T5 - L’amarezza dell’esule (Convivio)

T5

L’amarezza dell’esule

Convivio, I, 3, 4-5

Il dolore dell’esilio è evocato in un breve, celebre passo del Convivio, in cui Dante non manca di notare la responsabilità dei suoi concittadini.

          Poi che fu piacere delli cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma,1
 Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino
 al colmo della vita mia, e nel quale, con buona pace di quella,2 desidero con tutto
 lo core di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato –, per le

5       parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando,
 sono andato,3 mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente
 al piagato molte volte essere imputata.4 Veramente io sono stato legno5
 sanza vela e sanza governo,6 portato a diversi porti e foci e liti7 dal vento secco
 che vapora8 la dolorosa povertade; e sono apparito alli occhi a molti che forse che  

10     per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali non
 solamente mia persona invilìo,9 ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta
 come quella che fosse a fare.

Dentro il TESTO

I contenuti tematici

Dante spera di poter tornare a Firenze richiamato dai cittadini riconciliatisi con lui (con buona pace di quella, r. 3), dopo il bando d’esilio perpetuo emesso il 10 marzo 1302, quando il poeta ha trentasette anni, tutti trascorsi nella sua città (il seno dove nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, rr. 2-3: all’incirca il «mezzo del cammin di nostra vita» del primo verso dell’Inferno). Lì afferma di voler tornare per finire i propri giorni. Sappiamo che questo desiderio non si realizzerà mai.

Le scelte stilistiche

Il poeta descrive in termini drammatici, attraverso una serie di immagini assai efficaci, la propria condizione di esule, costretto a mostrare contro voglia la piaga della fortuna (r. 6). A questa prima metafora* ne segue una seconda, più articolata, in cui Dante assimila sé stesso a un’imbarcazione priva di vele e di timone, in balia delle intemperie. Il passo si apre con una nota nostalgica nei confronti della città natia e si conclude con la protesta per l’ingiustizia subita.

Verso le COMPETENZE

Comprendere

1 Che cosa intende Dante con l’espressione lo tempo che m’è dato (r. 4)?


2 Qual è il significato della frase la piaga della fortuna […] suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata (rr. 6-7)?


3 Dante afferma che, agli occhi di coloro che assistevano alla sua condizione di esiliato, la sua persona invilìo e di minor pregio si fece ogni opera (r. 11). Che cosa vuol dire?

Interpretare

4 Che cosa simboleggia il vento secco che vapora la dolorosa povertade (rr. 8-9)?

Produrre

5 Scrivere per esporre. Svolgi una breve ricerca su altri scrittori e poeti esiliati e sintetizzala in un testo espositivo di circa 30 righe.


6 Scrivere per raccontare. Immagina di essere bandito dalla tua città e dalla tua nazione, nonché allontanato dai tuoi cari, in virtù di un provvedimento d’autorità, senza che tu abbia alcuna colpa. Scrivi dunque una lettera (di circa 20 righe) indirizzata a una persona amica in cui esprimi i tuoi sentimenti in relazione a questa situazione che stai inaspettatamente vivendo.

CRONACHE dal PASSATO

  Dante a processo

10 marzo 1302: sentenza di esilio perpetuo da Firenze e confisca dei beni


Mentre Dante è ancora a Roma, impegnato nell’inutile ambasceria presso papa Bonifacio VIII, a Firenze rientrano trionfanti Corso Donati e gli altri guelfi neri precedentemente banditi. Per alcuni giorni, in città e nel contado, i neri, in preda a una feroce sete di vendetta, si abbandonano a saccheggi, incendi, uccisioni e ogni altra sorta di violenze.

La devastazione della casa e il processo

La casa di Dante viene devastata. Racconta il cronista Dino Compagni che il «mal fare durò sei giorni»: dopo di che la vendetta di parte assume, come spesso avviene in casi simili, l’ipocrisia delle forme legali. Una legge speciale conferisce al podestà l’incarico di riaprire un’inchiesta sull’operato dei priori degli anni 1300 e 1301 (gli anni in cui il governo era stato nelle mani dei bianchi, che avevano ostacolato le mire del papa), sebbene essi fossero già stati assolti in un’inchiesta precedente.

Dante non rientra a Firenze: la notizia del trionfo dei neri lo trattiene dal mettere piede nel territorio fiorentino. Il 17 gennaio 1302 viene citato a comparire davanti al podestà, entro un tempo determinato, per difendersi dalle accuse mossegli: la principale è quella di baratteria (ossia di frode), allora comunemente usata contro gli avversari politici.

Condannato in contumacia

Il 27 dello stesso mese, ritenuto reo confesso per la sua contumacia (cioè per il fatto stesso di non essersi presentato), viene condannato a una multa di cinquemila fiorini piccoli da pagare entro tre giorni (pena l’espropriazione e l’incameramento dei beni da parte del Comune), a due anni di confino e all’esclusione perpetua da qualunque ufficio. La sentenza non è supportata da alcuna prova delle accuse e si fonda solo su notizie pervenute alle orecchie del podestà. Non essendosi presentato nean­che questa volta, una successiva sentenza (10 marzo) lo condanna all’esilio perpetuo, con minaccia di morte se sarà trovato nel territorio del Comune.

Anni dopo, il poeta sarà escluso dall’amnistia del 1311. Tuttavia, quando l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo attacca Firenze, egli non prende le armi contro la patria, restando nel Casentino (nell’attuale provincia di Arezzo). Ma la morte di Arrigo (1313) tronca ogni speranza: se non subito dopo, certo assai presto Dante è a Verona, ospite di Cangrande.

La lettera “all’amico fiorentino”

Nel 1315 scrive una lettera (la dodicesima delle Epistole), tradizionalmente nota come diretta “all’amico fiorentino” (viene indicata genericamente in questo modo in quanto il destinatario è anonimo): amici e parenti esortano il poeta a tornare a Firenze, come gli sarebbe possibile fare, approfittando di un nuovo provvedimento di clemenza, purché si sottoponga a certe formalità da lui ritenute umilianti; Dante però rifiuta, riaffermando nella missiva la propria innocenza e dignità morale.

Nel 1315 Firenze tramuta in confino le condanne capitali dei meno pericolosi tra gli esiliati, ma anche questa volta Dante non accetta: così il 6 novembre di quell’anno viene nuovamente condannato a morte, ora insieme ai figli, che nel frattempo hanno superato i quattordici anni d’età. Condanne, per fortuna, mai eseguite.

Volti e luoghi della letteratura - volume 1
Volti e luoghi della letteratura - volume 1
Dalle origini al Cinquecento