Tua vivit imago - volume 1

REPERTORIO METRICO serie kklklkll (anziché la normale successione kkllkkll). Il nome di questi metri, e dei versi che ne derivano, deve essere plausibilmente messo in relazione con la Ionia d Asia, zona in cui sono attestate le più antiche testimonianze dell utilizzo di questi ritmi nell ambito delle composizioni liriche. anche possibile che la loro diffusione sia in parte da attribuire all impiego nelle celebrazioni legate al culto di Cibele, divinità di origine orientale i cui rituali conoscono una diffusione assai precoce proprio in quest area, dalla quale si sarebbero poi propagati nel resto della Grecia e infine anche nel mondo romano. I versi ionici più ricorrenti nella letteratura greca e latina sono il tetrametro ionico a maiore, solitamente usato nella sua forma brachicatalettica (nota con il nome di sotadeo), il tetrametro ionico a minore e il galliambo. Sotadeo Il tetrametro ionico a maiore è un verso formato da quattro metri ionici a maiore, che però, nella letteratura greca e latina, viene adoperato pressoché esclusivamente nella sua forma brachicatalettica, cioè priva degli ultimi due elementi. Questa versione per così dire mutila del tetrametro a maiore è chiamata anche sotadeo, dal nome del poeta ellenistico Sòtade di Maronea (III secolo a.C.), al quale si attribuisce tradizionalmente la sua origine. Il sotadeo è un verso generalmente impiegato in componimenti dal carattere mordace e licenzioso: in ambito romano, è infatti spesso ricorrente nella satira arcaica e nella satira menippea, nell epigramma e nella commedia. Lo schema del sotadeo è il seguente: llkk llkk llkk ll Tetrametro ionico a minore Composto da quattro metri ionici a minore, questo verso è stato adoperato soprattutto in composizioni liriche, a volte anche all interno di strofe, in combinazione con altri versi ionici (per esempio, in unione a dimetri ionici a minore). Il suo schema è il seguente: kkll kkll kkll kkll Galliambo Il galliambo nasce come un tetrametro ionico a minore catalettico, cioè mancante dell ultimo elemento, ma le sue realizzazioni prevedono ampie possibilità di anaclasi e di sostituzioni sillabiche (di due sillabe brevi a una lunga, e viceversa) e questo fa sì che la sua origine sia in realtà difficilmente riconoscibile. Esso deve infatti il suo nome, oltre che ai sacerdoti di Cibe- le, detti Galli, che erano soliti impiegarlo nei loro frenetici rituali, anche al fatto che lo si considerava un verso di natura giambica, vista la frequenza con cui i metri giambici vi si sostituivano a quelli ionici. Questo il suo schema di base: kkll kkll kkll kk Versi eolici Sotto la definizione di versi eolici viene annoverato un ampio numero di versi che vengono impiegati perlopiù nella poesia lirica, ma sono ricorrenti anche nelle opere drammatiche. Il nome si deve al fatto che i grandi rappresentanti della lirica greca, Alceo e Saffo in particolare, i quali provenivano dalla zona dell Eolia d Asia (precisamente, dall isola di Lesbo) e si esprimevano in dialetto eolico, furono i primi a introdurre questo genere di versi nella consuetudine letteraria, tanto che nell antichità si ritenne addirittura che ne fossero gli inventori. I versi eolici si distinguono dagli altri per due caratteristiche fondamentali. La prima è l isosillabismo: questi versi sono formati da un numero fisso di sillabe. Ciò comporta che, a differenza degli altri versi presi in esame finora, quelli eolici non consentono la realizzazione di un elemento lungo con due sillabe brevi, benché ammettano talvolta la presenza di una lunga irrazionale al posto di una sillaba breve (soluzione che, comunque, non modifica il numero complessivo delle sillabe). La seconda è la presenza, all inizio del verso, di una sequenza bisillabica, detta tradizionalmente base eolica , formata da elementi di lunghezza indifferente (indicata quindi xx). Gran parte dei versi eolici prende le mosse da questa sequenza iniziale, così come quasi tutti i versi eolici sono accomunati dalla ricorrenza di almeno una sequenza coriambica (lkkl), che può trovarsi variamente collocata all interno del singolo verso. Dimetro coriambico Usato in genere in composizione con altri versi eolici, nella poesia lirica e drammatica, il dimetro coriambico è formato da due metra, o piedi, coriambici, secondo il seguente schema: lkkl lkkl molto ricorrente anche la versione catalettica del dimetro coriambico, con anaclasi del secondo coriambo, che prende anche il nome di aristofanio, per la frequenza con cui Aristofane se ne è servito nelle sue commedie. Lo schema di questa varian- te metrica, che di fatto si presenta, quasi sempre, come l unione tra un coriambo e un baccheo, è il seguente: lkkl kl Tetrametro coriambico Composto da quattro metra, o piedi, coriambici, anche il tetrametro coriambico è piuttosto frequente nella poesia lirica e drammatica. Questo lo schema: lkkl lkkl lkkl lkkl Gliconeo Il nome di questo verso deriva da quello del poeta ellenistico Glic ne (di cui non si hanno, in realtà, notizie certe), che se ne sarebbe servito in maniera particolare, ma il suo impiego è vastissimo e risale ad epoche ben più antiche: verso tra i più usati nella lirica arcaica, sia monodica che corale, il gliconeo venne spesso adottato anche nelle sezioni cantate della tragedia e della commedia, per passare poi alla poesia ellenistica e, tramite quest ultima, anche a quella latina, dove viene utilizzato soprattutto da Catullo e Orazio, ma anche da Seneca, nelle tragedie. Lo schema del gliconeo è il seguente: xxlkklx Ferecrateo Il ferecrateo si presenta, di fatto, come la versione catalettica (priva dell elemento finale) del gliconeo, tenendo presente che l ultima sillaba, in quanto finale del verso, si realizza come un indifferens. Il suo nome deriva dal poeta comico Ferècrate (V secolo a.C.), che lo avrebbe utilizzato assiduamente, ma, come nel caso del gliconeo, il suo uso risale in realtà alla lirica arcaica. Nella letteratura latina è impiegato soprattutto da Catullo e Orazio. Lo schema è il seguente: xxlkkl Adonio Utilizzato dai poeti lirici greci con funzioni di clausola, cioè come verso di chiusura, in composizioni strofiche, l adonio è un breve verso composto da un dattilo e uno spondeo o un trocheo. Il suo nome sarebbe dovuto a un invocazione al dio Adone pronunciata in occasione di celebrazioni religiose che presentava un simile ritmo (ò tòn donin). Nella letteratura latina l adonio è documentato, con funzione di clausola all interno di sequenze liriche, già a partire da Plauto, sebbene il suo impiego più consistente si abbia nelle composizioni liriche di Catullo e Orazio, come verso di chiusura della strofe saffica. Questo il suo schema: lkkl 851

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Letteratura latina per il triennio. CAPITOLI DEMO: L’età di Cesare; La letteratura della crisi della repubblica; Cicerone.