T6 - Qualche parola sull’anima (W. Szymborska)

T6

Wisława Szymborska

Qualche parola sull’anima

  • Tratto da Attimo, 2002
  • Titolo originale Trochę o duszy
  • Lingua originale polacco
  • Metro versi liberi
L’autrice

Wisława Szymborska nasce nel 1923, nei pressi di Poznań, in Polonia. Trasferitasi con la famiglia a Cracovia, nel 1941 comincia a lavorare come impiegata delle ferrovie. Subito dopo la Seconda guerra mondiale inizia a scrivere racconti e qualche poesia, collaborando a riviste e case editrici in veste di illustratrice e traduttrice. I suoi primi libri di poesie risalgono agli anni Cinquanta, ma è solo nel decennio successivo che la poetessa acquista notorietà, anche al di fuori della patria, con le raccolte Sale (1962) e Uno spasso (1967), a cui seguono, tra le altre, Grande numero (1976) e Attimo (2002). Nel frattempo, si impegna attivamente in politica al fianco del sindacato polacco Solidarność, che si oppone al governo autoritario comunista. Nel 1996 le viene conferito il premio Nobel per la sua opera che tratta senza retorica i sentimenti e la semplice quotidianità degli individui, riflettendo sugli aspetti più profondi della condizione umana. Muore a Cracovia nel 2012.

Ribaltando i luoghi comuni e le tradizioni filosofico-religiose, la poetessa ci spiega la sua originale idea dell’anima, che si manifesta a intermittenza, specie quando meno la cerchiamo.

L’anima la si ha ogni tanto.

Nessuno la ha di continuo

e per sempre.


Giorno dopo giorno,

5      anno dopo anno

possono passare senza di lei.


A volte nidifica un po’ più a lungo

solo in estasi e paure dell’infanzia.

A volte solo nello stupore

10    dell’essere vecchi.


Di rado ci dà una mano

in occupazioni faticose,

come spostare mobili,

portare valigie

15    o percorrere le strade con scarpe strette.


Quando si compilano moduli

e si trita la carne

di regola ha il suo giorno libero.


Su mille nostre conversazioni

20    partecipa a una,

e anche questo non necessariamente,

poiché preferisce il silenzio.


Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,

smonta di turno alla chetichella.


25    È schifiltosa:

non le piace vederci nella folla,

il nostro lottare per un vantaggio qualunque

e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza

30    non sono per lei due sentimenti diversi.

È presente accanto a noi

solo quando essi sono uniti.


Possiamo contare su di lei

quando non siamo sicuri di niente

35    e curiosi di tutto.


Tra gli oggetti materiali

le piacciono gli orologi a pendolo

e gli specchi, che lavorano con zelo

anche quando nessuno guarda.


40    Non dice da dove viene

e quando sparirà di nuovo,

ma aspetta chiaramente simili domande.


Si direbbe che

così come lei a noi,

45    anche noi

siamo necessari a lei per qualcosa.


Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), a cura di P. Marchesani, Adelphi, Milano 2009

 >> pagina 241 

a TU per TU con il testo

Qualunque siano le nostre convinzioni religiose, molto facilmente ci troveremo, prima o poi, a riflettere sull’anima. Esiste un lato spirituale della persona, nascosto da qualche parte, nelle pieghe del corpo o della mente? Se sì, che rapporto ha con noi, con il resto di noi? Per secoli, gli uomini appartenenti alla cultura occidentale hanno pensato all’anima come a qualcosa di sconnesso dal corpo, e capace di sopravvivergli dopo la morte. Per alcuni, essa coinciderebbe con la nostra vera essenza, con la “sostanza” che, secondo l’etimologia latina, “sta sotto” a tutto il resto, ne costituisce il fondamento. Secondo altre culture – come quelle orientali – l’anima e il corpo formano un tutt’uno, che è impossibile o molto difficile separare.

La visione scanzonata e ironica proposta dalla Szymborska cela, in realtà, dei contenuti molto seri: se l’anima esiste, dov’è quando soffriamo o sbucciamo le patate? Che rapporto c’è tra la vita interiore e la trita quotidianità di ogni giorno? O ancora: quando a volte siamo presi da uno slancio mistico e spirituale (sì, può capitare), ci affanniamo a porci un sacco di domande sulla vita, sull’esistenza e tutto il resto… Siamo sicuri, però, di fare le domande giuste? Mentre tartassiamo noi stessi e gli altri con mille interrogativi, l’anima continua a lavorare: non vista, altrove, in un modo che sfugge, il più delle volte, alla nostra comprensione.

 >> pagina 242 

Analisi

La lirica si propone di dirci “qualche parola”, in modo rapido, provvisorio e informale, come si farebbe parlando del più e del meno tra amici. A dispetto però della leggerezza nel tono e del lessico piuttosto prosaico, l’argomento non è affatto banale: il discorso verte infatti nientemeno che sulla natura e sull’essenza dell’anima, sulle quali sono stati scritti, lungo i secoli, centinaia di trattati.

L’atteggiamento ironico e dissacrante della poetessa emerge in modo netto già dai vv. 1-3, dove, tramite due frasi brevi e perentorie, si opera un totale e paradossale rovesciamento della comune concezione dell’anima. Nell’ambito di una visione filosofica o religiosa, essa è intesa come la parte più profonda, spesso immortale ed eterna dell’essere umano: il luogo delle nostre emozioni, il principio vitale che determina le varie manifestazioni transitorie legate alla corporeità o alle vicende della vita. La Szymborska, invece, la immagina come un’entità intermittente, un elemento immateriale che si manifesta in modo frammentario e casuale, ogni tanto (v. 1) e non di continuo (v. 2).

È dunque possibile spendere gran parte della propria vita in totale assenza dell’anima (vv. 4-6), che ama ripresentarsi a contatto con l’emotività sensibile e ricettiva dei bambini (estasi e paure dell’infanzia, v. 8) o con lo sconcerto nello scoprirsi invecchiati, come se fosse una condizione intervenuta improvvisamente (vv. 9-10). Spesso si nasconde in una svogliata latitanza quando ci troviamo alle prese con incombenze o situazioni ripetitive oppure faticose (v. 12), come i lavori di facchinaggio, il mal di piedi, la burocrazia o la preparazione di un piatto di carne tritata. La poetessa non rinuncia a personificare l’anima, ma senza alcuna tentazione di sublimarla: le sue fattezze sono quelle di un personaggio che si dilegua volentieri, lasciandoci alle prese con gli aspetti più scomodi o quotidiani dell’esistenza. Anche mentre conversiamo con le altre persone essa si prende la libertà di non esserci: un modo ironico per dire che spesso parliamo a vanvera o solo per rispondere a esigenze pratiche e “di servizio”.

Dalla lirica, dunque, emerge il ritratto disincantato di un’anima “scansafatiche”, riservata, nemica della ricchezza e dell’utile, pronta ad abbandonarci quando si presenta il dolore fisico. Riaffiora invece quando proviamo sentimenti autentici quali la gioia e insieme la sofferenza, che talvolta facciamo fatica a distinguere, o quando abbandoniamo ogni certezza, spinti da un’estrema curiosità (si noti l’antitesi in parallelismo sicuri di niente / e curiosi di tutto, vv. 34-35). D’altra parte, essa svolge le sue occupazioni con zelo (v. 38), ma in segreto, non vista, proprio come gli specchi, che riflettono la realtà anche quando nessuno li guarda. Non speriamo – scrive la Szymborska – che ci riveli formule magiche o soluzioni miracolistiche con le quali vivere meglio e penetrare nei misteri dell’esistenza: l’anima non risponde, infatti, alle grandi domande sul senso delle cose (Non dice da dove viene / e quando sparirà, vv. 40-41) che inevitabilmente le poniamo. Al tempo stesso, però, mentre ogni certezza si dilegua, possiamo almeno confidare nel nostro corpo, nel nostro essere uomini, nella nostra vita: allora è lecito, o forse perfino doveroso, affermare che anche noi serviamo all’anima, le siamo necessari (v. 46) in un rapporto di reciproca dipendenza, anche se non ne conosciamo il perché (per qualcosa, infatti, chiude la poesia su una nota sospesa e indefinita).

L’arguto ritratto dell’anima proposto dalla Szymborska scuote le nostre certezze, trattando con estrema ironia e apparente leggerezza un tema considerato da sempre alto e impegnativo. Attraverso tale abbassamento, combinato a uno stile conciso e colloquiale, la poetessa ne propone un’interpretazione molto più vicina alla nostra esperienza comune e quotidiana. Ogni strofa ruota attorno a un solo concetto principale ed è composta da una o al massimo due frasi brevi: le scelte metriche e sintattiche, così, mettono in risalto le arguzie dell’autrice e la sua scelta programmatica di evitare ogni assioma sicuro, proponendo volutamente un ragionamento che susciti il dubbio e la curiosità. Per questa ragione il registro e il lessico sono amichevoli, come dimostra, per esempio, l’uso di alcuni termini riferiti alla vita lavorativa: l’anima dà una mano (v. 11), ha il suo giorno libero (v. 18), smonta di turno alla chetichella (v. 24, in cui spicca – con efficacia anche nella traduzione – la locuzione colorita e informale).

 >> pagina 243 

Laboratorio sul testo

COMPRENDERE

1. Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


a) Alcune persone fortunate hanno l’anima ogni giorno.

  •   V       F   

b) I bambini e gli anziani sono più degli altri in contatto con la propria anima.

  •   V       F   

c) L’anima ama le incombenze quotidiane.

  •   V       F   

d) L’anima ama il silenzio.

  •   V       F   

e) L’anima non sopporta il dolore.

  •   V       F   

f) L’anima ama la compagnia.

  •   V       F   

g) L’anima ama le certezze.

  •   V       F   

h) L’anima ama gli orologi e gli specchi.

  •   V       F   

i) L’anima va e viene come e quando vuole.

  •   V       F   

j) L’anima è inutile.

  •   V       F   

k) L’anima può vivere senza di noi.

  •   V       F   

ANALIZZARE E INTERPRETARE

2. “Avere l’anima” può significare (sono possibili più risposte)

  •     avere saggezza e conoscenza. 
  •     essere buoni. 
  •     vivere appieno la vita. 
  •     essere capaci di provare emozioni. 
  •     essere in contatto con un’entità superiore. 
  •     essere capaci di porsi dubbi e domande. 
  •     vivere spensieratamente. 


3. Perché l’anima non ama le situazioni quotidiane, soprattutto quelle noiose e faticose?


4. Perché l’anima preferisce il silenzio?


5. Perché l’anima rifugge il dolore fisico?


6. Perché l’anima non ama i vantaggi personali e gli affari?


7. Che cosa possono rappresentare gli orologi a pendolo (v. 37) e gli specchi (v. 38)?


8. La concezione dell’anima della Szymborska ti sembra laica o religiosa? Perché?

 >> pagina 244 

COMPETENZE LINGUISTICHE

9. I verbi. L’infinito sostantivato. Nel v. 27, il nostro lottare per un vantaggio qualunque, l’infinito lottare viene usato, accompagnato dall’articolo, per sostituire il nome lotta. Nelle frasi che seguono, distingui gli usi verbali e quelli sostantivati degli infiniti.


  Infinito verbale

Infinito sostantivato

a) Tutti sanno che nuotare fa bene.    
b) Gli anatroccoli sanno nuotare appena usciti dall’uovo.    
c) Devo mangiare qualcosa al più presto o svengo.    
d) Il mangiare per domani è pronto nel frigo.    
e) Non dovresti essere così bugiardo.    
f) Sei un essere spregevole!    
g) Non è bello sparlare alle spalle degli altri.    
h) Smettila di sparlare dietro a chiunque!    
i) È un piacere fare affari con lei.    
j) Non ti può non piacere quel film!    

PRODURRE

10. Scrivere per esprimere. E la tua, di anima, che cosa fa? Quando è presente e quando sgattaiola via? Prova a scrivere alcuni versi sullo stile della Szymborska, immaginando altre situazioni nelle quali essa sia presente o assente.

LETTERATURA E NON SOLO: SPUNTI DI RICERCA INTERDISCIPLINARE

STORIA

Quale concezione dell’anima avevano le civiltà antiche, come gli Egizi, i Sumeri, i Babilonesi? E quali differenti concezioni dell’anima si sviluppano poi nella filosofia greca e romana? Dividetevi in gruppi e fate una ricerca su questi temi.

L’emozione della lettura - volume B
L’emozione della lettura - volume B
Poesia e teatro