T2 - La vita è un «ingannevole sogno» (Ultime lettere di Jacopo Ortis)

Il primo Ottocento – L'autore: Ugo Foscolo

 T2 

La vita è un «ingannevole sogno»

Ultime lettere di Jacopo Ortis, Parte prima


Dopo aver compreso che Teresa, la donna amata, non potrà essere sua, Jacopo inizia il proprio vagabondaggio nelle campagne dei colli Euganei, dove la contemplazione del paesaggio gli ispira riflessioni amare sul destino umano.

Da' colli Euganei, 19 Gennajo 1798
Umana vita? sogno; ingannevole sogno al quale noi pur diam sì gran prezzo,1
siccome le donnicciuole2 ripongono la loro ventura3 nelle superstizioni e ne' presagj!
Bada;4 ciò cui tu stendi avidamente la mano è un'ombra forse, che mentre
è a te cara, a tal altro è nojosa.5 Sta dunque tutta la mia felicità nella vota6 apparenza
5 delle cose che ora m'attorniano; e s'io cerco alcun che di reale,7 o torno a
ingannarmi, o spazio attonito e spaventato nel nulla!8 Io non lo so; ma, per me,
temo che Natura abbia costituito la nostra specie quasi minimo anello passivo9
dell'incomprensibile suo sistema, dotandone di cotanto10 amor proprio, perché il
sommo timore e la somma speranza creandoci nella immaginazione una infinita
10 serie di mali e di beni, ci tenessero pur sempre affannati di questa esistenza breve,
dubbia,11 infelice. E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, essa ride del nostro
orgoglio che ci fa reputare12 l'universo creato solo per noi, e noi soli degni e
capaci di dar leggi al creato.
Andava dianzi perdendomi per le campagne, inferrajuolato13 sino agli occhi,
15 considerando lo squallore della terra tutta sepolta sotto le nevi, senza erba né fronda
che mi attestasse le sue passate dovizie.14 Né potevano gli occhi miei lungamente
fissarsi su le spalle de' monti, il vertice15 de' quali era immerso in una negra
nube di gelida nebbia che piombava ad accrescere il lutto dell'aere freddo ed
ottenebrato. E parevami vedere quelle nevi disciogliersi e precipitare a16 torrenti che
20 innondavano il piano, trascinandosi impetuosamente piante, armenti,17 capanne,
e sterminando in un giorno le fatiche di tanti anni, e le speranze di tante famiglie.
Trapelava di quando in quando un raggio di Sole, il quale quantunque restasse poi
soverchiato dalla caligine,18 lasciava pur divedere19 che sua mercé soltanto il mondo
non era dominato da una perpetua notte profonda. Ed io rivolgendomi a quella
25 parte di cielo che albeggiando manteneva ancora le tracce del suo splendore: – O
Sole, diss'io, tutto cangia quaggiù! E verrà giorno che Dio ritirerà il suo sguardo
da te, e tu pure sarai trasformato; né più allora le nubi corteggeranno20 i tuoi raggi
cadenti; né più l'alba inghirlandata di celesti rose verrà cinta di un tuo raggio su

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l'oriente ad annunziar che tu sorgi. Godi intanto della tua carriera,21 che sarà forse
30 affannosa, e simile a questa dell'uomo; tu 'l vedi; l'uomo non gode de' suoi giorni;
e se talvolta gli è dato di passeggiare per li fiorenti prati d'Aprile, dee22 pur sempre
temere l'infocato aere dell'estate, e il ghiaccio mortale del verno.

      Dentro il testo

I contenuti tematici

L'esistenza umana è un sogno ingannevole e la natura è indifferente alla nostra sorte. Questo concetto antico, presente nella tradizione occidentale come in quella orientale, viene ripreso da Foscolo che ha ben presenti sia le famose parole di William Shakespeare («Noi siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni, e la nostra piccola vita è circondata di sonno», dice il saggio mago Prospero nella Tempesta), sia l'altrettanto famosa opera del drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca, dal titolo La vita è sogno (1635). Le cose a cui teniamo di più, i nostri ideali al pari di tutto ciò che possediamo nella vita, hanno semplicemente – e tragicamente – la consistenza di ombre. L'illusione è menzognera, ci fa credere in un mondo che non esiste ed è solo lo specchio delle nostre aspettative più profonde, che non trovano alcun riscontro nella realtà.

All'interno di una concezione della vita materialistica e meccanicistica di stampo illuministico, la natura è la grande colpevole, preoccupata solo di governare il mondo all'interno di un ciclo di produzione e distruzione: essa ha creato la stirpe umana quasi minimo anello passivo dell'incomprensibile suo sistema (rr. 7-8). Jacopo (esprimendo direttamente le idee dell'autore) non parla di Dio ma di una forza impersonale, che ha generato esseri mortali come anelli di una catena meccanica, minuscoli e ciecamente asserviti a un fine che non conoscono.
Gli individui della specie umana hanno in più un difetto gravissimo, che nella Grecia antica si identificava con il peccato di hybris, un insieme di orgoglio, tracotanza, brama di autoaffermazione e sfida rivolta contro volontà superiori (il destino, gli dèi stessi), con le quali è persino ridicolo mettersi a confronto, tanto gli uomini sono miseri, inermi e soli.

Le scelte stilistiche

Umana vita? sogno: l'inizio della lettera introduce il lettore nel mezzo di una meditazione già iniziata, che si può quindi immaginare come persistente nell'animo irrequieto di Jacopo. L'andamento del discorso è quello di un monologo drammatico, in cui all'intonazione meditativa iniziale, scandita da un periodare ampio e complesso e suggerita anche dall'uso del tempo presente, ne subentra nella seconda parte una più narrativa, contrassegnata dall'imperfetto. Nelle righe conclusive (in cui l'autore rielabora i versi di una poesia giovanile, Al Sole, composta nel 1797), invece, le immagini si fanno più liriche, con l'invocazione al Sole che si apre al tono profetico, sottolineato dalla presenza dei verbi al futuro.

 >> pag. 478 

      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto della lettera in circa 5 righe.

ANALIZZARE

2 Descrivi le caratteristiche del paesaggio ed evidenzia gli elementi preromantici che è possibile cogliervi.

INTERPRETARE

3 Che cosa intende Foscolo con la frase l’uomo non gode de’ suoi giorni (r. 30)?


4 La specie umana viene definita un minimo anello passivo (r. 7) nel sistema della natura. Spiega questa espressione, soffermandoti in particolare sul significato dell’aggettivo passivo.

PRODURRE

5 Le righe finali (rr. 25-32) richiamano la canzone giovanile Al Sole. Leggi la poesia contenuta nel libro digitale e commenta, in un testo espositivo-argomentativo di circa 20 righe, analogie e differenze.


 T3 

L’amore di Teresa

Ultime lettere di Jacopo Ortis, Parte prima


Durante una passeggiata sui monti, mentre la Luna sorge all’orizzonte, Jacopo incontra Teresa, che gli parla della passione di Petrarca per Laura e accende nel cuore dell’innamorato il sentimento struggente di una profonda affinità. I due si siedono sotto un grande gelso e si scambiano un bacio, che trasforma l’animo del giovane, il quale sente improvvisamente la natura e la vita stessa trasfigurarsi ai suoi occhi. Riportiamo qui le tre lettere in cui il protagonista racconta l’avvenimento all’amico e descrive gli effetti che esso ha prodotto nel suo animo.

14 Maggio, ore 11
Sì, Lorenzo! – dianzi io meditai di tacertelo – or odilo, la mia bocca è tuttavia rugiadosa
– d'un suo bacio – e le mie guance sono state innondate dalle lagrime di Teresa.
Mi ama – lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso.


14 Maggio, a sera
O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un
5 po' calmato e torno a scriverti. – Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti
che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo. A queste parole tutto ciò ch'io
vedeva mi sembrava un riso dell'universo: io mirava con occhi di riconoscenza il
cielo, e mi parea ch'egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che1 non venne la
morte? e l'ho invocata. Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel
10 momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano;
e tutte le cose s'abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della
luce infinita della Divinità.2 Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due
cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava

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tutta tremante,3 e trasfondea4 i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava
15 su questo petto: mirandomi co' suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue
labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie - ahi! che ad un tratto mi si è
staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s'alzò correndole incontro.
Io me le sono prostrato,5 e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma
non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù,
20 quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva6 e sento rimorso di averla io primo
eccitata nel suo cuore innocente. Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio
cuore codardo! – Me le sono accostato tremando. – Non posso essere vostra mai!
– e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea
rimproverarsi e compiangermi. Accompagnandola lungo la via, non mi guardò
25 più; né io avea più cuore di dirle parola. Giunta alla ferriata7 del giardino mi prese
di mano la Isabellina8 e lasciandomi: Addio, diss'ella; e rivolgendosi dopo pochi
passi, – addio.
Io rimasi estatico: avrei baciate l'orme de' suoi piedi: pendeva un suo braccio, e
i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena
30 appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere9
le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l'ebbi
perduta, tendeva l'orecchio sperando di udir la sua voce. – E partendo, mi volsi con
le braccia aperte, quasi per consolarmi, all'astro di Venere: era anch'esso sparito.


15 Maggio
Dopo quel bacio io son fatto divino.10 Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio
35 aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.11 Mi pare che tutto s'abbellisca
a' miei sguardi; il lamentar degli augelli,12 e il bisbiglio de' zefiri13 fra le frondi son
oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a' miei
piedi;14 non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno
è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando15
40 ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione. O Amore! le arti belle
sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli
animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle
più tarde generazioni, spronandole con le voci e co' pensieri spirati dal cielo ad
altissime imprese: tu raccendi ne' nostri petti la sola virtù utile a' mortali, la Pietà,
45 per cui sorride talvolta il labbro16 dell'infelice condannato ai sospiri: e per te rivive
sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e
morte. Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata;17 gli animali, nemici fra loro; il
Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso
che l'anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido
50 delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell'avvenire.18 – O Lorenzo!

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sto spesso sdrajato su la riva del lago de' cinque fonti19 mi sento vezzeggiare20 la
faccia e le chiome dai venticelli che alitando21 sommovono l'erba, e allegrano i fiori,
e increspano le limpide acque del lago. Lo credi tu? io delirando deliziosamente
mi veggo dinanzi le Ninfe22 ignude, saltanti,23 inghirlandate di rose, e invoco in
55 lor compagnia le Muse e l'Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi,
vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti24 sparse su le spalle rugiadose, e con
gli occhi ridenti le Najadi,25 amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo.
– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de'
baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che
60 diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo,26 e che
trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli27 della lor fantasia! Illusioni! ma
intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor
più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire,28 io
me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.

      Dentro il testo

I contenuti tematici

II bacio di Teresa sconvolge Jacopo, che ne descrive gli effetti all'amico, in un crescendo di reazioni scatenate dall'amore e ora rappresentate con un ritmo frenetico, addirittura convulso, provocato da un'emozione prepotente. La sera stessa, Jacopo riflette sull'accaduto e rende partecipe il suo confidente dell'evolversi della vicenda, analizzando gli episodi della giornata con psicologia sottile ed estrema partecipazione: oltre al trasporto emotivo del protagonista, alle sue esitazioni e alla sua veemenza, scopriamo però, in controluce, anche la complessa personalità di Teresa, donna angelicata nella migliore tradizione stilnovista (come indicano i suoi tremori e sospiri, r. 14), ma anche figura dotata di passioni capaci di travalicare ogni convenzione sociale e familiare (il suo ardore romantico è espresso con palpiti e languori, rr. 14-15).
La seconda lettera (14 Maggio, a sera) è percorsa dai sentimenti che si avvicendano: la natura sembra partecipare all'estasi di Jacopo, l'intero universo sorride, in quella sorta di simbiotico rispecchiamento tra paesaggio e stato d'animo che è uno dei tratti tipici della sensibilità romantica. Al tempo stesso, però, Jacopo è turbato, teme di violare il "cuore innocente" di Teresa, avverte che la propria felicità non può essere slegata dal dolore e dall'imminenza della morte, in un triste presentimento che la verità si incarica subito di confermare quando Teresa gli dice: Non posso essere vostra mai! (r. 22).

La consapevolezza dell'irrealizzabilità dell'amore non cancella però la percezione della sua forza irresistibile. Nella lettera del giorno successivo il senso di pienezza che il sentimento trasmette rende la realtà molto diversa da come fino a quel momento è apparsa a Jacopo. Gli effetti del bacio lo portano a sperimentare appieno la potenza dell'amore descritta nella tradizione lirica: l'innamorato che si identifica con la stagione primaverile, la passione che ispira la poesia, l'amore che anima il cosmo e diventa principio di eroismo (le altissime imprese, r. 44), di umanità (la Pietà, r. 44), di vita stessa. Tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia (rr. 38-39), confessa il protagonista, che vede il suo destino rasserenarsi e il mondo popolarsi di presenze divine dell'antica tradizione pagana. Tutta la seconda parte della lettera del 15 maggio evoca le ombre gentili della mitologia: Ninfe, Muse, Naiadi appaiono a Jacopo che sta delirando deliziosamente (r. 53). Appaiono anche le Grazie, prefigurando il poema che Foscolo comporrà dieci anni dopo, già associate nel pensiero del protagonista al Bello e al Vero, che l'uomo può scoprire contemplando gli idoli della lor fantasia (r. 61).

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Recuperando, secondo lo spirito neoclassico, i valori della bellezza e dell'armonia – e al contempo polemizzando con i filosofi, che con atteggiamento raziocinante condannano i frutti dell'immaginazione poetica – Foscolo ragiona qui proprio sulla potenza salvifica delle illusioni come risarcimento dal dolore provocato dalla Storia: esattamente allo stesso modo degli antichi, i quali, grazie al conforto della fantasia, erano in grado di vincere i limiti umani. Le illusioni peraltro non costituiscono una fuga dal mondo o un mezzo per evadere nella dimensione astratta e consolatoria del sogno, ma al contrario rappresentano lo strumento (l'unico concesso all'uomo) per attivare le forze creative e un'energia indomita senza la quale la vita sarebbe ridotta a pianto, terrore e distruzione universale (r. 48). Si avverte qui una critica del razionalismo illuministico, colpevole, con la sua fredda analisi del reale, di evidenziare il dolore dell'esistenza umana, spegnendo ogni illusione e condannando quindi l'individuo alla noia e alla rassegnazione.

Le scelte stilistiche

Jacopo non riesce a raccontare in modo puntuale e razionale ciò che è accaduto: ha bisogno di scrivere tre lettere il 14 (la prima, che non abbiamo riportato, costituisce una sorta di preambolo narrativo al bacio) e poi un'altra, il giorno immediatamente successivo, per fermare il prorompere della passione amorosa e descrivere l'impatto che essa ha avuto su di lui. Il breve biglietto inviato all'amico (14 Maggio, ore 11) comunica tutta la sua eccitazione, che egli chiede di non turbare (lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso, r. 3). Ma anche la lettera successiva (14 Maggio, a sera) svela la sua tensione emotiva, sottolineata da interrogative, esclamative, interiezioni (deh, r. 8; ahi, r. 16).
L'enfasi non diminuisce nemmeno il giorno successivo, quando l'autore esprime, con entusiastica commozione, il palpito dei sensi e della mente (divino, r. 34; alte e ridenti, r. 34; gajo, r. 35: sono solo alcuni degli aggettivi che troviamo nelle prime frasi). Anche in questo caso, la componente sentimentale traspare chiaramente sulla pagina, puntellata com'è da esclamazioni (O Amore!, r. 40; O Lorenzo!, r. 50; Illusioni! Grida il filosofo, r. 57; tutto! Beati gli antichi, r. 58) e da domande retoriche (Lo credi tu?, r. 53; Or non è tutto illusione?, rr. 57-58). L'emozione raggiunge infine il culmine con l'immagine conclusiva: se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani (rr. 63-64).

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      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Dai un titolo a ciascuna delle lettere presentate.


2 All’inizio della lettera del 15 maggio Jacopo descrive gli effetti del bacio sulla propria percezione di sé e della natura. Riassumili in un linguaggio corrente.

ANALIZZARE

3 Che tipo di lessico utilizza Jacopo in queste lettere?


4 Quali dettagli fisici ci vengono mostrati di Teresa? E qual è il suo comportamento? Dopo avere individuato tutte le espressioni che la riguardano, analizzale e prova a costruire un ritratto della donna.


5 L’espressione delirando deliziosamente (r. 53) presenta contemporaneamente due figure retoriche. Quali?


6 Elenca tutti gli aggettivi che connotano positivamente la condizione interiore di Jacopo.


7 Nella descrizione della natura compaiono elementi tipici sia della sensibilità neoclassica sia di quella preromantica. Elencali nella tabella.


Elementi neoclassici
Elementi preromantici




INTERPRETARE

8 In che senso gli antichi vengono definiti Beati (r. 58)? Quale capacità li differenzia dai moderni?

PRODURRE

9 In queste lettere emerge chiaramente la funzione delle illusioni esercitata, secondo Foscolo, nella vita umana. Facendo diretto riferimento al racconto e alle considerazioni di Jacopo, ragiona sull’argomento in un testo di circa 25 righe.


 T4 

La lettera da Ventimiglia

Ultime lettere di Jacopo Ortis, Parte seconda


Dopo aver vagato senza meta attraverso l’Italia, Jacopo giunge, all’inizio del 1799, al confine di Ventimiglia. Da qui egli aveva pensato di entrare in Francia; poi però cambia idea e prende la decisione di tornare ai colli Euganei. Scrive così una lettera – di cui riportiamo la seconda parte – nella quale lo spettacolo della natura gli suggerisce un’approfondita riflessione sulla tragicità della condizione umana.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbrajo
Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura.1 Ho vagato per
queste montagne. Non v'è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi;2 aspri
e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de' viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja,3 un torrente che quando si disfanno4 i ghiacci precipita dalle
5 viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V'è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su
quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due
argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici
dell'Alpi altre Alpi di neve5 che s'immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si
10 confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana,
e per quelle fauci6 invade il Mediterraneo. La Natura siede qui solitaria e minacciosa,
e caccia7 da questo suo regno tutti i viventi.

 >> pag. 483 

I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì8 sormontati d'ogni parte
dalla pertinace avarizia9 delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti
15 manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? – Ov'è
l'antico terrore10 della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni dì memorando11 la
libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la
nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime,12 i nostri
20 nemici calpestano i loro sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze,
e l'intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi,
o trafficati come i miseri Negri,13 e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe
e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que' Grandi per annientarne le
ignude14 memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non
25 eccitamento dell'antico letargo.15                     
Così grido quand'io mi sento insuperbire16 nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi
intorno io cerco, né trovo più la mia patria. – Ma poi dico: Pare che gli
uomini sieno fabbri17 delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall'ordine
universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a' destini. Noi
30 argomentiamo18 su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino19 nell'immenso spazio
del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi20
di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto.
L'universo si controbilancia.21 Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere
senza i cadaveri dell'altra. Io guardando da queste Alpi l'Italia piango e fremo,
35 e invoco contro agl'invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora
vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano22 il mondo, cercavano
oltre a' mari e a' deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano23 gl'Iddii de'
vinti, incatenvano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove
insanguinare i lor ferri,24 li ritorceano contro le proprie viscere.25 [...] Ma in pochissimi
40 secoli la regina del mondo divenne preda de' Cesari, de' Neroni, de' Costantini,
de' Vandali, e de' Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della
America, oh quanto sangue d'innumerabili popoli che né timore né invidia recavano
agli Europei, fu dall'Oceano portato a contaminare d'infamia le nostre spiagge!
ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le
45 nazioni hanno le loro età. Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di
domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno
col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve. La fame, i diluvj, e la peste
sono ne' provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara
l'abbondanza per l'anno vegnente: e chi sa? fors'anche le sciagure di questo globo
50 apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano
alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia:

 >> pag. 484 

ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l'avessero prima violata? Chi
ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche
55 chi per fame invola26 del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti,
per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché
un'altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli uomini. Sorgono frattanto
d'ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici,27 e sovente come
malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati28 dalla fortuna ch'essi credono
60 lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora
sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de'
capisette,29 e de' fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità
de' volghi si stimano saliti tant'alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell'oriuolo.30
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli
65 uomini che la incominciano, e che fanno de' loro teschj sgabello al trono di chi la
compie. E perché l'umana schiatta31 non trova né felicità né giustizia sopra la terra,
crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente. Ma
gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de' conquistatori: e opprimono le
genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.32                         
70 Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati;
 in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita,
sappiamo compiangerli e soccorrerli. Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le
altre sono virtù usuraje.33
Ma mentre io guardo dall'alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi
75 sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell'uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre
e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri,34 a cui se' caro, e che forse
sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia
degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te;
80 e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto. Abbandonato
da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t'ascolta; eppure nelle tue afflizioni il
tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all'are domestiche.35
O Natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi
e gl'insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?36 Ma
85 se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la
soma37 delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente38 a tutte le tue leggi,
perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con
mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove
90 mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le
infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò
a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato
queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi

 >> pag. 485 

diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza
95 per me, se null'altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole,
o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre
pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni
delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso
sarà confortato da' sospiri di quella celeste fanciulla39 ch'io credeva nata per me, ma
100 che gl'interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.

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I contenuti tematici

Dopo un inquieto e drammatico girovagare, Jacopo è giunto ai confini dell'Italia. Solo tra le montagne, nella prima parte della lettera descrive il paesaggio desolato che lo attornia. È una visione intensamente romantica: rocce, luoghi deserti e inospitali, nei quali la natura rispecchia il proprio carattere maestoso e severo, ma soprattutto cupo. Il freddo vento di tramontana spazza le cime piene solo di sterpi e delle croci che segnano il sito de viandanti assassinati (rr. 3-4): l'imponenza minacciosa di una natura personificata mostra il suo volto ostile, specchio fedele delle implacabili crudeltà che si abbattono sull'esistenza umana. Nelle altissime rupi e nei burroni cavernosi (r. 8), nei bronchi e negli aspri e lividi macigni (rr. 2-3) si riconoscono i paesaggi preromantici descritti da Ossian e da Alfieri: ma in Foscolo l'aspetto esteriore degli elementi naturali prelude a una meditazione sconsolata sulla violenza di cui è fatta la Storia, vista come una sanguinosa sequenza di stragi.

II contrasto con la società non trova risarcimento nelle consolazioni della solitudine: lo spettacolo della natura, che ammalia molti artisti del tempo di Foscolo, è percepito come desolazione e orrore e non concede requie a un'anima condannata a nuotare nella sofferenza. Il sublime romantico, che di norma si presenta nella dialettica tra piacere e dolore, esaltazione e umiliazione, qui sottolinea solo l'impotenza umana, senza neanche l'effimero conforto di un'illusione di pace. La fusione tra uomo e natura è un dolce miraggio, che non cancella la violenza della realtà: le tinte forti, quasi eccessive, del paesaggio costituiscono il simbolo di uno squilibrio senza rimedio, destinato a opprimere l'individuo e a condannarlo a una morsa stritolante di insensatezza.

La contemplazione dei confini della patria induce Jacopo a riflettere sconsolato sulle condizioni dell'Italia, umiliata dalle invasioni straniere e ormai dimentica delle passate glorie. Il motivo medievale del rimpianto dei valori perduti caratterizza il patriottismo di Ortis, nel confronto tra un passato di grandezza eroica e un presente di indecorosa e vile schiavitù. Ma è inutile, e anzi accentua la sofferenza, contrapporre al torpore di oggi la forza e la fierezza di un tempo: gli esempi storici gloriosi non servono da pungolo per risvegliare il popolo italiano dalla sua stanchezza e dal suo antico letargo (r. 25).

D'altra parte, gli uomini obbediscono – più che alla loro volontà – a un destino universale, decretato da un ordine meccanico che impone in eterno la presenza di vittime e oppressori, di popoli sottomessi e popoli prevaricatori. Sulla linea di pensatori e filosofi quali Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, Foscolo non si discosta da una visione pessimistica della Storia, basata sull'idea della malvagità innata della natura umana e sul carattere violento del potere.

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Per questo la riflessione sulla situazione personale e su quella della penisola inevitabilmente si allarga a una dimensione cosmica, eterna, contrassegnata da un disperato fatalismo: sempre gli imperi si sono avvicendati, la Storia è un oceano di sangue e patimento, all'uomo non resta che accettare una condizione che di volta in volta può renderlo schiavo o tiranno, in base a quella logica ciclica a cui, secondo l'insegnamento di Giambattista Vico, sono sottoposti gli individui e la civiltà.

All'io non rimane dunque che abbandonare ogni residua e ottimistica velleità circa le possibilità concesse al proprio agire. La virtù stessa è fonte di illusioni: nessun ideale può sconfiggere la sofferenza. Le speranze di Jacopo si infrangono a contatto con la sua consapevolezza: che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? (r. 16); e ancora: la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati (rr. 35-36). Il mito dell'eroismo individuale, che pure aveva fatto breccia nel suo spirito avido di belle gesta, è ormai superato e perfino demistificato: poiché anche le nobili azioni del singolo finiscono per diventare strumento della legge del più forte, l'unica via di uscita è l'estrema liberazione dalla vita. A confortare il protagonista rimane solo il pensiero che morendo in patria potrà almeno essere ricordato e pianto da quei pochi deboli e sventurati (r. 70) i quali, dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita (r. 71), condividono con lui la virtù della compassione.

Le scelte stilistiche

Le domande, sempre più disperate, si affollano nella mente di Jacopo. La forza delle espressioni, delle invocazioni, delle invettive diventa tanto più intensa quanto più si affievoliscono le sue energie, fiaccate dalle molteplici delusioni. Anche in questo caso il tono è quello di un monologo teatrale, in cui i pensieri vengono espressi in forma concitata, a volte perfino enfatica. Passato e presente si fondono, in un discorso che alterna slanci e pause riflessive nello snodarsi dei vari argomenti, dall'intonazione tragica e declamatoria dell'apostrofe* iniziale all'Italia al pathos lirico ed effusivo che si distende nella parte finale della lettera.

A prevalere è un ritmo in cui periodi brevi e connessi paratatticamente lasciano spazio a frasi più ampie e articolate; stabile è invece il registro espressivo, sempre tendente al sublime, con la consueta e naturale disposizione alla declamazione, come si vede dall'abbondanza di interrogative dirette, di esclamazioni e apostrofi indirizzate dal protagonista ora a sé stesso (Tu hai una madre e un amico, rr. 76-77), ora all'interlocutore reale (Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù?, r. 70), ora infine a interlocutori fittizi (l'Italia, la Compassione, la Natura).

      Verso le competenze

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto della lettera in circa 10 righe.


2 Qual è il soggetto della proposizione Oggi sono tiranne (r. 45)?

  •     Le nazioni
  •     Le loro età
  •     Gli europei
  •     Le foreste di belve.

ANALIZZARE

3 Individua le personificazioni presenti nel testo.

INTERPRETARE

4 Quali effetti ottengono le frasi esclamative e interrogative scritte da Jacopo?


5 In argini di altissime rupi e di burroni cavernosi (r. 8) quale figura retorica riconosci?

  •     Analogia. 
  •     Metafora. 
  •     Climax
  •     Chiasmo.

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6 Noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve (rr. 51-52): spiega il significato di questa espressione e la visione della Storia a cui esso rimanda.


7 Alla r. 89 Jacopo si chiede: Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? Quale convinzione esprime il protagonista con queste interrogative?


8 Quale idea della religione emerge dalle riflessioni di Jacopo?

PRODURRE

9 Imitando lo stile oratorio foscoliano, esprimi in circa 30 righe alcune tue considerazioni sulle condizioni dell’Italia di oggi, sottolineando i problemi che ti sembrano più gravi e urgenti.


PER APPROFONDIRE

L’eroe romantico: un solo personaggio con tanti nomi 

Durante l’epoca preromantica e romantica, nelle varie culture d’Europa, scrittori molto diversi per esperienze, storie personali e condizioni sociali hanno creato personaggi destinati a diventare modelli di comportamento collettivo, accomunati da molti tratti caratteriali e psicologici. 

I tratti costitutivi 
Titanismo e vittimismo, tendenza alla riflessione e al vagheggiamento onirico, ideale supremo e delusione: questi sono i poli estremi in cui si dibatte, alle varie latitudini europee, il protagonista romantico, a cominciare dalle sue prime incarnazioni letterarie, l’io delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e il Werther di Goethe. Come abbiamo visto, l’eroe passionale e disperato del romanzo goethiano si può mettere in strettissima relazione con lo Jacopo Ortis di Foscolo, che prende qualche aspetto anche da un altro innamorato pieno di ideali ma privo di speranze, il precettore Saint-Preux, protagonista della Nuova Eloisa dello stesso Rousseau. Anche nel René del visconte de Chateaubriand o nell’Oberman di Étienne Pivert de Senancour, protagonisti dei romanzi omonimi (René, 1802; Oberman, 1804), si possono scoprire sentimenti tipici del Romanticismo: la noia, l’eterna insoddisfazione, il senso dei limiti imposti dal destino alla condizione umana, il bisogno del confronto liberatorio con la natura. 
Un nuovo, estremo aspetto del "male di vivere" romantico è tratteggiato nel romanzo Adolphe (1816) di Benjamin Constant. Qui sono l’amore e i sentimenti a diventare inutili nell’offrire all’individuo la salvezza: il protagonista, perdutamente amato da Ellénore, non sa ricambiarla né staccarsi da lei. A causa della sua incapacità di amare finisce per uccidere la ragazza e per condannare sé stesso all’eterno rimorso.

I colori della letteratura ed. NUOVO ESAME DI STATO - volume 2
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Dal Seicento al primo Ottocento