3 - Le donne romane nell’educazione e nella politica

3. Le donne romane nell’educazione e nella politica

3.1 EDUCARE ATTRAVERSO GLI EXEMPLA

La vita sociale, etica, culturale e religiosa degli antichi romani era modellata sul mos maiorum, nella cui trasmissione un ruolo fondamentale era riconosciuto alle donne, in quanto madri e educatrici | ▶ APPROFONDIAMO |. Allo stesso tempo, il mos maiorum indicava loro i valori ai quali aspirare e il comportamento al quale attenersi. La sua funzione educante si esprimeva in particolare attraverso gli exempla (letteralmente “esempi”, “modelli”), storie esemplari, leggendarie o reali, che venivano proposte ai romani come modelli ideali di riferimento ed erano oggetto di un profondo rispetto. Tra le donne maggiormente celebrate per le loro virtù spicca Cornelia, modello di vita all’insegna della sobrietà e della totale dedizione ai doveri materni | ▶ IL PERSONAGGIO |. Alcune di queste storie e le loro celebri protagoniste si trovano al centro di episodi chiave della storia di Roma.
Il caso più emblematico è quello di Lucrezia, la cui vicenda, come abbiamo già ricordato, segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Il racconto ha inizio nel 509 a.C., quando, durante l’assedio della città laziale di Ardea, tra nobili romani sorse una contesa circa quale delle loro mogli fosse la più virtuosa. Collatino, deciso ad affermare la superiorità della propria sposa, invitò gli altri uomini a verificarne di persona le virtù. In effetti, appena il gruppo giunse nella casa di Collatino, trovò Lucrezia nella sua stanza, circondata da ancelle e intenta a filare la lana. Tra i nobili c’era anche Sesto Tarquinio, il figlio del re Tarquinio il Superbo, che appena vide Lucrezia si invaghì della sua bellezza. Qualche giorno dopo, perciò, si intrufolò nella sua stanza di nascosto e la violentò, con la minaccia di ucciderla e disonorarla. Lucrezia quindi mandò a chiamare marito e padre, per raccontare l’accaduto e assicurarsi che il crimine non rimanesse impunito. Quindi annunciò di volersi suicidare e concretizzò il suo proposito, nonostante i tentativi dei familiari di dissuaderla. Fu così che il popolo insorse contro la monarchia, scacciando i re etruschi e instaurando la repubblica. Questo exemplum ci informa degli attributi che, lungo tutta la storia di Roma, vennero riconosciuti come qualità proprie della ▶ matrona ideale.
Questa doveva essere:
  • casta, i suoi rapporti sessuali si limitavano al matrimonio e avevano scopi procreativi, poiché la donna romana era soprattutto moglie e madre;
  • pia, ovvero devota al mos maiorum e ai culti religiosi;
  • frugi, semplice e modesta;
  • pudīca, riservata e discreta. Per esempio, non poteva parlare in pubblico, poiché era opinione diffusa che le donne non fossero in grado di fare buon uso della parola;
  • domisēda, cioè custode della casa. Si riteneva, infatti, che la natura avesse destinato le donne all’ambiente domestico e gli uomini allo spazio pubblico;
  • lanifĭca, dedita alla confezione di abiti per mezzo del telaio: era questo il lavoro femminile per eccellenza, tant’è che fusi, conocchie e pesi da telaio componevano il corredo funebre delle donne.
La centralità di queste virtù è confermata anche da iscrizioni apposte sulle tombe di nobili defunte. Il famoso “elogio di Claudia”, epigrafe sepolcrale risalente al II secolo a.C., recita così:

Straniero, ho poco da dire: fermati e leggi. Questo è il sepolcro non bello di una donna che fu bella. I genitori la chiamarono Claudia. Amò il marito con tutto il suo cuore. Mise al mondo due figli: uno lo lascia sulla terra, l’altro l’ha deposto sotto terra. Amabile nel parlare, onesta nel portamento, custodì la casa, filò la lana.
Ho finito. Va’ pure.


Il sistema ideologico romano si serviva anche di exempla negativi, vale a dire ritratti deprecabili, attraverso i quali condannare pubblicamente determinate condotte sociali. Nel gruppo delle “ribelli” spicca Clodia, sorella del ▶ tribuno della plebe Clodio e moglie del ▶ proconsole Metello Celere, di cui, nel 59 a.C., rimase vedova. Su Clodia possediamo numerose testimonianze.
Il poeta Catullo (84-54 a.C.) ne fu innamorato e la celebrò nelle sue odi con il nome di Lesbia, presentandola come una donna affascinante e passionale ma anche volubile, crudele, dissoluta. Cicerone le rivolse aspre critiche, accusandola di dissolutezza, con l’intento soprattutto di colpire il fratello, di cui era un acerrimo nemico. Certamente queste fonti non offrono informazioni imparziali sul carattere e sulla figura di Clodia, ma è possibile desumere che sia stata una donna forte, indipendente, che volle vivere l’amore con modalità diverse rispetto a quelle dominanti nella sua epoca.
Eva Cantarella mette in luce altre manifestazioni, più indirette e diffuse, di insofferenza verso i consueti modelli di femminilità:
  • processi per avvelenamento. Il primo risale al 331 a.C. e portò alla condanna di 160 donne, accusate di essersi sbarazzate dei loro mariti avvelenandoli.
    In seguito, molti altri processi furono celebrati con lo stesso capo d’accusa. In uno di questi, vennero condannate più di 2000 donne;
  • crisi demografica. Diversi fattori – tra i quali anche un’intossicazione collettiva provocata dal piombo – furono all’origine di un significativo calo delle nascite in epoca tardorepubblicana. Bisogna considerare anche che la contraccezione e gli aborti erano praticati con frequenza dalle donne delle classi popolari, soprattutto per ragioni economiche, ma anche da donne abbienti, per il desiderio di sottrarsi a un destino totalmente improntato sulla maternità. In risposta a questo problema, Augusto promulgò la legge Giulia e Papia, che introduceva premi per le famiglie numerose e sanzioni per chi non aveva figli;
  • una serie di provvedimenti colpì le donne aristocratiche nel II secolo a.C., limitando la loro capacità di ereditare e vietando l’uso eccessivo di gioielli. Indipendentemente dal loro ceto sociale, inoltre, tutte le donne dovettero confrontarsi con i disagi causati dall’assenza degli uomini per le continue guerre. Questo stato di cose portò a un aumento del malcontento femminile, che si espresse soprattutto nella diffusione dei ▶ riti bacchici.
    Praticati soprattutto da donne, essi permettevano loro di godere di una libertà altrimenti inimmaginabile poiché si basavano su un rovesciamento degli schemi della vita quotidiana.

approfondiamo  LE DONNE ROMANE TRA PASSATO E PRESENTE

In Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia (Feltrinelli, Milano, 1996), Eva Cantarella traccia un affresco della realtà delle donne lungo la storia di Roma, attingendo dal diritto, dalle leggende e dai culti e soffermandosi su alcune figure particolarmente significative. Il passo che riportiamo chiude il libro.

A Roma […] nacque un nuovo tipo di rapporto tra gli uomini e le donne. Un rapporto peculiare, diverso, “moderno” rispetto agli altri rapporti antichi. Un rapporto che chiudeva in sé un paradosso di cui solo da poco le donne hanno preso coscienza: custodi convinte e fedeli dei valori di una società che le relegava al ruolo di mogli e madri, le donne romane, fiere educatrici dei loro figli, e fiere di ogni affermazione della virilità di questi […], trasmettevano ai figli mentalità, principi e modelli di comportamento di un mondo pensato dagli uomini. E in cui gli uomini, tenendo saldamente nelle mani il potere, alle donne lasciavano solo l’onore di vuote parole: elogi privati e pubblici, esaltazioni e riconoscimenti verbali, monumenti e celebrazioni. […]
Ma questo non toglie che il loro rapporto con gli uomini, forse per la prima volta nella storia occidentale, non fosse un rapporto basato sull’oppressione. Il rapporto delle donne romane con i loro uomini era basato sullo scambio. Era un modello di rapporto che si reggeva sui vantaggi reciproci che le parti traevano dall’accordo tacitamente concluso, e che garantiva alle donne dei compensi, evidentemente ritenuti soddisfacenti. Era un modello di rapporto così efficace da valicare secoli e secoli, e giungere sino a noi, alle soglie del terzo millennio. […] È per questo che la storia delle donne romane merita particolare attenzione. A differenza della storia delle donne greche e delle altre donne antiche non è un passato remoto. È il nostro passato prossimo. E forse, in qualche misura, è anche una parte del nostro presente.

IL PERSONAGGIO  Cornelia madre dei Gracchi

Una delle più celebri protagoniste di storie esemplari è Cornelia (189 a.C. ca.-110 a.C. ca.). Figlia di Scipione l’Africano, il generale che sconfisse Annibale durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.), sposa il console Tiberio Sempronio Gracco e dà alla luce dodici figli. Dopo la morte del marito non vuole risposarsi, rimanendo fedele all’ideale della donna devota a un unico uomo e dedicandosi completamente ai suoi doveri materni.
Della sua numerosa prole solo tre figli raggiunsero l’età adulta. Due di loro, Tiberio e Gaio Gracco, furono promotori di importanti riforme politiche e istituzionali, in particolare di una riforma agraria con la quale intendevano rispondere al problema del crescente impoverimento nelle campagne ridistribuendo terreni pubblici ai contadini. Cornelia curò l’educazione dei figli, facendoli istruire dai migliori maestri venuti dalla Grecia, e ne accompagnò la carriera politica.
Secondo Cicerone, il suo dottissimo parlare influenzò positivamente le loro abilità retoriche. Cornelia, infatti, apparteneva a quel ristretto di numero di donne che avevano raggiunto un significativo livello culturale.

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Cornelia e i suoi gioielli

Tra i numerosi aneddoti che circondano la figura di Cornelia, il più famoso, riportato da Valerio Massimo (storico latino, I secolo d.C.), narra che la donna, in risposta a una vanitosa ospite campana che ostentava i suoi monili, presentò i figli come “i suoi gioielli”. L’episodio è stato trasmesso fino ai nostri giorni ed è stato rielaborato artisticamente in molte opere.

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L’abbigliamento delle matrone romane

La matrona indossava una tunica, una sopravveste lunga fino ai piedi e allacciata sulle spalle da fibule e, quando usciva di casa, un mantello che le copriva il capo.
Le acconciature delle matrone romane erano molto varie e cambiarono nel tempo seguendo le diverse mode. Le molteplici tipologie delle capigliature femminili, infatti, costituiscono uno strumento di datazione delle sculture su base stilistica.

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3.2 ESEMPI DI EMANCIPAZIONE FEMMINILE IN ETÀ TARDOREPUBBLICANA: LE DONNE AVVOCATO

Come abbiamo visto, tra la fine della repubblica e l’età imperiale le condizioni delle donne migliorarono, anche grazie alla concessione di nuovi diritti, come quello di divorziare e di scegliere il proprio tutore. In questo contesto, le donne aristocratiche cominciarono ad affermare una maggiore libertà. Per esempio iniziarono a rivendicare la possibilità di decidere chi sposare, legandosi anche a uomini di ceti sociali più bassi. Fu così che emersero alcune figure eccezionali di donne che arrivarono a occupare spazi tradizionalmente riservati agli uomini.
Nella prima metà del I secolo a.C., Mesia, imputata in un processo criminale, sostenne personalmente la propria difesa, forse a causa di un’indisponibilità da parte di amici e parenti. Grazie alle sue doti oratorie e alla sua educazione giuridica, riuscì a difendersi davanti a un’enorme folla e fu assolta quasi all’unanimità da una corte maschile. Afrania, che sappiamo morì nel 49 a.C., invece, non si presentò in tribunale una sola volta, ma vi si recava con frequenza e non perdeva occasione per far sentire la sua voce davanti ai giudici.
La terza e più celebre donna avvocato è Ortensia, figlia dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo. Nel 42 a.C. i triumviri Ottaviano, Marco Antonio e Lepido imposero alle 1400 matrone più ricche della città di contribuire alle spese militari sostenute nella guerra civile (49-45 a.C.). Le donne considerarono ingiusta questa misura, ma non trovarono chi difendesse i loro interessi: quindi si fece avanti Ortensia, che le rappresentò prendendo parola davanti ai triumviri. Il suo discorso, che sarà apprezzato persino da Quintiliano, induce a supporre che questa donna fosse cresciuta in un ambiente intellettualmente assai vivace, che le permise di maturare una notevole consapevolezza delle vicende storiche del suo tempo. Rifacendosi al diritto romano, infatti, Ortensia argomentò che le donne non dovevano pagare le tasse, dal momento che erano escluse dal governo della cosa pubblica. Sostenne, inoltre, che avrebbero donato spontaneamente i propri averi – come avevano fatto le loro madri durante la seconda guerra punica – se si fosse trattato di difendere la patria da un nemico esterno, ma non potevano essere costrette a sovvenzionare un conflitto civile, al quale si sentivano estranee.
L’intervento fu efficace: i triumviri ritornarono sulla loro decisione, limitando la tassazione a sole 400 donne.
L’audacia di Ortensia contribuì all’emancipazione economica delle donne che, a causa delle morti provocate dalla guerra, si trovarono ad amministrare importanti patrimoni. La loro partecipazione pubblica, invece, non ne fu favorita. Al contrario, una legge vietò alle donne di postulare pro aliiscioè di “rappresentare altri in giudizio”, quindi di esercitare la professione di avvocato, riaffermando la loro esclusione dalle attività politiche.
Più in generale, l’atteggiamento degli uomini nei confronti delle donne che conquistavano spazi fino a quel momento preclusi era di aperta avversione: la libertà delle donne veniva interpretata sistematicamente come un segno di crisi sociale e morale, oltre che di licenziosità, egoismo e lussuriaInoltre quelle che abbiamo descritto sono tutte donne appartenenti alle classi agiate. Per le donne plebee la situazione era diversa: di alcune di loro sappiamo che lavoravano come sarte, insegnanti, medici, ma l’attività lavorativa rispondeva a necessità di natura economica più che all’acquisizione di una piena autonomia.

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La colta fanciulla

La fanciulla raffigurata nel medaglione è una delle immagini più celebri tra quelle degli affreschi rinvenuti a Pompei. La giovane donna, con lo stilo portato alle labbra, quattro tavolette cerate nella mano sinistra e lo sguardo perso nel vuoto, è colta in un momento di riflessione nostalgica che precede la scrittura. A dispetto del nome con cui è conosciuto, con tutta probabilità questo non è il ritratto della famosa poetessa greca Saffo (VII-VI secolo a.C.), ma l’immagine idealizzata di una fanciulla benestante della prima età imperiale che volle in questo modo ostentare la sua provenienza da una famiglia colta, in un periodo in cui l’alfabetismo andava diffondendosi anche tra le donne.

per lo studio

1. Alla luce delle informazioni offerte in questo capitolo e in quelli precedenti, prova a delineare il percorso di vita di una donna romana, distinguendo le diverse condizioni sociali.
2. Quali erano i compiti educativi che la cultura romana attribuiva alle donne?
3. «Quando Ortensia prese la parola parve rivivere nella figlia Quinto Ortensio, e ispirarne le parole: se i posteri di sesso maschile avessero voluto imitare l'efficacia del quale, la grande eredità di Ortensio non sarebbe finita con la sola orazione di una donna». Commenta questa frase dello storico latino Valerio Massimo: quale atteggiamento rivela?


  Per discutere INSIEME 

Abbiamo visto quali erano le attese della società romana rispetto alle donne. Oggi esistono modelli femminili dominanti? Quali sono? Discutine in piccoli gruppi di lavoro con i tuoi compagni.

Dialoghi nelle Scienze umane - volume 1
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Psicologia e pedagogia - Primo biennio del liceo delle Scienze umane