2 - I temi

Umanesimo e Rinascimento – L'opera: Il Principe

2 I temi

Un ritratto nuovo

Machiavelli non è certo il primo a proporsi l’obiettivo di ragionare sulle qualità necessarie al principe per raggiungere e consolidare il potere. Nel Medioevo, infatti, assai fiorente era stata la trattatistica sulle caratteristiche del perfetto principe. Si trattava di opere finalizzate a creare un modello ideale, ispirato chiaramente all’etica cristiana: il perfetto principe era colui che sapeva tradurre nello svolgimento delle proprie mansioni le virtù più nobili della morale religiosa.
Anche nell’Umanesimo il fine della trattatistica politica era stato quello di elencare le virtù necessarie alla realizzazione del buon governo. Non erano più virtù attinte dalla teologia, ma dalla morale laica, insegnata dalle fonti classiche. Tali opere delineavano il cosiddetto speculum principis, cioè “lo specchio del principe”, in cui si riflettevano i tratti del sovrano esemplare, dotato di sensibilità e cultura, lealtà e moderazione, secondo il prototipo del saggio antico.

La distanza di Machiavelli e della sua opera da tale impostazione moralistica è nettissima. Egli non si propone più di offrire una sintesi di valori etici: a suo giudizio, la morale non deve interferire con l’efficace gestione dello Stato e del potere, per mantenere i quali sono in certi casi necessari comportamenti che il buon senso comune, la morale religiosa ma anche quella laica giudicano intollerabili e spregevoli. I concetti di bene e male non rientrano più nella riflessione di Machiavelli, poiché essi non sono sufficienti per rappresentare fedelmente, cioè senza intenti idealizzanti, la verità spesso brutale della lotta politica.
Sulla base di questa impostazione, il profilo delle qualità del principe risulta spregiudicato e scandaloso. La gerarchia dei comportamenti essenziali per il principe «virtuoso» non contempla più sentimenti e costumi morali: ciò che conta è soltanto il successo dell’azione, cioè l’interesse dei sudditi e dello Stato, da realizzare con qualsiasi mezzo, anche il più crudele, se le circostanze lo richiedono. La «saviezza» del principe non è più legata quindi alla lealtà e alla rettitudine, ma alla capacità di simulare e dissimulare, di alternare il bene e il male, il positivo e il negativo.

In politica l’unica antitesi sensata, secondo Machiavelli, è quella che oppone alla mera (e pertanto controproducente) violenza il comando razionale della forza, che va perseguito e realizzato con inflessibilità, anche quando esso obbliga a compiere azioni a cui la coscienza morale assegna un valore negativo. E tuttavia ciò può anche non essere sufficiente a raggiungere lo scopo prefissato: l’uomo di Stato infatti è costantemente chiamato a fare i conti con il risvolto oscuro e imprevedibile degli eventi, muovendosi all’interno di un campo avvolto da una profonda zona d’ombra, da un margine di rischio, in cui si annidano forze e circostanze che solo in parte possono essere sondate e gestite dalla ragione. In altre parole, resta sempre un momento, imprevedibile e mutevole, che sfugge al dominio dell’uomo, che è perciò costretto a fronteggiare fattori capricciosi e incostanti indipendenti dalla sua volontà. Machiavelli chiama «fortuna» questo momento non distintamente calcolabile e prevedibile. Essa può annichilire ogni cosa, ergendosi come arbitro della metà delle vicende umane: l’unica arma che l’individuo può opporvi è la «virtù», lo strumento che consente di valutare le situazioni e progettarne i rimedi con coraggio e tempestività, allestendo tutti i «ripari» e gli «argini» che sia in grado di alzare perché l’urto delle avversità venga, se non evitato, almeno attenuato.

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Un metodo rivoluzionario

Il cardine centrale del pensiero di Machiavelli è rappresentato dal realismo, cioè dalla volontà di analizzare il presente nella sua effettiva materialità, da verificare in pratica e non sulla base di assiomi teorici. La sua visione dello Stato è interamente laica e i processi utili a comprendere la verità dei fatti devono essere aderenti a ragioni terrene e concrete, mentre le valutazioni di ordine religioso e morale non fanno altro che offuscare o mistificare la realtà, alterandola con princìpi astratti.

L’unica realtà riconosciuta come utile per analizzare l’azione politica è l’esperienza, perché ogni costruzione teorica deve partire dall’osservazione empirica dei dati concreti. Con questo approccio alla conoscenza, Machiavelli applica alle scienze umane lo stesso metodo di indagine che sarà sperimentato nel Seicento da Galileo nell’ambito delle scienze naturali. La conoscenza dei casi singoli, ricavati dalla Storia e dalla realtà contemporanea, permette, grazie al metodo induttivo, di desumere una norma valida sempre. Dal particolare, insomma, all’universale, dal fatto concreto al principio generale: il procedimento sperimentato da Machiavelli poggia sulla ricerca di fatti ed esperienze che pur nella loro specificità si rivelino capaci di fissare regole costanti e immutabili nella Storia, nella politica e nella condotta individuale.
Va detto però che alcuni studiosi recentemente hanno individuato nel metodo logico di Machiavelli un procedere deduttivo, che trae origine da un assunto generale per trovarvi conferma nel particolare. Secondo questa interpretazione, l’enunciato di carattere universale è preesistente e l’autore si incarica di suffragarlo con gli esempi, che ne confermino la fondatezza.

Al di là delle divergenti interpretazioni critiche, resta fondamentale il fatto che l’obiettivo di Machiavelli sia seguire la «verità effettuale della cosa»: fare cioè della realtà, senza sovrastrutture etiche o religiose, l’unico dato a cui attenersi.
Questo approccio realistico e pragmatico, che cogliamo in tutte le sue opere, fa della politica un territorio a sé, non più condizionato dalla morale, laica o cristiana che sia. Proprio perché autonoma, la politica è una scienza con leggi specifiche e con necessità che richiedono talvolta la violazione delle norme etiche precostituite.

Machiavelli si rende conto della scandalosa provocatorietà del suo metodo; sa di infrangere convenzioni radicate, ipocrisie millenarie e falsi moralismi. Per questo precisa che per il principe «operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione» è doveroso solo se «necessitato» ( ► T9, p. 350). In altre parole, è la necessità (cioè il mantenimento dello Stato) a determinare la condotta dell’uomo di potere e a richiedere, a seconda delle circostanze, l’adozione di questo o quel comportamento. Per esempio, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (I, 9), a commento dell’assassinio del fratello Remo perpetrato da Romolo per governare da solo a Roma, Machiavelli si guarda bene dall’esprimere una condanna, invitando al contrario a valutare «che fine lo avesse indotto a fare tal omicidio» e aggiungendo: «Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi» (qualcosa di molto simile, dunque, alla massima a lui impropriamente attribuita per la quale il fine giustifica i mezzi). «Non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato» (Il Principe, XVIII): sarebbe auspicabile, ribadisce Machiavelli, che il principe si comportasse come richiedono i cardini della morale ma talvolta è necessario che non lo faccia. In politica, infatti, è bene quel che è utile: e utile può essere anche la crudeltà, quando sia funzionale al bene comune e al consolidamento del potere.

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Il carattere militante della riflessione machiavelliana

Il pensiero di Machiavelli non procede in modo astratto, né si struttura secondo uno schema sistematico, come nella trattatistica politica del tempo. Il suo scopo infatti non è delineare una figura ideale di principe, né i tratti di un governo valido in assoluto. Sotto l’apparenza fredda e scientifica della sua trattazione, si agita il tono appassionato di chi vuole incidere nella propria epoca, al tempo stesso elaborando una teoria della politica fondata su leggi applicabili di volta in volta alle differenti situazioni concrete nelle quali il politico può trovarsi.

Machiavelli ha piena consapevolezza della crisi dell’epoca e della decadenza italiana. Dalla sua diretta esperienza politica e diplomatica, capisce che la condizione degli Stati della penisola, esposti all’arbitrio e alle invasioni straniere, può essere riabilitata non grazie a sottili dispute morali, a sagge dissertazioni diplomatiche o ad astratte elucubrazioni filosofiche. Tutto questo armamentario di riflessioni si rivela ai suoi occhi superfluo, se non è supportato dalla consapevolezza che la politica rappresenta un campo di battaglia dove si vince solo se si è forti e astuti.

Allo stesso tempo, Machiavelli può giovarsi della propria posizione all’interno della turbinosa vita politica fiorentina: appartenente alla vecchia classe dirigente comunale, egli non aveva mai aderito a una precisa fazione politica. Critico dell’estremismo del governo democratico di Savonarola, non era stato un sostenitore né della vecchia repubblica aristocratica, né tanto meno del principato mediceo. Aveva partecipato alla lotta politica nella sua città non come uomo di parte, come militante schierato a favore di un’ideologia precostituita, ma come un funzionario, un segretario della Cancelleria, un tecnico al servizio dello Stato.

Ciò spiega perché, alla caduta della repubblica, egli non abbandoni l’idea di collaborare e prestare il proprio contributo, mettendo a disposizione competenze e capacità per il bene dello Stato, anche se questo è retto da referenti da lui non amati come sono i Medici. Quest’idea della politica come professione nasce dal presupposto che occuparsi dello Stato sia un servizio da svolgere con dedizione per il bene della collettività, tanto più quando i conflitti interni ed esterni rendono confuso e drammaticamente incerto il contesto politico.

In poco più di quarant’anni, Firenze e Machiavelli vedono alternarsi il governo popolare di Savonarola (1494-1498), la repubblica oligarchica (1498-1512), il ritorno dei Medici (1512-1527) e un’altra effimera restaurazione repubblicana (nel 1527: tre anni dopo, i Medici torneranno ancora al potere). Tuttavia, questo periodo di crisi non distoglie Machiavelli dal coltivare la fiducia che sia ancora viva una tradizione di civiltà e libertà. La violenza polemica con cui si scaglia contro le divisioni dell’Italia e l’inettitudine dei suoi governanti non gli suggerisce infatti di rinunciare all’impegno civile e di relegare i propri interessi alla sfera del privato. Al contrario, analizzando la realtà concreta della situazione italiana, egli si impegna nell’appassionata ricerca di una via d’uscita: una soluzione grazie alla quale far rivivere il patrimonio intellettuale e politico della propria civiltà.

Questa soluzione, l’unica praticabile in quanto favorita dalle circostanze, è contenuta nell’ultimo capitolo del Principe, nel quale Machiavelli esorta i Medici a prendere le armi e a mettersi alla guida di un fronte unitario composto dai principi italiani per cacciare gli stranieri dall’Italia ( ► T11, p. 359).

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Gli storici hanno sottolineato il carattere utopico di questo progetto di “redenzione”: a dispetto del realismo e del rigore scientifico che caratterizzano tutta la sua opera, l’invito di Machiavelli sarebbe stato irrealizzabile, viste le condizioni politiche in cui esso veniva espresso. Tuttavia, proprio auspicando un tale scenario il pensatore fiorentino conferma la natura militante e profondamente coinvolta della sua indagine. A Machiavelli non bastava fornire a un aspirante principe la scienza e gli strumenti del potere: la sua opera doveva invece proporsi come un manifesto operativo, indicando uno scopo da realizzare, per quanto lontano esso potesse essere. Per questo, Il Principe non è il risultato delle riflessioni di un disincantato specialista della politica: c’è invece uno sguardo profetico e appassionato rivolto al presente; ma soprattutto c’è il desiderio di contribuire a trasformare l’Italia, nel momento in cui essa vive uno tra i momenti più rovinosi della sua storia. Proprio questa tragica condizione può però rappresentare l’«occasione» tanto attesa, il momento del riscatto grazie all’azione forte e determinata di un «principe nuovo».

PER APPROFONDIRE

I capitani di ventura

L’importanza delle milizie mercenarie
Anche se il ricorso alle milizie mercenarie si era già diffuso a partire dall’XI secolo, fu però soprattutto nell’Italia dei Comuni e delle Signorie che le compagnie di ventura si affermarono come un elemento assai importante nello scacchiere politico-diplomatico. Quando la nobiltà feudale, abituata alla pratica delle armi, fu infatti sostituita come classe dominante dalla borghesia (che preferiva dedicarsi alle attività mercantili), le truppe mercenarie, ingaggiate in blocco come eserciti organizzati, finirono con il soppiantare la milizia cittadina.

La formazione delle compagnie di ventura
A costituire le compagnie di ventura erano soldati di diversa origine e provenienza, solitamente di bassa estrazione sociale, i quali si organizzavano in reparti di cavalieri (i lancieri) sostenuti dalla fanteria (arcieri e balestrieri). Il comando era affidato a un capitano, scelto per le capacità e il valore. Agli stranieri si aggiungevano soldati italiani di varia provenienza: crociati rientrati dall’Oriente, servi della gleba, contadini e artigiani poveri che cercavano di fuggire la miseria.
I capitani avevano talvolta origini oscure (il Carmagnola – al secolo Francesco da Bussone, 1385 ca-1432 – era di famiglia contadina: lo troveremo come protagonista di una famosa tragedia manzoniana), ma più spesso provenivano dalla nobiltà, esperta per tradizione nell’arte militare. Molti erano figli cadetti (cioè non primogeniti), i quali non potevano ereditare il feudo, che spettava al primo figlio, e cercavano una fonte di reddito nella professione militare. Le compagnie più importanti arrivarono a contare fino a diecimila soldati, assunti dai capitani per il periodo necessario alla campagna di guerra. In tempo di pace le compagnie si mantenevano con saccheggi, minacce, taglieggiamenti e ricatti, per cui erano molto temute dalle popolazioni.

Capitani coraggiosi o furbi mestieranti?
Molti tra i capitani di ventura consideravano l’attività militare solo come un lavoro e non si facevano scrupolo di tradire chi li aveva assunti per passare al servizio di un miglior offerente. La critica di Machiavelli poggiava proprio su questa realtà. Talvolta capitani schierati su fronti opposti si accordavano per ridurre al minimo i rischi: la vita di ogni soldato era un bene da salvaguardare. Dalle cronache dell’epoca sappiamo che molti scontri si trasformarono in battaglie simulate. Tra queste, la più celebre fu quella combattuta ad Anghiari (1440) tra gli eserciti di Milano e di una coalizione capeggiata da Firenze, di cui facevano parte Venezia e lo Stato pontificio. La battaglia fu immortalata da Leonardo da Vinci in una famosa pittura murale, ma anche descritta con sarcasmo da Machiavelli, che ironizzò nelle Istorie fiorentine sul suo magro bilancio di vittime (un solo soldato, e per di più caduto da cavallo!): «E in tanta rotta e in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che uno uomo; il quale, non di ferite o d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto espirò».
Le compagnie di ventura italiane scomparvero con l’ondata delle invasioni straniere iniziata nel 1494: gli eserciti delle monarchie nazionali e le armi da fuoco si dimostrarono superiori agli scontri cavallereschi dei condottieri.

Al cuore della letteratura - volume 2
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Il Quattrocento e il Cinquecento