illustrissima?». E tra sé soggiunse: «anche troppo».

55    «Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare», disse Federigo, «perché Dio

conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi.

Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo insieme davanti a Lui, per confidare

insieme. Vorrei, per amor vostro, che intendeste quanto la vostra condotta sia stata

opposta, quanto sia opposto il vostro linguaggio alla legge che pur predicate, e

60    secondo la quale sarete giudicato».

«Tutto casca addosso a me», disse don Abbondio: «ma queste persone che son

venute a rapportare, non le hanno poi detto d’essersi introdotte in casa mia, a tradimento,

per sorprendermi, e per fare un matrimonio contro le regole».

«Me l’hanno detto, figliuolo: ma questo m’accora, questo m’atterra,8 che voi

65    desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi, accusando; che prendiate

materia d’accusa da ciò che dovrebb’esser parte della vostra confessione. Chi

gli ha messi, non dico nella necessità, ma nella tentazione di far ciò che hanno

fatto? Avrebbero essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro

stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti nelle sue braccia,

70    aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non si fosse nascosto? E a questi voi

date carico?9 e vi sdegnate perché, dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della

sventura, abbian detto una parola di sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso

dell’oppresso, la querela dell’afflitto siano odiosi al mondo, il mondo è tale;10 ma

noi! E che pro sarebbe stato per voi, se avessero taciuto? Vi tornava conto che la

75    loro causa andasse intera al giudizio di Dio?11 Non è per voi una nuova ragione

d’amar queste persone (e già tante ragioni n’avete), che v’abbian dato occasione di

sentir la voce sincera del vostro vescovo, che v’abbian dato un mezzo di conoscer

meglio, e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah! se v’avessero

provocato, offeso, tormentato, vi direi (e dovrei io dirvelo?) d’amarli, appunto per

80    questo. Amateli perché hanno patito, perché patiscono, perché son vostri, perché

son deboli, perché avete bisogno d’un perdono, a ottenervi il quale, pensate di

qual forza possa essere la loro preghiera».

Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente:

stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le parole che sentiva, eran

85    conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d’una dottrina antica però nella

sua mente, e non contrastata. Il male degli altri, dalla considerazion del quale l’aveva

sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora un’impressione nuova. E se

non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (ché quella stessa paura

era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere

90    di sé, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se

ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una

candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza,

scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.

Si sarebbe apertamente accusato, avrebbe pianto, se non fosse stato il pensiero di

95    don Rodrigo; ma tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perché il cardinale

dovesse accorgersi che le sue parole non erano state senza effetto.

«Ora», proseguì questo, «uno fuggitivo da casa sua, l’altra in procinto d’abbandonarla,

tutt’e due con troppo forti motivi di starne lontani, senza probabilità di

riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio li riunisca altrove; ora, pur troppo,

100 non hanno bisogno di voi; pur troppo, voi non avete occasione di far loro del

bene; né il corto nostro prevedere può scoprirne alcuna nell’avvenire. Ma chi sa se

Dio misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire! cercatele, state

alle velette,12 pregatelo che le faccia nascere».

«Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero», rispose don Abbondio,

105 con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore.

«Ah sì, figliuolo, sì!», esclamò Federigo; e con una dignità piena d’affetto, concluse:

«lo sa il cielo se avrei desiderato di tener con voi tutt’altri discorsi. Tutt’e due

abbiamo già vissuto molto: lo sa il cielo se m’è stato duro di dover contristar con

rimproveri codesta vostra canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci

110 insieme delle nostre cure comuni, de’ nostri guai, parlando della beata speranza,13

alla quale siamo arrivati così vicino. Piaccia a Dio che le parole le quali ho pur

dovuto usar con voi, servano a voi e a me. Non fate che m’abbia a chieder conto, in

quel giorno,14 d’avervi mantenuto in un ufizio,15 al quale avete così infelicemente

mancato. Ricompriamo16 il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare;

115 teniamo accese le nostre lampade.17 Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri,

vòti18, perché Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura

l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in

ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno».

Così detto, si mosse; e don Abbondio gli andò dietro.

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Ancora una volta Manzoni utilizza il dialogo come strumento per far meglio risaltare l’indole dei personaggi. Dopo aver fronteggiato uno spirito alla sua altezza (l’Innominato), determinandone la conversione, il cardinale si trova ora dinanzi un uomo come don Abbondio. La sua mediocrità fa risaltare il profilo di Federigo Borromeo, un autentico eroe della fede senza macchia e senza paura, teso a realizzare nella vita quotidiana i princìpi evangelici: un uomo che, pur appartenendo a una nobile e potente famiglia, ha sempre rifiutato i privilegi e praticato una rigorosa umiltà, intendendo – a differenza del suo interlocutore – la carriera ecclesiastica come servizio al prossimo.

«La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume»: questo, almeno, è il profilo che gli ha attribuito il narratore nella lunga digressione che occupa il capitolo 22. Non si tratta di una ricostruzione movimentata e drammatica, come nel caso di fra Cristoforo (cap. 4) o di Gertrude (capp. 9-10), ma di un panegirico, cioè di un elogio, senza concessioni agli aneddoti pittoreschi e agli avvenimenti che ne fanno una figura storicamente non priva di chiaroscuri (ebbe, per esempio, parte attiva in vari processi per stregoneria).

Il cardinale Borromeo che Manzoni ritrae in posa è forse il personaggio del romanzo più lontano dai gusti del lettore moderno, attratto invece da don Abbondio, più artisticamente complesso. Egoista, stizzoso, codardo, amante del quieto vivere e perciò servile con i potenti, il parroco cerca in ogni modo di schivare i pericoli. D’altronde, come osserva egli stesso con un memorabile anacoluto, «il coraggio, uno non se lo può dare». È un’ammissione di viltà, propria di un personaggio al quale preme soprattutto sopravvivere, del tutto disinteressato – nonostante il suo ruolo – a prospettive ultraterrene. Ma al tempo stesso tale pusillanimità è un tratto profondamente umano, che ha suscitato la simpatia di tanti lettori anche illustri, come Carlo Emilio Gadda (1893-1973). Il grande scrittore novecentesco si identificava in don Abbondio, «per la sua povertà disarmata, la sua paura fisica, la sua ragione stessa d’aver paura». Non si capirebbe la condotta di vita del pavido sacerdote, in effetti, se non si tenesse presente l’orizzonte di violenze e ingiustizie in cui si inserisce, «vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro».

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Manzoni costruisce una vera e propria requisitoria del cardinale, che incalza il suo sottoposto, ma senza capirne appieno l’indole. Come ha scritto Luigi Russo, «il cardinale fraintende sempre don Abbondio, lo fraintende generosamente: in questa sua sublime ottusità di magnanimo, che non riesce a rendersi conto dei piccoli pensieri del piccolo uomo, sta tutta la sua più vera grandezza di personaggio». Viceversa, il sacerdote non comprende i princìpi del suo superiore. Nel capitolo 25, all’inizio del colloquio, viene rappresentato «a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata». Neppure Federigo Borromeo riesce nell’impresa di convertire al Vangelo don Abbondio, che – a differenza di Renzo, il quale nel corso del romanzo subisce una profonda evoluzione – si conferma sino in fondo quello che era all’inizio della vicenda.
La reciproca incomunicabilità pare incrinarsi solo nel finale, quando don Abbondio giunge a un certo rimorso, non originato tuttavia da una lucida consapevolezza dei propri peccati. Si tratta di un momentaneo ravvedimento, un semplice guizzo di umanità che spunta in un misto di tenerezza e di confusione (r. 90). Il cardinale se ne accorge e lo commisera; in un ennesimo slancio di umiltà auspica una comune attesa della misericordia divina: il che però non gli impedisce di far balenare a don Abbondio la punizione che gli ha risparmiato, ovvero la rimozione dalle mansioni sacerdotali, inevitabile in caso di ulteriori mancanze.

Le scelte stilistiche

Più che una conversazione, Manzoni compone un prolungato esercizio oratorio del cardinale, al quale concede lunghi turni di parola, atti a dimostrarne non solo la bontà d’animo, ma anche l’eloquenza. A questo scopo lo stile si impenna verso il sublime, grazie non tanto al lessico ricercato, quanto alla sintassi, dove abbondano periodi complessi, interrogative retoriche, esortazioni. Tutt’altro è il trattamento riservato a don Abbondio, al quale vengono attribuite brevi battute, sempre commentate dal narratore.

Ne scaturisce un controcanto sistematico, scandito dalle riflessioni di don Abbondio tra sé e sé, in cui emerge la stizza verso Agnese, unita all’incomprensione verso il suo interlocutore e verso i princìpi di fede che egli rammenta. Nelle sue elucubrazioni don Abbondio sfiora addirittura la blasfemia, nel momento in cui attribuisce al suo timore del ritorno di don Rodrigo, glorioso e trionfante (rr. 3-4), due aggettivi di norma riferiti alla risurrezione di Cristo. Anche l’integrità e il coraggio del cardinale, che pure riconosce senza riserve, sembrano al cauto parroco una forma di esagerazione (anche troppo, r. 54); e la sua preoccupazione più grave non riguarda i propri errori passati ma il timore delle conseguenze presenti (ora vien la grandine, r. 32). Per dare evidenza a questi orientamenti, solo in ultimo parzialmente abbandonati, Manzoni ricorre come di consueto a una suggestiva similitudine, paragonando il sacerdote allo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia (rr. 91-93).

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Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 Queste persone che son venute a rapportare, non le hanno poi detto d’essersi introdotte in casa mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio contro le regole (rr. 61-63): a chi e a che cosa si riferisce don Abbondio?

Analizzare

2 A chi è rivolta la stizza di don Abbondio e per quali ragioni?


3 Come mai il cardinale non si scompone, dinanzi alle uscite sgarbate di un sottoposto gravemente colpevole?

Interpretare

4 Oh che sant’uomo! ma che tormento! […] anche sopra di sé: purché frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra di sé (rr. 51-52): commenta questa affermazione di don Abbondio relativa al cardinale.


5 Il cardinale Borromeo usa argomenti non solo spirituali ma anche pratici, enumerando una serie di ragioni che coincidono con quelle espresse da Perpetua, la serva di don Abbondio. Enumera quali sono e spiega in che rapporto sta questa coincidenza di vedute con la concezione manzoniana del cristianesimo.

Produrre

6 Scrivere per raccontare. Le risposte di don Abbondio alle parole del cardinale sono quanto mai vaghe ed elusive. Mettiti nei panni del curato ed elabora una serie di risposte articolate ed efficaci che invece “tengano testa” alle accuse del cardinale.

Dibattito in classe

7 Come giudicare l’atteggiamento di don Abbondio? È lecito provare indulgenza o non si può fare a meno anche questa volta di censurare la sua condotta? Dividetevi tra innocentisti e colpevolisti e confrontate in classe i diversi punti di vista.

T18

La madre di Cecilia

Cap. 34

Guarito dalla peste, Renzo torna a Milano in cerca di Lucia. Trova una città in ginocchio, spopolata e atterrita dall’epidemia. Per le strade si rincorrono urla, bestemmie e risate dei monatti, indaffarati a caricare i cadaveri sui carri. I sopravvissuti si aggirano guardinghi per le strade, o si barricano nelle case. La paura sembra avere ucciso la compassione. Eppure, nel generale degrado, ancora sopravvive qualche barlume di umanità, rischiarata dalla luce della fede.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri,1

se non quanto era necessario per iscansarli;2 quando il suo sguardo s’incontrò

in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo;

di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.

5       Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio,3 una

donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi

traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta,4 da una gran passione,5

e da un languor6 mortale: quella bellezza molle7 a un tempo e maestosa, che brilla

nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non

10    davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non

so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente

a sentirlo.8 Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così

particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito9

ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma

15    tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo,

come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e

data per premio. Né la teneva a giacere,10 ma sorretta, a sedere sur un braccio, col

petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca

a guisa di cera11 spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza,12 e il

20    capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della

madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto

chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.13

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie

però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro,

25    senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!», disse: «non me la toccate per

ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece

vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò:

«promettetemi di non levarle un filo d’intorno,14 né di lasciar che altri ardisca di

farlo, e di metterla sotto terra così».

30    Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso,

più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata

ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre,

dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò,

le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in

35    pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi;

ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse,

«passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola».

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo

in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto.

40    Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima,15 finché il carro non

si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul

letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore

già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia,16 al passar

della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

45    «O Signore!», esclamò Renzo: «esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina:

hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!».

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Siamo dinanzi alla pagina più straziante del romanzo, più volte rivista da Manzoni, al quale l’ispirazione venne da un passo del trattato De pestilentia, scritto dal cardinal Borromeo a margine della grande epidemia che si scatenò a Milano nel 1630. Il tono lirico del brano contrasta fortemente con il resto del capitolo, in cui la città è rappresentata come un luogo infernale, dove la morte è divenuta avvenimento comune e privo di importanza, tanto che i cadaveri vengono ammassati sui carri dai monatti senza riguardi, come sacchi «in un mercato di granaglie». È in questo contesto di desolazione che fa il suo ingresso la madre di Cecilia, con un moto dall’alto verso il basso (Scendeva dalla soglia, r. 5) che ne suggerisce l’estraneità al generale abbrutimento, una diversità rimarcata dall’accenno a una bellezza offuscata (r. 7) ma non cancellata dai segni della malattia: una bellezza molle a un tempo e maestosa (r. 8), che la proietta in un’aura di distanza. Come già nel ritratto della monaca di Monza, il narratore abbandona i canoni classici di un’armonia incontaminata e lontana dalle miserie umane: la grazia si presenta romanticamente intrecciata al dramma.

Immagine sublime del dolore materno, la donna assiste all’agonia e alla morte delle figlie senza abbandonarsi alle lacrime o a gesti disperati. La sua asciutta commozione ha un fascino magnetico che si trasmette, prima che al lettore, a Renzo che si ferma a guardarla quasi senza volerlo (r. 4) e poi al monatto cui consegna Cecilia: questi immediatamente si fa tutto premuroso, e quasi ossequioso (rr. 30-31), non in virtù della ricompensa, ma per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato (r. 31). Ad alimentare la dignità della madre è la fede in Dio, che echeggia nelle composte parole di addio alla figlia, e si riconosce nell’amorosa cura con cui ne prepara l’ultimo viaggio, tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio (rr. 15-17). La speranza di una vita eterna dà significato al dolore intollerabile inflitto a un’innocente, sintetizzato nel doloroso accostamento nov’anni, morta (r. 14).

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Le scelte stilistiche

La scena dell’addio a Cecilia è colta dal punto di vista di Renzo, che alla fine dà sfogo alla propria compassione. L’attenzione concentrata con cui segue la scena, interrompendo il cammino, si traduce in un deciso rallentamento del ritmo narrativo, cadenzato da una lunga sequenza di imperfetti riservati alle azioni della madre (scendeva, veniva ecc.). Le graduali messe a fuoco comportano il ricorso sistematico alle avversative, che funzionano da “aggiustamenti” della prima impressione: la giovinezza della madre dunque era avanzata, ma non trascorsa (r. 6); la sua bellezza velata e offuscata, ma non guasta (r. 7); l’andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante (rr. 9-10).

Più attento ai particolari concreti è lo sguardo riservato alla bambina, abbagliato dal vestito bianchissimo (r. 15): il superlativo si fa emblema della sua immacolata purezza. Non a caso la medesima nota di colore – l’unica del passo – si ripresenta nella manina bianca (r. 18) e nel panno bianco (r. 34) che ne ricopre le spoglie. Manzoni conclude l’episodio come l’ha cominciato, su una nota alta, proponendo una visione cosmica della morte, tramite la similitudine di ascendenza classica della falce che, tagliando, pareggia tutte l’erbe del prato (r. 44).

Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 Riassumi il brano in non più di 10 righe.


2 Perché la madre ordina al monatto di ritornare più tardi?


3 Da quali segni Renzo comprende di essere dinanzi a una madre che sorregge la figlia morta?

Analizzare

4 Nell’espressione con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria (rr. 23-24) quale figura retorica riconosci?

  • a Anastrofe. 
  • b Climax.
  • c Chiasmo. 
  • d Perifrasi.

Interpretare

5 Come può essere interpretata la festa promessa da tanto tempo,e data per premio (rr. 16-17), per cui la piccola Cecilia è stata agghindata?


6 Spiega che cosa impedisce alla madre di scivolare nella disperazione.


7 Quale ti sembra sia la sensazione prevalente del monatto di fronte alla compostezza della madre di Cecilia?


8 Il brano illumina, esaltandole, le risorse che sopravvivono nell’uomo anche al cospetto di una situazione caotica, irrazionale, corrotta. Quali sono a tuo giudizio?

Produrre

9 Scrivere per raccontare. Immagina in un testo di circa 20 righe che il monatto racconti ad alcuni compagni quanto gli è capitato in questo episodio.


10 Scrivere per confrontare. Confronta in un testo di circa 20 righe il comportamento della madre di Cecilia con quello di altre madri che si trovino a vivere situazioni drammatiche, letterarie o filmiche, che conosci (per esempio, con quello di Andromaca nell’Iliade).

Vola alta parola - volume 4
Vola alta parola - volume 4
Il primo Ottocento