Le origini e il Duecento – L'autore: Dante Alighieri

L'AUTORE NEL TEMPO

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, il poeta e scrittore Giosuè Carducci parlava della «varia fortuna di Dante»: per dire che nel corso del tempo i lettori delle diverse generazioni si sono accostati a Dante con approcci diversi, più disponibili o più prevenuti, per comprendere la sua opera o per disegnare il suo ritratto in base alle caratteristiche culturali della loro epoca.

Il precoce successo della Divina Commedia
L’interesse e l’ammirazione di cui fu oggetto la Divina Commedia sin da quando Dante era ancora in vita sono attestati soprattutto dal gran numero delle copie manoscritte: pur essendosene smarrite parecchie nel corso dei secoli, oggi ce ne rimangono ben ottocento (purtroppo nessuna autografa), una cifra enorme che documenta un successo unico nella storia del libro prima dell’invenzione della stampa.
La fortuna del poema viene poi confermata dalle tante postille che troviamo nei margini dei manoscritti, dai sommari in poesia delle tre cantiche e dai molti commenti allestiti già a partire dai decenni immediatamente successivi alla morte del poeta. Non erano ancora trascorsi cinquant’anni dalla scomparsa del suo autore che la Commedia si leggeva pubblicamente nelle università e anche in studi minori, accanto ai grandi autori latini. “Dantista” divenne titolo d’onore.
Firenze stessa diede incarico di esporre la Commedia in una chiesa della città a Giovanni Boccaccio, che tra l'altro realizzò una bella edizione delle opere poetiche di Dante (Vita nuova, canzoni, Divina Commedia), trascrivendole più volte di sua mano e premettendo a esse un elogio del loro autore. A partire dalle pubbliche letture del poema, iniziate nella seconda metà del Trecento, verranno realizzati commenti minuti e continui: primi quello dello stesso Boccaccio (che giunge sino al canto XVII dell'Inferno).

Riferimento imprescindibile e modello inimitabile
Dante è, per la cultura italiana ed europea medievale e moderna, quello che Omero è stato per la cultura antica: fondamento e massima espressione di una civiltà linguistica e letteraria, pur essendone stato il primo rappresentante di rilievo.
Nella storia della cultura italiana egli è stato ed è tuttora operante; l’immagine di un Dante “padre” (della lingua, della letteratura, della nazione) non è espressione retorica e mitica, ma concreta realtà storica.
Al tempo stesso, tuttavia, la figura di Dante costituisce più un lontano ispiratore ideale che un vicino e determinante modello letterario. I suoi imitatori diretti sono stati, in tutti i secoli, pochi e di scarso rilievo; anche i maggiori tra di loro, e i più vicini a lui nel tempo, come Petrarca e Boccaccio, non vanno oltre un'imitazione sporadica ed esteriore (e traggono da altro le ragioni della loro grandezza).
Insomma, la Divina Commedia si erge isolata all’inizio della via che la letteratura italiana percorrerà: costante punto di riferimento, ma non punto di partenza né tanto meno di passaggio.

Tra Umanesimo e Rinascimento
Il classicismo umanistico-rinascimentale è essenzialmente improntato all’esigenza di regole e pertanto non può concepire una poesia che non rientri rigorosamente nell’alveo della tradizione. Tale esigenza, in verità, si affaccia anche nel Dante teorico del De vulgari eloquentia, ma da essa la Divina Commedia prescinde. A determinare il classicismo rinascimentale c’è invece un bisogno di calma spirituale, un’aspirazione a una sicura, anche se limitata, felicità terrena. A tal fine il Rinascimento tende a dominare le passioni, a contemplarle poeticamente solo dall’alto della raggiunta serenità. L’elaborazione formale, il restare nella scia della tradizione sono essenzialmente mezzi di questo dominio delle passioni.
Al contrario, in Dante spesso la passione erompe prepotente: da qui la sostanziale incomprensione tra il Rinascimento e la sua poesia. Dante, oltre che difficile, viene giudicato privo di gusto: per quelli che più seguono i canoni estetici del tempo è addirittura barbaro o, come si diceva allora, «gotico». Viene apprezzato soltanto per alcuni episodi e per alcune terzine, dove il genio era riuscito a vincere il “cattivo gusto” della sua epoca.

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La rivalutazione romantica
Ben diversa è la ricezione critica di Dante nei secoli successivi. Un apprezzamento incondizionato per la sua opera riprende nel Settecento con Giambattista Vico, per poi consolidarsi in età illuministica e soprattutto romantica: da Alfieri a Parini, da Monti a Foscolo e a Leopardi. Anzi, possiamo dire che nel XIX secolo la fama e lo studio di Dante si irrobustiscono in Italia e contemporaneamente si allargano a tutto il mondo.
Sul piano politico-ideologico, all’epoca delle lotte risorgimentali Dante diventa una sorta di vessillo degli ideali patriottici, nel quadro di una complessiva rivalutazione del Medioevo. «La grande anima sua», scrive Giuseppe Mazzini, «ha presentito l'Italia iniziatrice perenne d’unità religiosa e sociale all’Europa, l’Italia angiolo [angelo, nel senso di annunciatrice, propugnatrice] di civiltà alle nazioni, l’Italia come un giorno l’avremo».
Più o meno in quegli stessi anni Francesco De Sanctis si occupa della Divina Commedia, e in particolare dell’Inferno, svalutando però l’ossatura didattica e morale del poema, a vantaggio delle accensioni sentimentali, tragiche e drammatiche.

Tra Otto e Novecento
Tale scissione verrà ribadita da Benedetto Croce nella sua distinzione tra «poesia» e «non poesia» nell’opera dantesca: Dante sarebbe “poetico” quando presenta personaggi che si stagliano a tutto tondo (per esempio Paolo e Francesca), sarebbe invece impoetico quando spiega la struttura morale dei regni dell’aldilà o quando si sofferma a esporre questioni dottrinali e teologiche. Ma la lettura crociana ha il difetto di essere frammentaria e di misconoscere la profonda interconnessione tra le diverse parti e i vari aspetti della Commedia.
Intanto, tra Otto e Novecento, a partire dalla critica della scuola positivista, si sviluppano anche rigorosi studi storici e filologici sull’opera dantesca e viene promosso un importante lavoro di divulgazione mediante traduzioni, letture, società e collezioni dantesche, oltre a operazioni di carattere più prettamente scientifico, come concordanze (cioè opere in cui si raccolgono tutte le parole usate da Dante), cataloghi, bibliografie.
Già sul finire della prima metà del Novecento, le posizioni crociane, che per alcuni decenni avevano fatto scuola, vengono superate dai critici di nuova generazione: Luigi Russo, Attilio Momigliano, Francesco Flora, Mario Apollonio, Natalino Sapegno.
In particolare, per quanto riguarda la Divina Commedia, si tende alla rivalutazione del Paradiso: il critico Giovanni Getto, per esempio, parla, a proposito di questa cantica, di una «poesia della teologia» che si afferma attraverso un nuovo e ardito linguaggio metaforico, mentre lo studioso statunitense Charles S. Singleton la legge sullo sfondo dell’atmosfera speculativa della cultura religiosa trecentesca.

Dante oggi
Attualmente non c’è nazione al mondo dove Dante non abbia i suoi cultori. Evidentemente si colgono nella sua opera, oltre che indubbi e ineguagliabili risultati estetici, anche la modernità di un pensiero che sotto molteplici profili sentiamo assai vicino.
Si pensi a quando Dante teorizza i limiti dell’esercizio del potere politico e i confini dell’influenza di quello religioso. Pur essendo legato alla sua Firenze, egli allarga lo sguardo all’Italia, all’Europa e al mondo: in questo il suo approccio ai problemi politici e sociali è globale. La sua aspirazione alla pace appare intimamente sentita e assolutamente sincera. Non per questo, tuttavia, si può parlare forzatamente di una modernità totale di Dante: si tratta, in altre parole, di apprezzare la carica riformatrice della sua visione, evitando però di avallare inaccettabili anacronismi. Perché la visione dantesca rimane, per molti versi, ancora profondamente radicata nella cultura medievale.

I colori della letteratura - volume 1
I colori della letteratura - volume 1
Dalle origini al Cinquecento