T1 - Bronisław Malinowski, L’influenza del mito sul paesaggio

PAROLA D’AUTORE

|⇒ T1  Bronisław Malinowski

L’influenza del mito sul paesaggio

In questo passaggio di Argonauti del Pacifico occidentale, tratto dal capitolo dedicato agli aspetti mitologici dello scambio kula, Malinowski delinea l’importanza del mito e della storia nella costruzione culturale del paesaggio, che viene trasformato dalle leggende indigene e impregnato di significati che lo rendono vivo e familiare agli occhi di chi lo abita.

Dobbiamo cercare di ricostruire l’influenza del mito in questo vasto paesaggio; come lo rappresenta, che significato gli dà e come lo trasforma in qualcosa di vivo e familiare. Quella che era solo una roccia assume una personalità, quello che era un punto all’orizzonte diventa un faro reso sacro dalle leggendarie associazioni con gli eroi, una conformazione insignificante del paesaggio acquista un senso, oscuro senza dubbio, ma carico di intensa emozione. Navigando con gli indigeni, specialmente con dei novizi del kula, ho spesso osservato quanto profondo sia il loro interesse per quelle parti del paesaggio impregnate di significati leggendari, come i più anziani le indichino e le spieghino, come i più giovani le guardino con attenzione e con curiosità, mentre la conversazione si riempie di nomi mitologici. È l’aggiunta di un interesse umano alle caratteristiche naturali, che posseggono di per sé meno potere di attrazione per un indigeno che per noi, che rende diverso ai suoi occhi il paesaggio [...]. Questo potere di trasformare il paesaggio, l’ambiente visibile, è solo una delle tante influenze che il mito esercita sul modo di vedere la realtà in generale degli indigeni. [...] A questo proposito si deve notare che le caratteristiche del paesaggio trasformate miticamente testimoniano per l’indigeno la verità del mito. Il mondo mitico si concretizza nelle rocce e nelle colline, nei mutamenti della terra e del mare. I passaggi marini forati, i macigni spaccati, gli esseri umani pietrificati, tutto ciò avvicina il mondo mitologico agli indigeni, glielo rende tangibile e permanente. D’altra parte, la storia così potentemente illustrata reagisce sul paesaggio, lo riempie di accadimenti drammatici che, fissati in esso per sempre, gli danno un significato preciso.

Rispondi

1. Che cosa nota Malinowski, navigando con i novizi del kula, a proposito del paesaggio e della relazione tra anziani e giovani a questo riguardo? Individui delle connessioni con il concetto di patrimonio? Quali?

2. In che senso il mito trasforma il paesaggio in «qualcosa di vivo e familiare»? Che cos’è che «rende diverso» l’ambiente naturale agli occhi degli indigeni?

3. In che cosa consiste la relazione di reciprocità tra mito e paesaggio? Perché secondo l’autore il paesaggio testimonia, per gli indigeni, la verità del mito?

4. Nella tua esperienza, hai conosciuto, direttamente o indirettamente, luoghi che sono carichi di significati leggendari o che suscitano particolari emozioni? Prova a fare qualche esempio.

 >> pagina 207 

|⇒ T2  Edward Evan Evans-Pritchard

L’anno pastorale nuer

In un celebre volume del 1940, Evans-Pritchard riporta i risultati di una ricerca compiuta negli anni Trenta presso i Nuer, una popolazione di pastori nomadi dell’Alto Nilo, di cui analizza meticolosamente il sistema sociale, il modello di sussistenza, l’ambiente, l’economia e l’organizzazione politica. Il seguente brano descrive il ciclo di spostamenti a cui i Nuer sono costretti a causa dell’alternarsi della stagione delle piogge e di quella secca, mostrando la stretta connessione tra le condizioni climatiche e la vita della popolazione.

Agli occhi di un europeo il paese dei Nuer non presenta alcuna attrattiva, a meno che non si consideri tale la sua severità: le paludi infinite e le savane sconfinate suscitano un fascino austero e monotono. È una terra dura per l’uomo e per le bestie; bruciata o acquitrinosa per gran parte dell’anno. Ma i Nuer sono convinti di vivere nel paese più bello del mondo. In realtà si deve ammettere che per una vita pastorale presenta molti caratteri ammirevoli. [...]

Ecco le caratteristiche principali del paese dei Nuer: (1) è estremamente piano; (2) il suolo è argilloso; (3) è scarsamente e raramente alberato; (4) è coperto di erba alta durante le piogge; (5) è soggetto ad abbondanti piogge; (6) è attraversato da grandi fiumi che annualmente straripano; (7) quando cessano le piogge e i fiumi si abbassano, è soggetto a gravi siccità.

Queste caratteristiche interagiscono tra loro e costituiscono un sistema ambientale che condiziona direttamente la vita dei Nuer e influenza la loro struttura sociale. [...] Fino a qual punto i Nuer sono controllati dall’ambiente nella loro attività di pastori, pescatori e coltivatori? Abbiamo mostrato che il loro interesse principale sta negli armenti [branchi di buoi domestici] [...].

Per quanto i Nuer abbiamo un’economia mista pastorale-orticola, il loro paese è più adatto all’allevamento del bestiame che non per l’orticoltura, per cui il presupposto ambientale coincide con il presupposto del loro interesse e non favorisce un cambiamento a preferenza dell’orticoltura. [...] I Nuer non possono, eccetto che in alcuni punti favoriti, vivere nello stesso luogo per tutto l’anno. Le inondazioni li spingono via insieme ai loro armenti, in cerca di protezione sui terreni più elevati. L’assenza di acque e di pascolo in questi terreni li spinge a migrare durante la stagione secca. Di conseguenza la loro vita è necessariamente migratoria o, più strettamente, transumante. Un’altra ragione che li spinge a cambiare residenza con le stagioni è la loro incapacità attuale di vivere solo dei prodotti del loro bestiame. Una dieta di latte e carne deve essere completata da cereali e pesce: mentre il terreno più adatto per la coltivazione del miglio è nell’interno sul pendio delle piccole elevazioni, il pesce si trova nei fiumi che generalmente sono distanti da queste elevazioni. [...]

Il problema dell’acqua è intimamente connesso con quello della vegetazione. Nei loro movimenti stagionali i Nuer cercano pascolo e acqua potabile e portano il bestiame dove sanno di trovare l’uno e l’altra. Quando i pastori guidano il bestiame dal campo al pascolo, non vanno a casaccio attraverso la pianura, ma con senso, attraverso zone di erbe succulente. È probabile, anche, che non solo i movimenti quotidiani e stagionali siano influenzati dalla distribuzione dei pascoli, ma anche che la direzione dell’espansione nuer sia stata determinata dal loro habitat [...].

Le prime piogge sono la stagione grassa, perché l’erba germina o si rinnova dopo la siccità, e il bestiame può nutrirsi a piacimento. Con l’avanzare delle piogge, il pascolo si fa più difficile, perché il terreno è inondato e la vegetazione eccede; negli anni di acqua alta il problema può farsi grave. Il bestiame deve accontentarsi dell’erba piccola che cresce nei crinali dei villaggi: altra ragione che spinge i Nuer a occupare questi luoghi durante le piogge. Al cessare delle piogge, l’erba di questi crinali, così sfruttata, presto inaridisce, mentre l’erba eccessiva delle pianure impedisce i movimenti degli armenti e non offre un pascolo buono. Pertanto, i Nuer si affrettano a bruciarla appena secca, sapendo che alcune specie germogliano pochi giorni dopo l’incendio [...]. Dopo che l’erba è stata bruciata, il bestiame può muoversi come vuole, non più impedito dall’acqua e dalla vegetazione alta, per soddisfare il proprio appetito con i nuovi germogli. Man mano che l’acqua si fa scarsa e i pascoli più poveri, i Nuer tornano alle acque permanenti, dove approntano grandi campi e il bestiame può pascolare erbe paludose che abbondano nelle innumerevoli depressioni dando buon latte. In maggio, con le nuove piogge, ritornano ai villaggi. Il poco bestiame che i Nuer posseggono, gli ampi territori che possono sfruttare, e il modo di vita nomade sono garanzia perché nessuna parte del paese si deteriori per eccessivo sfruttamento dei pascoli.

Rispondi

1. Quali sono le principali caratteristiche ambientali del paese dei Nuer?

2. Che tipo di economia assicura la sussistenza della popolazione e com’è influenzata dai cicli stagionali?

3. In quale aspetto del modello di sussistenza adottato risiede il maggiore interesse dei Nuer e perché, secondo Evans-Pritchard?

4. Che rapporto c’è tra i pastori e il loro territorio? Che cosa li guida nella conduzione dei pascoli?

 >> pagina 209 

|⇒ T3  Maurice Bloch

La malalaka degli Zafimaniry

Maurice Bloch è un antropologo francese naturalizzato britannico, che ha condotto ricerche in diverse aree del Madagascar a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. In questo capitolo, ci dà un assaggio dell’etnografia tra gli Zafimaniry, una popolazione che abita le regioni montuose a sud-est di Ambositra (Madagascar), di cui analizza il concetto di paesaggio, concentrandosi in particolare sulla nozione di «chiarità».

Gli Zafimaniry sono coltivatori itineranti che vivono nella parte orientale del Madagascar. Essi sono circa ventimila e fanno tradizionalmente affidamento, per la loro sussistenza, su granoturco, fagioli, taro.

Gli Zafimaniry vivono in una stretta striscia di foresta di montagna ad un’altitudine di circa 1.400 metri. Più a ovest si presenta l’asciutto altopiano centrale del Madagascar, privo di alberi, e abitato a quest’altitudine dai Batsileo, e dove la più importante attività agricola è la coltivazione del riso mediante irrigazione; a est si trova la più calda e bassa foresta tropicale dove si pratica un diverso tipo di coltivazioni, per lo più riso e canna da zucchero, due colture che gli Zafimaniry non possono praticare.

[...] Gli Zafimaniry stanno perdendo la foresta, come risultato di uno sfruttamento intensivo, causato a sua volta da un rapido aumento della popolazione. [Essi] interpretano in primo luogo questo processo di cambiamento in termini etnici. Per loro la gente che vive an patrana, la terra disboscata dove è possibile la coltivazione del riso irrigato, sono Batsileo; e, siccome la loro stessa terra sta diventando an patrana, dicono che loro stessi stanno diventando Batsileo. Ugualmente diranno spesso che coloro che abitano a ovest, una terra dove la foresta è praticamente scomparsa, un tempo erano Zafimaniry, ma che sono diventati adesso completamente Batsileo, come risultato di un cambiamento ambientale.

[...] Sul sentiero che portava al villaggio dove io vivevo, c’è un posto dal quale, prima di tuffarsi nella valle che deve essere attraversata per raggiungere il villaggio, si possono vedere le case e la collina sulla quale sono posate. Ogni volta che delle persone passano in questo posto, e per quanto si vada di fretta dopo una giornata di duro lavoro, esse si fermeranno per un momento, o anche di più, e guarderanno il loro villaggio da questo punto favorevole. [...]

Questa predilezione semi-istituzionale per le belle vedute e per i posti dai quali si possono contemplare, non è eccezionale. Nel corso di spedizioni verso altri villaggi in compagnia di alcuni dei miei compaesani, ogni volta che emergevamo dalla foresta sulla cima della collina da dove si poteva vedere lontano, ci fermavamo per un periodo considerevole entusiasmandoci per la «chiarità» e la «spaziosità» (malalaka) della vista. Questo guardare assume una forma specifica. Consiste nell’elencare le colline e le montagne in vista, e gli insediamenti e i villaggi che erano o che si trovano ancora su di esse. Quanto più si possono vedere montagne lontane, molto al di là della terra degli Zafimaniry, tanto più la vista è apprezzata. Infatti i miei compagni provavano grande soddisfazione nel mostrare a quante di quelle colline e villaggi sapessero dar nome, nell’insegnarmi e nel mettermi alla prova, e, a volte, vantandosi di me con degli amici che non potevano credere che uno straniero potesse sapere simili cose.

[...] La campagna è montagnosa e boscosa, così che è generalmente difficile poter vedere in lontananza. La foresta che deve essere attraversata per andare da un villaggio all’altro, o per andare a un campo, avviluppa in modo oppressivo e minaccioso, tanto che gli Zafimaniry si possono perdere facilmente, cosa che spesso accade, di quando in quando, con conseguenze fatali. [...]

«Chiarità» è dunque per gli Zafimaniry un valore centrale. È sia valutato esteticamente, che associato con una condizione di vita piacevole. Tuttavia la nozione di «chiarità» è estesa anche al di là della visuale nella cultura zafimaniry. Perciò quando qualcuno vuole mostrare rispetto e ammirazione a un interlocutore che parla in un autorevole codice ancestrale, dovrebbe interporre la parola mazava che significa «chiaro».

Un altro aspetto dell’apprezzamento della chiarità degli Zafimaniry consiste nel fatto che la loro migliore medicina contro la maggior parte delle malattie è un legno, chiamato fanazava, che significa letteralmente «ciò che rende chiaro».

È quindi comprendendo il valore centrale di chiarità e di ciò che si nasconde dietro all’entusiasmo nel guardare panorami che mostrano chiarità che penso si possano condividere i concetti etici ed estetici degli Zafimaniry riguardo ai paesaggi, e capire la serenità con cui accettano i cambiamenti geografici che avvengono intorno a loro.

Rispondi

1. Perché gli Zafimaniry ritengono di star diventando Batsileo, di pari passo con il cambiamento climatico che interessa la loro terra? Che nesso c’è tra la conformazione geografica del territorio e l’etnia?

2. Che cos’è la malalaka e perché è così importante?

3. Perché i compaesani di Bloch si vantano con gli amici della conoscenza che il loro ospite straniero ha del paesaggio e come mai questi amici restano increduli?

4. Che relazione c’è tra l’ambito estetico e l’ambito etico nella cultura zafimaniry?

I colori dell’Antropologia
I colori dell’Antropologia
Secondo biennio e quinto anno del liceo delle Scienze umane