I TESTI

L INCONTRO CON L AUTORE LUCREZIO T1 La parola alla Natura tratto da De rerum natura III, 931-951 latino italiano In questo celebre passo emergono con particolare vividezza la ricchezza del retroscena letAudio LETTURA terario di Lucrezio e l audacia delle sue sperimentazioni espressive. Nel presentare una prosopopea della Natura, vale a dire una sua astrazione personificata, Lucrezio si inserisce in una tradizione ricca e insieme variegata, che annovera l esempio dotto di Platone, il quale nel Critone dava corpo e parola alle Leggi, o di un contemporaneo come Varrone (che fa parlare l Infamia e la Verità nelle Satire Menippee). Lucrezio condivide con questi modelli l interesse per la vivacità dialettica e il ricorso a immagini forti, attraverso le quali sviluppa una critica serrata e filosoficamente rigorosa dell eccessivo e incomprensibile terrore della morte che domina coloro che non hanno ancora aderito appieno all epicureismo. De n que s vo ce m|re ru m na tu ra re pe nte Metro: esametri 935 940 Denique si vocem rerum natura repente mittat et hoc alicui nostrum sic incre pet ipsa: «quid tibi tanto operest, mortalis, quod nimis aegris luctibus indulges? Quid mortem congemis ac fles? Nam si grata fuit tibi vita anteacta priorque et non omnia pertusum congesta quasi in vas commoda perfluxe re atque ingrata interie re, cur non ut plenus vitae conviva recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem? Sin ea quae fructus cumque es perie re profusa vitaque in offensast, cur amplius addere quaeris, rursum quod pereat male et ingratum occidat omne, non potius vitae finem facis atque laboris? Se infine la natura a un tratto cominciasse a parlare e muovesse rimprovero a uno di noi in questo modo: «Che cosa ti sta così a cuore, o mortale, che indulgi in modo eccessivo al dolore, e piangi e lamenti la morte? Se infatti la vita trascorsa finora ti è stata gradita, e se tutte le gioie, quasi accolte in un urna incrinata, non fluirono via, né si persero ormai divenute sgradevoli, perché non ti allontani come commensale sazio della vita e a cuore sereno non prendi, o stolto, un sicuro riposo? Se invece tutto ciò che hai goduto è perito e dissolto nel nulla, e la vita ti è in uggia, perché cerchi ancora di aggiungere ciò che avrà triste fine, a sua volta, e un ingrato tramonto totale, e piuttosto non poni fine alla vita e ai tuoi affanni? 931-943. Denique laboris? quid est quod: equivale a cur, ma la lunga perifrasi* ha sapore colloquiale. omnia vas: Lucrezio si riferisce al mito delle Danàidi, cui fa esplicito riferimento poco 472 PROSOPOPEA Lucrezio sveste i panni del maestro e lascia la parola alla Natura in persona: è lei che ora si rivolge ad alicui nostrum, cioè a ognuno di noi (il destinatario del suo discorso è dunque ogni essere umano), per cercare di infondere quello che è l insegnamento più difficile, liberarsi dalla paura della morte. La Natura, personificata, si rivolge agli uomini con tono incalzante e prova a indicare loro la strada giusta per liberarsi dall ignoranza. DI TRIBA La metafora della vita come banchetto è un immagine tipica della diàtriba*, e lo è anche l apostrofe* diretta all interlocutore (mortalis e stulte), caricata in questo caso di una certa aggressività che è un tratto chiave dell atteggiamento della Natura nei confronti del destinatario della sua rhesis. STRUTTURA RAZIONALE E ARGOMENTATIVA Il discorso della Natura, così come l intero poema di Lucrezio, si costruisce su un rigoroso impianto logico, finalizzato a strutturare il ragionamento in modo razionale e inconfutabile. La Natura afferma che chi ha avuto una vita piena e soddisfacente può ritenersi fortunato di andarsene al momento giusto, nel pieno della sua felicità; al contrario se non si è mai potuto godere di nulla nella propria esistenza, è illogico volere che questa prosegua. La Natura sta qui svolgendo un ragionamento astratto, suddiviso in due parti complementari, per mostrare al suo interlocutore le dirette conseguenze logiche di due opposti (ma entrambi errati) atteggiamenti verso la vita: esserle troppo attaccati tentando di aggiungere qualcosa a ciò che si è già posseduto in abbondanza e desiderare di prolungarla per avere ciò di cui ancora non si è goduto. oltre (vv. 1008-1010), e ancora nel sesto libro (vv. 20-21). Le Danàidi, figlie di Dànao, avevano ucciso i mariti nella prima notte di nozze, ed erano state condannate a riempire in eterno un vaso forato. Il riferi- mento mitologico contribuisce a screditare l atteggiamento qui esecrato dalla Natura. ingrata: questo termine, come pure il grata al v. 935, è stato interpretato in due modi diversi: come participio ( non ringraziata )

Tua vivit imago - volume 1
Tua vivit imago - volume 1
Letteratura latina per il triennio. CAPITOLI DEMO: L’età di Cesare; La letteratura della crisi della repubblica; Cicerone.