Per approfondire - D’Annunzio e il fascismo

Per approfondire

D’Annunzio e il fascismo

Il brano antologizzato da Le vergini delle rocce costituisce, per molti versi, una rivelatrice anticipazione dei movimenti antidemocratici che si svilupperanno in Italia nei primi anni del Novecento, in polemica con la politica moderata del più importante statista dell’epoca, Giovanni Giolitti.

Il carisma del vate

D’Annunzio fu senza dubbio il protagonista più influente e seguito della vita pubblica del paese, in particolare da parte di quei vasti settori dell’opinione pubblica che, per diversi motivi, esprimevano un profondo malcontento riversandosi nelle strade e nelle piazze. Proprio nelle piazze, e non solo sulle colonne dei giornali, d’Annunzio divulgò una concezione personale e spettacolare della politica, nella quale il proclama, il bel gesto, il carisma diventavano strumenti di propaganda. Egli fu indubbiamente il primo e principale interprete di quel processo che poneva in primo piano proprio il linguaggio seducente come mezzo di comunicazione emotiva e di immedesimazione del popolo con il capo.

Il fascismo eredita da d’Annunzio proprio questa concezione del potere, che si autolegittima nel contatto diretto, fisico, emotivo con la massa. Non a caso, il luogo preferito da Mussolini per arringare le folle è il balcone, con modalità identiche a quelle sfruttate dal poeta sia durante la campagna interventista del 1915 sia nei giorni dell’impresa fiumana.

Anche altri aspetti transitano dalla retorica dannunziana a quella fascista, per esempio motti, espressioni, simboli: abbastanza per legittimare un’identificazione di d’Annunzio come precursore della dittatura mussoliniana.

I rapporti con Mussolini

In realtà la questione del rapporto tra il poeta e il fascismo è molto più complessa. Senza entrare nelle dinamiche tortuose tra due “primedonne”, quali furono d’Annunzio e Mussolini, si può comunque affermare che i due si detestassero senza poterlo confessare.

Mussolini, che ne temeva la popolarità e il prestigio, fece di d’Annunzio una sorta di padre della patria, tentando di assimilarlo al nuovo corso politico. Di lui diceva: «D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si copre d’oro». Scelse, per convenienza, la seconda strada, acconsentendo a ogni richiesta del poeta, il quale, consapevole di non poter più rientrare da protagonista nella lotta politica, preferì fare buon viso a cattivo gioco.

Molti, in Italia e fuori, si illusero a lungo sulla possibilità che d’Annunzio potesse rappresentare una spina nel fianco del neonato regime: in una corrispondenza dalla Svizzera per un giornale americano, lo scrittore Ernest Hemingway assicurava che in Italia si apprestava a guidare l’opposizione «quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele d’Annunzio». Ma l’antifascismo dannunziano sarà più un auspicio dei nemici di Mussolini che una realtà: «L’Italia di oggi non m’ama e non crede in me. L’esilio sarà il castigo della mia lunga e intiera dedizione», scrisse il poeta a Mussolini, dopo la marcia su Roma, per rassicurarlo sul suo disimpegno.

Un sopravvissuto a sé stesso

Negli ultimi anni di vita, d’Annunzio preferì così non impegnarsi direttamente nella politica. Ruppe il silenzio solo in poche occasioni: quando disapprovò la conciliazione con la «pretaglia» in seguito ai Patti lateranensi (1929) o invitò Mussolini a non stringere accordi con Hitler, da poco arrivato al potere (1933). Ma erano gli ultimi fuochi di un sopravvissuto, anche a sé stesso. La morte gli eviterà almeno di assistere alla tragica caduta della patria tanto amata.

Il tesoro della letteratura - volume 3
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Dal secondo Ottocento a oggi