2 Il rischio ambientale

2. Il rischio ambientale

2.1 L’antropologia dei disastri

I disastri ambientali, come i terremoti, le frane, le alluvioni, sono situazioni particolarmente gravi in cui il nesso vitale fra comunità e ambiente si spezza o viene profondamente alterato.

Con la denominazione “antropologia dei disastri” si indica quel filone di ricerche recente, ma già ben consolidato soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, in cui si applicano le teorie e i metodi tipici dell’antropologia culturale allo studio dei disastri intesi soprattutto nel senso di eventi naturali estremi.

Da alcuni anni molte discipline, sia nell’ambito delle scienze naturali (statistica, geologia, ingegneria antisismica e così via), sia in quello delle scienze sociali (sociologia delle organizzazioni, psicologia delle emergenze e così via), stanno sviluppando approcci specifici per affrontare il problema delle catastrofi naturali: in questo quadro il contributo dell’antropologia è ritenuto essenziale.

I danni che un evento estremo produce in differenti sistemi sociali non dipendono soltanto dalla fisica dell’evento e dagli agenti di impatto, per esempio dalla forza d’urto del sisma, dalla tipologia dei suoli e così via, ma derivano soprattutto dalle reazioni sociali che si attivano durante e dopo la crisi, in funzione del tipo di cultura posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di quell’evento. L’antropologia dei disastri parte dal presupposto che gli effetti disastrosi della crisi siano già potenzialmente presenti nel sistema sociale colpito, nascosti come pericolosi nemici invisibili in particolari aspetti di una comunità che influiscono sui comportamenti quotidiani delle persone, come per esempio:

  • la struttura di parentela;
  • le modalità con cui si svolgono i processi decisionali;
  • il ruolo del sistema di credenze;
  • il modello di sussistenza;
  • il sistema politico.

Tutte queste componenti culturali influiscono direttamente sulla percezione del rischio. In antropologia con il termine “rischio” si intende il rapporto fra la gravità di un certo evento e la probabilità che quell’evento ha di verificarsi.

L’antropologa britannica Mary Douglas ▶  L’AUTrice, p. 162|, in un libro molto famoso intitolato Rischio e colpa (1996), è stata la prima studiosa a mostrare come la gravità di un evento e la sua probabilità, pur essendo quantità misurabili in modo matematico e statistico, cioè in modo oggettivo, siano in realtà frutto delle percezioni soggettive delle persone, che si comportano in modi differenti proprio in base a esse.

Esempio: può essere statisticamente dimostrato che la probabilità di avere un incidente grave è molto più alta in automobile che in aereo, eppure molte persone hanno una percezione esattamente contraria e si rifiutano di volare per paura di un evento avverso.

Le percezioni del rischio, e quindi i comportamenti che si mettono in pratica in base a esse, possono determinare una maggiore o minore  vulnerabilità all’evento estremo, cioè una maggiore o minore predisposizione a rimanerne più colpiti.

Come si generino queste percezioni è un problema molto complesso in antropologia e vi sono numerosi studi e teorie differenti. Il punto più importante da sottolineare è che tutti i fattori principali di una cultura (credenze, istituzioni politiche, forme economiche, relazioni familiari e così via) influiscono sulle percezioni di rischio e dunque l’antropologia, che studia proprio questi fattori culturali, ha una grande rilevanza nei seguenti aspetti:

  • comprendere il comportamento delle persone prima e dopo un’emergenza;
  • compiere una comunicazione efficace del rischio;
  • tentare di diffondere pratiche per la riduzione della vulnerabilità.

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l’autRICE  Mary Douglas

Mary Douglas (1921-2007), nome di nascita Margaret Mary Tew, nasce a Sanremo, in Italia. All’età di dodici anni, dopo la scomparsa di sua mamma, viene cresciuta dai nonni materni in Inghilterra. Studia antropologia all’università di Oxford fino al 1943, dove interrompe gli studi per servire come volontaria durante la Seconda guerra mondiale e lavorare presso l’ufficio coloniale del governo britannico per poi laurearsi nel 1948. Consegue il dottorato in antropologia nel 1951, svolgendo la sua ricerca etnografica tra la popolazione Lele del Kasai con la supervisione dell’antropologo Evans-Pritchard. Diventa professore associato all’University College di Londra, e vi rimane fino al 1978 per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove ottiene la cattedra in antropologia e religioni alla Northwestern University di Chicago. Muore a Londra nel 2007. I suoi lavori sull’analisi comparata delle religioni, sulla teoria culturale del rischio e sul simbolismo, tra cui ricordiamo Purezza e Pericolo (1966), hanno attirato molti lettori al di fuori dell’antropologia, nonché ammirazione e controversie al suo interno.

2.2 Il paradigma dell’ineluttabilità

L’arcipelago indonesiano, fra le isole di Giava e Sumatra, come una grande ghirlanda intrecciata intorno all’Equatore, è uno splendido ambiente naturale fatto di lussureggianti foreste e vulcani che si alternano a praterie di eucaliptus e sconfinate distese di campi di riso. L’Oceano Indiano e le acque dei vari mari interni che lambiscono le coste dell’arcipelago, come il Mar Cinese Meridionale e il Mar delle Andamane, non sono percepiti dagli indigeni come elementi separatori o barriere, ma, al contrario, costituiscono il tessuto vivo di connessione fra le isole, che ha consentito per millenni contatti, scambi e commerci. Un mosaico di etnie ‒ tra cui i Gayo, i Rejang e i Lampong di Sumatra, i Toraja di Sulawesi, i Dayak del Borneo ‒ di credenze, di festività e di rituali è attraversato da rapidi quanto radicali processi di modernizzazione e mutamento socioeconomico.

Questo meraviglioso arcipelago è stato sconvolto da un terribile disastro naturale. Il 26 dicembre 2004, alle 18.58, a poche miglia a ovest dell’isola di Sumatra, nell’Oceano Indiano, a circa 10 chilometri sotto la crosta terrestre, si è verificato uno dei più intensi terremoti mai registrati nella storia dell’umanità: 8.9 gradi della scala Richter, pari a 12 gradi della scala Mercalli. Il sisma ha inoltre provocato uno tsunami, ossia un gigantesco maremoto in grado di distruggere buona parte di ciò che incontrava sul proprio cammino: dal punto dell’epicentro, una grande onda concentrica ha cominciato la sua folle corsa alla velocità di circa 800 km/h abbattendosi sulle coste di Sumatra, Thailandia, Sri Lanka, India, Malesia, Maldive, provocando più di 200 mila morti.

Dopo la catastrofe, molti commentatori televisivi hanno evocato l’immagine di una Madre natura non molto materna e hanno discusso dell’estrema fragilità dell’uomo alla mercé di forze più grandi di lui. Sulla scorta del noto aforisma del filosofo americano Will Durant (1885-1981): «Le civiltà prosperano con il consenso della geologia, che però può cambiare opinione senza alcun preavviso», è stato sollevato il tema della assoluta casualità e imprevedibilità di alcuni tipi di eventi naturali estremi. Questo concetto, che si definisce “paradigma dell’ineluttabilità”, si fonda su almeno tre idee implicite:

  • vi sono dei fatti, degli eventi, delle situazioni, che si possono definire in modo non ambiguo come “disastri naturali”, e tale definizione è assunta come evidente e non viene problematizzata;
  • si può parlare di “natura” come un dato completamente oggettivo, cioè il concetto di natura può essere formulato in modo del tutto indipendente dalle comunità umane e dai processi di antropizzazione;
  • basta ricorrere semplicemente al “caso” per spiegare le connessioni fra eventi (ritenuti appunto “casuali”) in molti disastri, attribuendo loro un ristretto margine di conoscibilità.

Vedremo proprio nell’esempio del grande terremoto nel Sud-Est asiatico quanto queste idee siano sbagliate e pericolose in termini di comprensione e prevenzione di un disastro naturale.

Lo scienziato olandese Paul Crutzen (n. 1933), premio Nobel per la chimica nel 1995, ha introdotto la definizione di Antropocene per il periodo geologico apertosi con la Rivoluzione industriale della seconda metà del Settecento. Per Crutzen la civiltà umana non è più in balia di forze naturali di tale intensità da plasmare la storia geologica del pianeta, poiché l’umanità stessa, con il vertiginoso progresso tecnologico degli ultimi due secoli, è diventata ormai una forza di portata geologica: «[...] l’Antropocene è l’unica epoca geologica in cui la natura non è una forza esterna che domina sul destino degli uomini: siamo noi, al contrario, a determinare i suoi equilibri».

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2.3 Le precondizioni del disastro

L’antropologia mette in discussione il concetto stesso di calamità naturale, se per calamità naturale intendiamo un evento esclusivamente naturale e del tutto indipendente dalle forme di antropizzazione dell’ambiente. Le calamità naturali in quanto tali non esistono: esistono piuttosto il naturale divenire di un pianeta attivo e la nostra incapacità di tenerne conto. I disastri non sono eventi repentini e imprevedibili dovuti esclusivamente a bizzarrie climatiche, oppure alla casualità o a tragici errori umani. Sono processi complessi che si attivano gradualmente durante un lungo periodo di incubazione e che alla fine precipitano in una situazione catastrofica. Interpretare il disastro in modo dinamico, come un fenomeno che si sviluppa nel corso del tempo, significa considerare che il disastro ha sempre delle precondizioni: sono le precondizioni sociali, tecnologiche, politiche, economiche i fattori da cui parte l’incubazione di un disastro.

Nel caso specifico dello tsunami che ha sconvolto il Sud-Est asiatico nel 2004 possiamo individuare almeno tre importanti precondizioni.

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Precondizione ecologica
In lingua tamil, parlata in Sri Lanka, in India, a Singapore e in gran parte dei territori che si affacciano sull’Oceano Indiano, la foresta di  mangrovie è definita da una parola che significa “albero-taglia-onde”. Le ricerche antropologiche e i modelli di vulnerabilità per gli tsunami elaborati dagli scienziati naturali in molte aree costiere dell’Indonesia hanno evidenziato gli effetti amplificativi del disastro provocati dal decennale e selvaggio abbattimento delle foreste di mangrovie a scopo edilizio. La struttura forte e ramificata di queste piante avrebbe agito positivamente sulla frammentazione e la conseguente perdita di potenza distruttiva del fronte d’onda dello tsunami, come ha fatto per esempio, in profondità, la barriera corallina in altre zone.
Precondizione socioeconomica
La precondizione ecologica che abbiamo indicato è conseguenza di una pericolosa precondizione socioeconomica del disastro, cioè una ben precisa ideologia turistica | ▶ APPROFONDIAMO, p. 166 |. In anni recenti, il Sud-Est asiatico è diventato meta di sempre più intensi flussi di turisti da tutto il mondo. Le città e i villaggi del circuito più richiesto, in Thailandia, Singapore, Indonesia, Malesia e in particolare nelle isole di Sumatra, Giava e del Borneo, vengono rappresentati come territori mitici e favolosi, l’ultima frontiera dell’Estremo Oriente misterioso. Il materale illustrativo delle agenzie turistiche alimenta potenti stereotipi dell’esotico; inoltre, la narrazione del buon selvaggio e dell’eden incontaminato, in questa specifica ideologia turistica, prevede e determina che i grandi alberghi e resort siano costruiti sempre più vicini alla spiaggia e al mare. La macchina edilizia produce dunque una profonda e irreversibile alterazione del  paesaggio, mutandone radicalmente i fattori di equilibrio. In un’economia dell’ambiente di tipo liberista, nella quale il mercato deve essere mantenuto libero da vincoli dello Stato, in quanto capace di autoregolarsi per garantire il benessere, la natura non è considerata come un bene prezioso e fragile da proteggere, ma è implicitamente intesa come una semplice merce da cui l’imprenditore può conseguire un profitto per soddisfare il desiderio del consumatore. Fra l’altro, in molte zone del Sud-Est asiatico gli ingenti profitti delle multinazionali del turismo non hanno una reale ricaduta in termini di miglioramento delle condizioni di vita locali; anzi, molte zone rimangono economicamente arretrate: l’indigeno scalzo che porta le valigie del turista accresce il senso stereotipato dell’esotico e del selvaggio.

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approfondiamo  L’antropologia del turismo

Negli ultimi decenni il turismo è diventato, assieme alle migrazioni, la forma più rappresentativa della mobilità del mondo globale. Quei luoghi che erano considerati “isolati” si stanno aprendo sempre più al turismo a mano a mano che l’economia internazionale si globalizza, grazie anche al miglioramento delle reti transnazionali dei trasporti e delle comunicazioni. Parallelamente, le popolazioni e le culture “oggetto” di conoscenza dei turisti vengono esotizzate e stereotipate per rendere l’esperienza turistica ancora più “autentica”. In antropologia, i primi studi sul turismo risalgono agli anni Settanta del secolo scorso, dove il contributo più importante, Hosts and Guests: The Anthropology of Tourism (“Ospitanti e ospiti. L’antropologia del turismo”) del 1977, è dell’antropologa statunitense Valene Smith (n. 1926). Questo libro dà il via a una riflessione antropologica riguardante i motivi, le cause, i modi e gli effetti degli spostamenti degli individui che vengono ospitati in contesti “altri” da gruppi di persone di culture differenti, e l’impatto di questi spostamenti sull’ambiente e sulle popolazioni locali. Questo tipo di incontri tra il turista e la popolazione ospitante ha fatto sì che gli antropologi iniziassero a guardare in maniera critica tutta una serie di concetti già trattati dalla disciplina, quali l’identità etnica, il mutamento sociale e culturale, e a ripensare al turismo come a una nuova forma di dominio neocoloniale, in linea quindi con una sorta di organizzazione gerarchica tra “centri” e “periferie” del mondo contemporaneo. I “paesi in via di sviluppo” sono difatti diventati la principale attrazione sia per i turisti benestanti sia per gli imprenditori e le multinazionali, che investono capitali nel settore turistico, incuranti delle conseguenze che i loro investimenti potrebbero avere sul paese, l’ambiente e la popolazione locale, la quale si ritrova all’interno di dinamiche di uno sviluppo indesiderato con pochi benefici. Gli studi antropologici hanno dunque esplorato le asimmetrie delle relazioni di potere negli sviluppi del turismo, gli stereotipi culturali e il fascino dell’esotico, la mercificazione del patrimonio e della cultura, le relazioni fra turismo ed etnia, identità e nazionalismo. Un altro filone importante è quello degli studi antropologici sul turismo sostenibile o “ecoturismo”, ovvero un’alternativa al turismo tradizionale e una ricerca di uno sviluppo che sia ecologicamente sano e rispettoso dei bisogni di tutti i soggetti coinvolti.

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Precondizione culturale
Molte ricerche etnografiche hanno evidenziato che in questa calamità ha avuto un ruolo importante anche una precondizione culturale al disastro, e cioè il totale disinteresse per i saperi ecologici nativi. Tutti i gruppi nativi locali come gli isolani delle Andamane, già protagonisti di una celebre monografia etnografica del 1922 di Alfred R. Radcliffe-Brown (1881-1955), si sono salvati perché da secoli costruiscono i loro villaggi nell’interno e non sulla costa. I Dayak del Borneo, i Lampong di Sumatra, i gruppi Onge delle Piccole Andamane, gli Jerowa, gli Shompens della Grande Nicobare hanno sviluppato una comprensione sensoriale del paesaggio estremamente accurata.

L’antropologo britannico Tim Ingold (n. 1948) è fra i maggiori studiosi contemporanei dei saperi ecologici nativi legati al paesaggio. Nei suoi libri ha evidenziato che il paesaggio non va inteso in modo semplicemente passivo, come fosse un panorama che ci si ferma ad ammirare per la sua bellezza, ma va compreso in modo attivo, come uno spazio di vita i cui elementi diventano patrimonio culturale. Le popolazioni locali colgono perfettamente le pericolosità di certi fenomeni naturali; sanno leggere il paesaggio sin nei più piccoli segnali d’allarme: l’intensità del vento, il colore dell’acqua, il comportamento degli animali. Gli isolani delle Andamane non dispongono di tecnologie né di sistemi di allerta contro gli tsunami. Essi hanno agito secondo natura e non contro natura, conservando la memoria della terra più di quanto non abbiano saputo fare gli esperti. I nativi non hanno dimenticato che abitano in una regione di terremoti e si sono protetti rifugiandosi nella boscaglia non appena hanno capito, interpretando in modo attivo il cambiamento del paesaggio, che quella marea era fuori fase rispetto al ritmo consueto.

In quella regione, fenomeni sismici di grande intensità sono accaduti molte volte nell’arco dei secoli, e la loro conoscenza è stata codificata e incorporata in leggende, narrazioni mitiche, storie locali e fiabe da tramandare: ciò mostra il grande valore di una etnodiversità che salva la vita. Al contrario, in Thailandia i responsabili del Dipartimento meteorologico hanno sottovalutato l’allarme perché la loro memoria si era focalizzata sul 1998 quando era stato previsto uno tsunami sulla costa di Puket che poi però non si era verificato. Furono condannati da tutti per aver allontanato i turisti provocando ingenti danni economici senza un reale motivo.

La precondizione culturale in questa circostanza è stata quindi il non dare ascolto alle conoscenze dei nativi e alla memoria della terra.

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2.4 Storicizzare la vulnerabilità

Gli antropologi americani contemporanei Susanna Hoffman e Anthony Oliver-Smith sono considerati i maggiori studiosi ad avere dato impulso all’antropologia dei disastri. Uno dei loro volumi più famosi, dal titolo Catastrofe e cultura: l’antropologia dei disastri (2002), riassume il punto chiave di questo ambito di studi: per l’antropologia culturale il disastro è un fenomeno che si manifesta nel punto di connessione fra società, tecnologia e ambiente; è sempre un processo dinamico causato dalle interazioni profonde fra queste tre sfere. Contro la semplificazione interpretativa dei fenomeni, che riduce tutto a una questione tecnico-fisica, e contro il fatalismo irresponsabile per cui gli esseri umani sono in balia di una natura imprevedibile e capricciosa, fare antropologia dei disastri significa studiare la struttura diacronica dell’evento estremo, cioè il suo divenire nel tempo, mediante due operazioni:

  • ricostruire la storia politica, economica, culturale dei gruppi sociali coinvolti;
  • ricostruire la storia fisica, climatica e geologica dei territori coinvolti.

Porre in relazione fra loro le biografie di comunità con le biografie di luoghi significa storicizzare la vulnerabilità e individuare le precondizioni di un disastro, per comprenderne la dinamica e poterlo evitare.

per lo studio

1. Che cosa si intende con il termine “rischio” in antropologia?

2. Che cos’è l’antropologia dei disastri?

3. Perché l’antropologia critica l’idea che i disastri naturali siano per lo più ineluttabili?


  Per discutere INSIEME 

Pensa al disastro ambientale avvenuto recentemente che più ti ha colpito, e cerca le notizie sui giornali, leggendo i commenti dei politici, le opinioni dei cittadini e dei testimoni diretti. Come viene interpretato e spiegato il disastro da queste persone? Discutine in classe con i tuoi compagni.

Dialoghi nelle Scienze umane - volume 2
Dialoghi nelle Scienze umane - volume 2
Antropologia, Sociologia, Psicologia – Secondo biennio del liceo delle Scienze umane