T6 - I limoni

Il primo Novecento – L'opera: Ossi di seppia

 T6 

I limoni

Scritta all’inizio degli anni Venti, la poesia costituisce una fondamentale dichiarazione di poetica, sottolineata dalla sua collocazione in apertura della raccolta (dopo la lirica introduttiva In limine). Montale cerca il suo sentiero letterario lungo gli umili fossi della Liguria. Alle piante dai nomi rari predilette dai poeti laureati egli contrappone i domestici limoni, il cui colore acceso di sole e l’odore penetrante sono in grado di suggerire il senso più profondo della realtà.


METRO 4 strofe polimetriche di varia misura, con prevalenza di endecasillabi. Fitto il gioco delle rime e delle assonanze.

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Ad alta voce

        Ascoltami, i poeti laureati
        si muovono soltanto fra le piante
        dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
        Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
5     fossi dove in pozzanghere
        mezzo seccate agguantano i ragazzi
        qualche sparuta anguilla:
        le viuzze che seguono i ciglioni,
        discendono tra i ciuffi delle canne
10   e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

        Meglio se le gazzarre degli uccelli
        si spengono inghiottite dall’azzurro:
        più chiaro si ascolta il susurro
        dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
15   e i sensi di quest’odore
        che non sa staccarsi da terra
        e piove in petto una dolcezza inquieta.
        Qui delle divertite passioni
        per miracolo tace la guerra,
20   qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
        ed è l’odore dei limoni.

        Vedi, in questi silenzi in cui le cose
        s’abbandonano e sembrano vicine
        a tradire il loro ultimo segreto,
25   talora ci si aspetta
        di scoprire uno sbaglio di Natura,

 >> pag. 861 

        il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
        il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
        nel mezzo di una verità.
30   Lo sguardo fruga d’intorno,
        la mente indaga accorda disunisce
        nel profumo che dilaga
        quando il giorno più languisce.
        Sono i silenzi in cui si vede
35   in ogni ombra umana che si allontana
        qualche disturbata Divinità.

        Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
        nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
        soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
40   La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
        il tedio dell’inverno sulle case,
        la luce si fa avara – amara l’anima.
        Quando un giorno da un malchiuso portone
        tra gli alberi di una corte
45   ci si mostrano i gialli dei limoni;
        e il gelo del cuore si sfa,
        e in petto ci scrosciano
        le loro canzoni
        le trombe d’oro della solarità.

      Dentro il testo

I contenuti tematici

Nonostante la contiguità geografica, la campagna mediterranea ritratta negli Ossi di seppia è del tutto diversa dal litorale toscano di Alcyone. Poesie come I limoni sostituiscono lo splendido scenario in cui esplode il panismo dannunziano con un luogo umile, privo di suggestioni, fatto di erbosi / fossi (vv. 4-5), pozzanghere / mezzo seccate (vv. 5-6) in cui vive qualche sparuta anguilla (v. 7), viuzze e ciglioni (v. 8), ciuffi delle canne (v. 9) e orti (v. 10). Nel rappresentare un angolo delle Cinque Terre, Montale avrebbe potuto insistere sulle spiagge, o sulle spettacolari scogliere. Preferisce invece retrocedere dalla costa all’immediato entroterra: è su questi umili paraggi che egli proietta il suo lucido atteggiamento verso l’esistenza, che non ha nulla della rassegnazione incline al patetico propria dei poeti crepuscolari. Il sentimento di infelicità e disarmonia non induce infatti il poeta a chiudersi in sé stesso né ad abbandonarsi al lamento. Egli sembra invece appagarsi di un momento di sospensione, aiutato dalla natura: tacciono gli uccelli, l’aria è ferma, si diffonde l’odore inconfondibile dei limoni.

 >> pag. 862 

Ora è possibile intravedere una via d’uscita dall’inganno consueto del mondo: uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità (vv. 26-29). Montale non pretende di afferrare “la” verità, ma una verità qualsiasi, purché verità: anche quella di una misteriosa presenza, trascendente e divina, nascosta magari nella semplice quotidianità. Anche questa possibilità è però un’illusione provvisoria, ben presto destinata a svanire nella banalità di sempre, che cancella l’attesa di un’epifania (cioè una sorta di rivelazione). La parentesi si chiude e la grigia realtà torna in primo piano, nel brusco passaggio dall’estate campestre alle città rumorose (v. 38) dove l’azzurro del cielo fa capolino solo a tratti, fra i cornicioni delle case, e il sole lascia il campo alla pioggia e al soffocante tedio dell’inverno (v. 41). Privata della luce e della calma necessaria alla riflessione, l’anima diventa amara (v. 42). Ma resta ancora uno spiraglio di felicità: un’illusione fugace nuovamente affidata alla visione dei limoni, che occhieggiano da un malchiuso portone (v. 43) e alludono a un «miracolo» ancora possibile.

Le scelte stilistiche

Sin dall’inizio Montale adotta il tono “confidenziale” che percorre l’intero componimento: l’appello a un “tu” indeterminato, tramite l’imperativo Ascoltami (v. 1), è ripreso dal Vedi che introduce la terza strofa (v. 22), secondo un modulo ricalcato quasi alla lettera sulla Pioggia nel pineto (► T7, p. 395) di d’Annunzio. Il poeta rinuncia alle pose impostate care ai maestri della generazione precedente; ricorre alla prima persona soltanto in un’occasione, per dichiarare la sua inclinazione verso i contesti umili, rimarcata dalla spiccata colloquialità dell’enunciazione: Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi (vv. 4-5).
A partire dalla seconda strofa si passa decisamente al collettivo “noi” (noi poveri, ci metta, ci riporta, ci si mostrano, ci scrosciano), alternato a forme impersonali (si ascolta, ci si aspetta, si vede ecc.): non si tratta più di far cadere dall’alto la parola illuminante di un vate, ma di coinvolgere un lettore-fratello perché acquisisca consapevolezza di una realtà che riguarda tutti.

La scelta di concentrarsi su elementi di una quotidianità comune è accentuata dalla semplicità della sintassi: le proposizioni sono costruite in maniera lineare; mancano subordinate complesse. L’ordine delle parole, a parte qualche anastrofe*, è regolare e il lessico conosce rare impennate (bossi ligustri o acanti, divertite, s’affolta).
Beninteso, l’intento di «torcere il collo» a modalità letterarie sentite come troppo rigide, rivendicato nell’Intervista immaginaria (► T1, p. 838) del 1946, non è dovuto a trascuratezza o a una mancata padronanza dei mezzi tecnici. Tutt’altro: Montale raggiunge l’obiettivo di un testo semplice e piano con raffinata abilità, facilmente riconoscibile se si guarda all’aspetto retorico, accuratamente studiato, in cui spiccano allitterazioni* e paronomasie* (avara – amara l’anima, v. 42), e la sinestesia* che chiude il componimento, le trombe d’oro della solarità (v. 49).

 >> pag. 863 

      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Assegna un titolo a ogni strofa del componimento.


2 Riassumi gli elementi essenziali di poetica che Montale delinea nel testo.


3 Quando dilaga (v. 32) il profumo dei limoni?


4 Spiega l’immagine finale delle trombe d’oro della solarità.

ANALIZZARE

5 Individua i riferimenti ai sensi presenti nel componimento.


6 Evidenzia nel testo gli enjambement.


7 Al v. 15 i sensi di quest’odore sono retti dal verbo si ascolta (v. 13): di quale figura retorica si tratta?

  •   A   Metafora.
  •     Analogia.
  •     Sinestesia.
  •     Allegoria.

INTERPRETARE

8 Come viene risolto il tradizionale confronto tra città e campagna?


9 In che modo possiamo leggere il messaggio della lirica: in chiave positiva o negativa? Perché?


 T7 

Non chiederci la parola


Scritta nel 1923 e collocata in apertura della sezione Ossi di seppia, è una delle poesie più celebri della letteratura italiana del Novecento. Montale vi definisce la sua poetica per via negativa, nella convinzione che sia possibile esprimere soltanto ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


METRO 3 quartine polimetriche, con prevalenza di endecasillabi; le prime due a rima incrociata (ABBA, CDDC), l’ultima a rima alternata (EFEF). Ai vv. 6-7 la rima è ipermetra (amico : canicola).

        Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
        l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
        lo dichiari e risplenda come un croco
        perduto in mezzo a un polveroso prato.

5     Ah l’uomo che se ne va sicuro,
        agli altri ed a se stesso amico,
        e l’ombra sua non cura che la canicola
        stampa sopra uno scalcinato muro!

        Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
10   sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
        Codesto solo oggi possiamo dirti,
        ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 >> pag. 864 

      Dentro il testo

I contenuti tematici

Non chiederci la parola apre la sezione degli “ossi brevi” che dà il titolo all’intera raccolta. Montale colloca il componimento in questa posizione privilegiata enfatizzandone così la funzione di “manifesto”, in cui sinteticamente espone il suo modo di intendere la poesia. Per farlo sceglie una modalità dialogica, rivolgendosi a un “tu” non meglio precisato, da parte di un “noi” che vorrebbe sottintendere un’intera generazione di individui e di artisti, privi delle certezze ideologiche che avevano sostenuto l’opera dei loro predecessori, come Carducci, Pascoli e soprattutto d’Annunzio. Ai proclami di quest’ultimo il poeta oppone un sapere solo negativo, che respinge sul piano filosofico-conoscitivo prima ancora che politico le verità positive e il vitalismo allora dominante, andando molto al di là del semplice, sia pur significativo, rifiuto nei confronti della dittatura fascista, da poco al potere.

Montale mutua da Leopardi un pessimismo inflessibile, che dà origine a una visione del mondo al tempo stesso rinunciataria e coraggiosa. Se il «male di vivere» è la norma, infranta soltanto dallo sporadico sbocciare di un laico «miracolo», compito del poeta non è consolare gli afflitti o rimettersi a una fede pacificante, ma squarciare il velo dell’apparenza e stabilire con il lettore una solidarietà fondata sulla comune consapevolezza di una realtà amara e irriducibile a una formula (v. 9) precostituita.
Tale approccio è sintomo di uno stato di crisi personale e storica, in cui qualunque dogma finirebbe con il somigliare a un fiore dalle tinte troppo vivaci nel polveroso prato (v. 4) dell’esistenza. Eppure esistono uomini che non vedono la propria ombra, che non vivono cioè la sofferenza di una divisione interiore e procedono per la loro strada noncuranti e sereni, in armonia con sé stessi e con il prossimo. Nei confronti della loro inconsapevolezza il poeta prova un misto di compassione e ironia. Il suo relativismo gli impedisce di credere che la poesia possa offrire soluzioni o formule chiarificatrici. Eppure Montale non si abbandona al nichilismo e si dispone comunque a lasciare aperta una porta: Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (vv. 11-12). La porta aperta è quella dell’oggi: domani, chissà, potrebbe apparire un «varco».

Le scelte stilistiche

La struttura della lirica si basa su due strofe dichiarative che ne incorniciano una descrittiva. Il dominio della negatività è stabilito dagli imperativi che all’inizio della prima e della terza strofa anticipano le intenzioni dell’interlocutore (Non chiederci, Non domandarci) e viene fissato definitivamente dalla sentenza dell’ultimo verso, in cui i due non ritornano, rinforzati dal corsivo. All’argomentazione fa riscontro un’esemplificazione condotta, come di consueto, in termini estremamente concreti. Il polveroso prato del v. 4 attiva infatti la descrizione della strofa successiva: un uomo che cammina e la sua ombra proiettata su un muro scalcinato. Quest’uomo tranquillo e indifferente, che non si preoccupa della propria ombra (vale a dire della condizione problematica dell’uomo nel mondo, del suo essere interiormente diviso), assomiglia agli «uomini che non si voltano» di Forse un mattino andando in un’aria di vetro (► T10, p. 870): anche qui è la negazione a caratterizzarne l’atteggiamento. In altre parole, il poeta non vuole essere come coloro che si sottragono a una conoscenza lucida della realtà.

Il messaggio di Montale si modella in qualche storta sillaba e secca come un ramo (v. 10), dove l’allitterazione* della s e l’iperbato* concorrono a sottolineare la natura aspra della parola poetica. Quest’idea è ribadita dagli elementi del paesaggio, che rimandano alla sfera semantica dell’aridità: il polveroso prato, la canicola, lo scalcinato muro, che anche in Meriggiare pallido e assorto (► T8, qui sotto) mostrano in maniera emblematica la condizione umana. Sul piano metrico, la mancanza di regolarità sillabica è compensata dal sistematico ricorso a rime perfette, quasi a riprodurre la dialettica tra “informe” e geometrico su cui si regge il componimento.

 >> pag. 865 

      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Fai la parafrasi del testo.


2 Che cosa non si può più chiedere ai poeti? E che cosa invece essi sono in grado di offrire?

ANALIZZARE

3 Analizza e descrivi le scelte sintattiche del componimento.

4 Individua nel componimento i termini che appartengono al registro aulico e a quello colloquiale.

INTERPRETARE

5 Che cosa rappresenta l’uomo che se ne va sicuro (v. 5)?


6 Per quale motivo il poeta si esprime al plurale?


7 Quale concezione della parola poetica emerge dal componimento?


 T8 

Meriggiare pallido e assorto


Scritto dal poeta a soli vent’anni, nel 1916, e rivisto nel 1922, il componimento in origine si intitolava Tra gli orti, poi Rottami, titolo che per qualche tempo Montale pensò di estendere all’intera raccolta. Contenuto nella sezione Ossi di seppia, è il primo testo maturo del poeta ligure, che vi “trova” il suo paesaggio: l’arsa e desolata natura mediterranea in cui si riflette la condizione umana.


METRO 3 quartine e una strofa di 5 versi liberi, con misure oscillanti tra il novenario e l’endecasillabo. Le rime si dispongono secondo lo schema AABB CDC(ipermetra)D EEFF GHG(imperfetta)GH.

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Ad alta voce

        Meriggiare pallido e assorto
        presso un rovente muro d’orto,
        ascoltare tra i pruni e gli sterpi
        schiocchi di merli, frusci di serpi.

5     Nelle crepe del suolo o su la veccia
        spiar le file di rosse formiche
        ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
        a sommo di minuscole biche.

        Osservare tra frondi il palpitare
10   lontano di scaglie di mare

 >> pag. 866 

        mentre si levano tremuli scricchi
        di cicale dai calvi picchi.

        E andando nel sole che abbaglia
        sentire con triste meraviglia
15   com’è tutta la vita e il suo travaglio
        in questo seguitare una muraglia
        che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

      Dentro il testo

I contenuti tematici

L’annullarsi del tempo, al culmine di un assolato giorno estivo, è una situazione tipica di Alcyone, dove contribuisce a determinare la fusione tra l’uomo e il sensuale paesaggio tirrenico. Montale riprende questo motivo, però al panismo subentra una sensazione di irrimediabile «disarmonia» trasposta in un luogo brullo e scosceso, teatro di un’amara meditazione sul significato della vita, paragonata a un insensato procedere lungo un invalicabile rovente muro d’orto (v. 2). La natura non si presta qui a un contatto sereno, ma rispecchia l’aridità dello spirito, quasi intorpidito nel suo monotono viaggio su terreni screpolati dal calore, coperti di pruni e sterpi (v. 3), circondati da calvi picchi (v. 12). La luminosità accecante si rifrange sulla superficie del mare, che scintilla in lontananza come un ristoro potenzialmente consolante, ma in realtà lontano e perciò non raggiungibile.

Il frenetico movimento delle formiche, nella seconda strofa, allude alla condizione umana e ricorda una celebre pagina dello Zibaldone, dove Giacomo Leopardi si china a osservare «un giardino di piante, d’erbe, di fiori», scoprendovi una miniatura dell’universale sofferenza in cui si dibatte il creato. Anche Montale rovescia il motivo tradizionale classico del locus amoenus*, senza ricavarne però, come Leopardi, un moto di ribellione, ma soltanto un senso di avvilita impotenza. Lo sguardo del poeta progressivamente si alza, dalle crepe del suolo (v. 5) alle onde del mare, e di qui ai calvi picchi (v. 12) che si ergono nei paraggi. Infine l’osservazione attenta cede il campo a una riflessione, che ne è conseguenza: la progressione dei verbi percettivi (ascoltare, spiar, Osservare…) culmina nel sentire della quarta strofa, che indica al tempo stesso una sensazione fisica e un sentimento interiore. Il rovente muro d’orto (v. 2) diviene muraglia (v. 16) insuperabile: vivere equivale a costeggiarla, sapendo che ogni tentativo di scavalcarla è impedito dai cocci aguzzi di bottiglia (v. 17) che la sormontano, suggellando l’irrimediabile destino di solitudine dell’uomo.

Le scelte stilistiche

Inizialmente alla figura del poeta nella lirica fanno diretto riferimento soltanto due aggettivi, pallido e assorto (v. 1), che sottolineano il suo distacco emotivo da ciò che lo circonda. Nella quarta strofa il sentire con triste meraviglia del v. 14 indica però un mutato atteggiamento: all’inizio il poeta è in quella condizione di fiacca meditazione tipica dei pomeriggi estivi; ma, dopo aver percorso con lo sguardo il paesaggio circostante, come riscuotendosi dal proprio torpore si accorge che quell’ambiente assomiglia al suo stato d’animo, e tira le fila del confronto attraverso l’immagine del cammino lungo la muraglia sormontata dai cocci di vetro (che vengono inquadrati per ultimi e si presume scintillino nella luce del sole).

 >> pag. 867 

Anche sul piano stilistico siamo agli antipodi della fusione con gli elementi della natura più volte messa in scena in Alcyone. L’enunciazione, interamente condotta tramite verbi all’infinito, realizza il secondo principio del Manifesto tecnico della letteratura futurista: «Si deve usare il verbo all’infinito, perché si adatti elasticamente al sostantivo e non lo sottoponga all’io dello scrittore che osserva o immagina». Gli atti percettivi (ascoltare, spiar, Osservare, sentire), sottratti all’emotività del soggetto e a uno sviluppo cronologico, acquistano portata universale e contribuiscono a creare l’idea di un ritmo ripetitivo, prestabilito e immodificabile. Anche il verbo seguitare (v. 16) contiene in sé l’idea di un movimento obbligato e privo di senso. Il poeta è ridotto a semplice soggetto che percepisce.

Montale sostiene di aver tentato di comporre, negli Ossi di seppia, «un verso che aderisse a ogni fibra di quel suolo» in cui era cresciuto. Nessuna poesia meglio di Meriggiare pallido e assorto conferma questa intenzione: tutto il componimento è accordato sul tono stridulo delle cicale (v. 12), protagoniste del paesaggio sonoro insieme ai merli e alle serpi fruscianti (v. 4). In questa scelta si sente l’influenza dei suoni più duri e “infernali” della Commedia di Dante, che governa la mescolanza plurilinguistica fra termini letterari (come pruni e frondi) e prosaici (come i cocci aguzzi di bottiglia). Non meno importante è la memoria del fonosimbolismo di Pascoli: la disarmonia esistenziale si traduce infatti nella prevalenza di suoni duri e dissonanti, in cui primeggiano la c velare e la r (schiocchi, scricchi, merli, frusci, tremuli, frondi ecc.). Numerose sono anche le rime difficili (sterpi : serpi, l’ipermetra veccia : intrecciano, formiche : biche). Va poi notata la virtuosistica sequenza dell’ultima strofa, tutta condotta sulla ricorrenza del gruppo gl: abbaglia : meraviglia : travaglio : muraglia : bottiglia.

      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Che cosa fanno le formiche nella seconda strofa?


2 Elenca i verbi all’infinito presenti nel testo e indica quali esprimono un’azione e quali una percezione.


3 Il poeta compie particolari azioni? Se sì, quali? Se no, perché?

ANALIZZARE

4 Individua i riferimenti a suoni e rumori della natura presenti nel componimento.


5 Elenca nella tabella elementi visivi e sonori.


Elementi visivi
Elementi sonori

 
 

 
 

 
 

 
 

INTERPRETARE

6 La lirica è costruita sulla successione di immagini concrete che acquistano, secondo la prospettiva del correlativo oggettivo, valenze simboliche. Precisa tali significati, riassumendoli nella tabella.


Immagini concrete
Valenze simboliche

 
 

 
 

 
 

 
 

PRODURRE

7 Immagina una continuazione del componimento. Dove va il poeta? Qual è la sua meta? Scrivi un testo narrativo di circa 30 righe.


I colori della letteratura ed. NUOVO ESAME DI STATO - volume 3
I colori della letteratura ed. NUOVO ESAME DI STATO - volume 3
Dal secondo Ottocento a oggi