T13 - Il ritratto della monaca di Monza

T13

Il ritratto della monaca di Monza

Cap. 9

Abbandonato il paese natale, salutato Renzo, Lucia è indirizzata a Monza in compagnia della madre Agnese, nella speranza che la «signora» del convento, una monaca di famiglia potentissima, accetti di dare loro protezione. La comparsa in scena di Gertrude, la monaca di Monza, è abilmente preparata da Manzoni, che crea tutte le premesse per suscitare la curiosità del lettore. Il primo a nominarla, con rispetto e cautela, è il padre guardiano dei cappuccini, una volta appreso dalla lettera di fra Cristoforo della persecuzione subita da Lucia: «non c’è che la signora: se la signora vuole prendersi quest’impegno…». La domanda sull’identità della «signora», che è anche del lettore, viene posta da Agnese e Lucia al carrettiere che le porta in convento. La risposta aumenta la suspense: «La chiamano la signora, per dire ch’è una gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome, perché dicono che in quel monastero non hanno mai avuto una persona simile; e i suoi d’adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di quelli che hanno sempre ragione». In attesa del colloquio, Lucia si aggira spaesata nel parlatorio del convento. Dietro una finestra «con due grosse e fitte grate di ferro», vede una monaca che la fissa intensamente. Esitante, si avvicina.

Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione

di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.

Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti,

discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva,

5      fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda

a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo,1 che si

stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si

raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa;2 e allora due sopraccigli

neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si

10    fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano

in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento

osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza,3 pietà;

altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato4

e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili

15    e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa,

chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione

familiare all’animo,5 e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote

pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso

mancante da una lenta estenuazione.6 Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo

20    sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti7 erano, come quelli degli

occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata

della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata

in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che

per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto,8

25    che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca,9

e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che

dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre

corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.10

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Dentro il TESTO

I contenuti tematici

L’apparizione della «signora» è il capolavoro della ritrattistica manzoniana: non a caso, la splendida resa di una bellezza tormentata, inquieta, profondamente romantica, nell’Ottocento ha ispirato numerosi artisti, che hanno tentato di darne un’interpretazione pittorica.

Il narratore inizia con un’impressione d’insieme, per poi concentrarsi sui singoli particolari del volto, insistendo sugli occhi, in cui balenano ora la superbia, ora l’odio, ora la disperazione, ora la solitudine e perfino una richiesta di affetto. Non scioglie dunque il mistero sull’animo della donna, amplificato da una serie di ipotesi discrepanti, dal singolare abbandono del portamento (r. 22) e da quella maliziosa ciocchettina di neri capelli (r. 26), in contrasto con la regola monacale. Tutti gli indizi esterni concorrono a suggerire una pericolosa ambiguità, destinata a trovare conferme nel prosieguo della storia. Sarà proprio la «signora», infatti, a favorire il rapimento di Lucia, per mano del suo amante Egidio.

Per quanto crudele, volubile, viziosa, la monaca di Monza è un personaggio che ispira nel lettore pietà, in quanto il male di cui si rende responsabile discende da una gravissima violenza psicologica subita. Come chiarisce in seguito il narratore in una lunga digressione, il convento è stato scelto per lei dal «principe padre», che sin dall’infanzia aveva tentato invano di abituarla all’idea, arrivando a regalarle bambole vestite da suora. Accettato l’abito senza vocazione, la «signora» scivola presto nel peccato, e dal peccato al delitto: si rende complice infatti dell’assassinio della monaca che avevano scoperto la sua tresca con Egidio. Il convento è per lei innanzitutto una prigione, come suggerisce l’insistenza, una volta concluso il ritratto, sulle grate di ferro dietro le quali si staglia la sua figura. Nel crearla l’autore si ispirò alla figura di Marianna de Leyva, nobildonna davvero esistita, condannata dal cardinale Borromeo a espiare i suoi misfatti in una stanzetta murata, dove rimase tredici anni.

Le scelte stilistiche

Per dare immediato rilievo visivo a una personalità contrastata, il narratore valorizza l’antitesi fra bianco e nero, i due colori dell’abito delle benedettine, che connotano anche l’aspetto fisico della monaca. Bianca la fronte, nere le sopracciglia, neri gli occhi e i capelli, il volto tanto pallido che il roseo sbiadito (rr. 19-20) delle labbra vi spicca. Su queste tinte prende forma una bellezza efficacemente sintetizzata dall’allitterazione che lega i tre participi: sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta (r. 2). Manzoni evita di spingersi oltre: la frequenza dei ma, dei come, delle formule dubitative (un non so che, r. 14), delle indecisioni (qualcosa di studiato o di negletto, r. 24) lascia il lettore esitante, come Lucia al cospetto della monaca.

Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 Elenca le parti del viso e i dettagli dell’abbigliamento su cui si sofferma il narratore, accostando a ciascuno il significato che gli attribuisce il narratore.

Analizzare

2 Nell’espressione bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta (r. 2) si può cogliere un ossimoro: per quale ragione tale figura retorica è adatta alla personalità della monaca?


3 Rintraccia nel testo i riferimenti alla sfera cromatica.


4 Individua tutti gli elementi che suggeriscono nella monaca un disordine interiore.

Interpretare

5 Considera il lungo passo dedicato alla descrizione degli occhi. Che cosa vuole suggerire a tuo parere Manzoni?


6 Perché a tuo giudizio il narratore in questo passo non propone mai il punto di vista della «signora»?

Vola alta parola - volume 4
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Il primo Ottocento