A tu per tu con l’autore

A tu per tu con l’autore

Leggere Ungaretti è come leggere il Novecento: il secolo che il poeta attraversò con entusiasmo sin da quando lasciò l’Egitto, dov’era nato da un’umile famiglia emigrata in cerca di fortuna, per imbarcarsi su una nave diretta in Europa. Era il 1912: di lì a poco Ungaretti si ritrovò a discutere e scherzare con gli artisti, scrittori, intellettuali che gremivano i bistrot di una frizzante Parigi. Ma roso dall’inquietudine, quando scoppiò la Grande guerra abbandonò anche loro, arruolandosi nell’esercito italiano per mescolarsi come soldato semplice al popolo contadino, nel fango delle trincee. Qui nacque la sua grande poesia. Versi brevi, di eccezionale intensità, che colpiscono il lettore costringendolo a fermarsi, riflettere, mettersi in gioco. Non serve conoscere a fondo la tradizione letteraria per capire il primo Ungaretti: L’allegria non ha bisogno di lunghe avvertenze per l’uso. Basta lasciarsi trascinare dalla magia della sua parola lirica, capace di sublimare il trauma di un umile soldato che scopre ed esalta la luce dell’esistenza umana. Proprio quando e dove regnano morte e tenebre, l’io minacciato sa così riconoscersi «docile fibra dell’universo», immerso in una sorta di miracolosa armonia cosmica.

È la poesia di un uomo che affronta la guerra senza odio, e capisce quanto la vita sia un dono fragile e prezioso. Questa consapevolezza accompagnò Ungaretti a Parigi, a Roma, in Brasile, in tutte le tappe della sua irrequieta esistenza. Impulsivo, curioso, estroverso, negli ultimi anni Ungaretti fece in tempo addirittura a seguire da vicino le proteste giovanili esplose nel Sessantotto. Come amava ripetere egli stesso, scherzando, non aveva ottant’anni, ma era quattro volte ventenne.

1. LA VITA E LE OPERE

Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine lucchese. Quando ha solo due anni il padre, emigrato per lavorare come operaio al canale di Suez, muore per un incidente. La madre, donna energica, gestisce un forno in un quartiere alla periferia della città, ai confini del deserto. Ad Alessandria, città allora cosmopolita e animata grazie al vivace porto, Ungaretti frequenta un’ottima scuola svizzera, nella quale apprende il francese.

Nel 1912 si imbarca su una nave alla volta dell’Europa, che non ha mai visto. Soggiorna per qualche mese a Firenze e a Roma, dopodiché si stabilisce a Parigi, dove frequenta l’Università della Sorbona, circoli culturali, ma anche caffè e bistrot, nei quali stringe amicizia con i migliori intellettuali e artisti d’avanguardia della sua generazione, come il poeta Guillaume Apollinaire e i pittori Amedeo Modigliani e Pablo Picasso. Quando scoppia la Grande guerra si schiera a favore dell’intervento italiano, e decide di arruolarsi nell’esercito come volontario. Scrive in una lettera del 1914: «Sono un estraneo. Dappertutto. Mi distruggerò al fuoco della mia desolazione? E se la guerra mi consacrasse italiano? Il medesimo entusiasmo, i medesimi rischi, il medesimo eroismo, la medesima vittoria». Alla fine del 1915, semplice fante, è nelle trincee del Carso, di fronte agli austriaci. La realtà tragica e orribile della guerra gli ispira i versi della prima raccolta, Il porto sepolto, che esce alla fine del 1916.

Dopo aver combattuto nel 1918 sul fronte orientale francese, all’indomani dell’armistizio Ungaretti torna a Parigi, dove lavora nell’ufficio stampa del ministero degli Esteri e sposa Jeanne Dupoix: dal matrimonio nascono Anna Maria, detta Ninon, nel 1925 e Antonietto nel 1930. Nel frattempo la famiglia si trasferisce a Marino, sui colli romani, dove il poeta passa anni duri, per la difficoltà a trovare un lavoro soddisfacente. Prova un bisogno d’ordine e di disciplina che lo induce ad aderire al fascismo, del quale apprezza le componenti antiborghesi. Si riavvicina inoltre alla religione.

L’uscita dell’Allegria (1931), dove convergono le poesie della prima fase, e di Sentimento del tempo (1933), che inaugura una nuova stagione poetica, ne consolida la fama. Intensifica l’attività di conferenziere e reporter di viaggio sino al 1936, quando accetta l’offerta dell’università di San Paolo del Brasile, che gli propone la cattedra di Letteratura italiana. Resta in Brasile sei anni, subendo nel 1939 la terribile perdita di Antonietto, a causa di un’appendicite. Torna in Italia nel 1942, come docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Sapienza di Roma.

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Conserva il ruolo anche dopo la guerra, fino al pensionamento per limiti d’età nel 1958, anno funestato dalla perdita della moglie Jeanne. Ungaretti continua nel frattempo a pubblicare raccolte poetiche: al Dolore (1947) fa seguito La Terra Promessa (1950) e Un grido e Paesaggi (1952). La sua fama è internazionale, tanto da far sperare nel premio Nobel, che nel 1959 viene invece assegnato a Salvatore Quasimodo. In tarda età continua a viaggiare non solo in Italia ma anche in Europa, Asia e America. Segue con interesse tutte le novità culturali: nel 1968 è a fianco dei giovani che protestano nelle piazze rivendicando una società più giusta e libera. Durante un impegnativo viaggio negli Stati Uniti, nell’inverno del 1970, si ammala gravemente ai polmoni. Muore a Milano nel giugno dello stesso anno.

2. L’ALLEGRIA

Nell’Allegria confluisce la produzione poetica giovanile di Ungaretti, a conclusione di una storia lunga e tormentata. Il primo libro dell’autore, Il porto sepolto, uscì verso la fine del 1916. Raccoglieva 32 poesie, opera di un soldato semplice semisconosciuto: eppure quel manipolo di versi, stampati in 80 copie appena, era destinato a cambiare la storia della poesia italiana. Ungaretti raccontò poi di averli scritti in trincea, nelle pause del servizio, su cartoline, vecchi giornali, angoli di lettere, e persino sugli involucri dei proiettili, conservandoli poi nel tascapane. Il titolo si spiega con il riferimento a un antico porto sommerso nel mare dinanzi ad Alessandria d’Egitto, del quale gli avevano parlato alcuni amici. Ungaretti però lo definisce “sepolto”, in modo da evocare i due poli fra i quali simbolicamente oscillano le sue poesie di guerra: da una parte il deserto, dall’altra il mare. Da una parte l’aridità, i miraggi, la sabbia; dall’altra il fluido, gli abissi, l’acqua. In mezzo, il cammino instancabile dell’«uomo di pena», come volle definirsi nella poesia Pellegrinaggio, dove si paragona a un «seme di spinalba» (cioè di biancospino) che può fiorire anche in condizioni estreme, ai margini del deserto o nel fango delle trincee.

In seguito Ungaretti rivide più volte la raccolta d’esordio, stampata una seconda volta nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi, con varianti significative e una serie di nuovi testi, composti negli ultimi anni della guerra. In questo caso il titolo sposta il baricentro verso il mare, suggerendo l’idea di una esultanza fugace, tesa a scongiurare l’incombere della tragedia: ma l’espressione resta ambigua, perché i due termini sono tra loro ossimorici.

Nel 1923 Ungaretti ripropose i suoi versi recuperando il primo titolo, Il porto sepolto, in un’edizione con prefazione di Mussolini, da poco salito al potere. Ma l’edizione che gli garantì fama duratura è quella del 1931, comparsa con il più semplice titolo L’allegria, mantenuto anche in seguito, sino all’ultima stampa in cui introdusse ritocchi, datata 1942.

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Nella sua versione definitiva L’allegria si presenta divisa in cinque sezioni, disposte secondo un criterio sostanzialmente cronologico: Ultime (s’intende prima della guerra), Il porto sepolto, Naufragi, Girovago, Prime (dopo la guerra). Il legame fra scrittura poetica e autobiografia è sottolineato dall’autore stesso in una nota premessa dal 1931 alla raccolta, dove si legge: «Questo vecchio libro è un diario. L’autore non ha altra ambizione, e crede che anche i grandi poeti non ne avessero altre, se non quella di lasciare una sua bella biografia». Anche le date e i luoghi di composizione, che accompagnano la maggior parte dei testi, concorrono a quest’effetto. Sarebbe tuttavia semplicistico ritenere L’allegria una sorta di diario in versi, genere dal quale lo allontana del resto l’eccezionale brevità dei testi, che vivono di fiammate rapidissime.

A garantire coerenza nel percorso è l’io lirico, che si presenta nei panni di saltimbanco, nomade, lupo di mare, e naturalmente soldato in uniforme. La guerra è il tema privilegiato dell’Allegria, ma non l’unico. I ricordi premono sulla mente di Ungaretti, recando immagini del natio Egitto e di Parigi, come accade in Nostalgia ( T5, p. 398). L’inferno delle trincee gli sollecita per contrasto fantasticherie e meditazioni esistenziali, come nei Fiumi, dove l’acqua dell’Isonzo riporta alla mente la Senna, il Nilo e il Serchio, che scorre nella Toscana dei suoi antenati.

Ungaretti non racconta combattimenti: è anzi significativo osservare come il nemico non appaia mai nelle poesie dell’Allegria. Non mancano comunque rappresentazioni esplicite dell’orrore bellico, per esempio sotto forma di cadaveri dilaniati, come in Veglia ( T1, p. 385), o di paesi rasi al suolo dall’artiglieria, come in San Martino del Carso. La reazione di Ungaretti, in questi casi, è improntata al dolore profondo (Sono una creatura,  T3, p. 390) ma mai alla rabbia. «Nella mia poesia», scrisse, «non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini, nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione».

La minaccia incombente della morte favorisce la riscoperta di una vitalità elementare e di una natura capace di sospendere, in una sorta di magico interludio, gli orrori delle armi (C’era una volta, T4, p. 393). Per paradosso, Ungaretti si riconosce «docile fibra dell’universo» proprio in un contesto, come quello della guerra, in cui tutti gli equilibri saltano, di fronte alla feroce lotta per la sopravvivenza. Si identifica con creature e materiali semplici (lucciole, grilli, margherite, terra, sassi), rinunciando a pose eroiche. Al contrario di Gabriele d’Annunzio non esalta ma cancella il proprio io, riscoprendo in poesie come Fratelli ( T2, p. 388) la straordinaria forza della solidarietà umana. Uniti e temprati dalla sofferenza, gli uomini acquistano consapevolezza della propria fragilità, la accettano, poiché non solo nelle trincee, ma anche nella vita «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» (Soldati, T6, p. 402).

Un secolo dopo, è difficile comprendere quale rivoluzionaria novità fossero i versi brevissimi, detti «versicoli», all’epoca in cui comparvero. Farvi ricorso oggi è prassi comune, anche fra quanti non conoscono Ungaretti: ma nessuno prima di lui aveva mai osato scrivere poesie con versi simili, del tutto slegati dalle regole della tradizione.

Quasi tutti i versi dell’Allegria presentano misure comprese fra il ternario e il novenario, disposte in libere sequenze, non in strofe regolari. È stato osservato come queste tecniche siano debitrici al modello degli haiku giapponesi, componimenti di tre soli versi che correlano un paesaggio a uno stato d’animo, di gran moda nel primo Novecento. Ma Ungaretti interpreta a modo suo questa suggestione, eliminando la punteggiatura – secondo un procedimento non dissimile da quello sperimentato qualche anno prima dai poeti futuristi – e insistendo sulle pause, gli enjambement, i “bianchi” tipografici, allo scopo di dilatare la forza evocativa di ogni singola parola. Alcuni critici hanno provato a ricomporre i versi, notando come riducendo gli a capo spesso si ottengano dei ritmi tradizionali: ma è un’operazione arbitraria, che tradisce le intenzioni dell’autore.

Ad accrescere il fascino di questo stile provvedono l’uso intenso delle analogie e il gusto della frase epigrammatica, che sigilla numerosi testi. Frasi scolpite nel marmo come «La morte / si sconta / vivendo» (Sono una creatura) o «M’illumino / d’immenso» (Mattina) colpiscono fortemente il lettore.

Se i versi di Ungaretti sono così facilmente memorizzabili, lo si deve anche all’abilità nel costruire trame foniche avvolgenti, nelle quali l’allitterazione ha un ruolo cruciale. Ancora in Sono una creatura, per esempio, si legge «Come questa pietra / è il mio pianto»: dove all’opposizione dei significati (arida la pietra, liquido il pianto) fa riscontro la somiglianza dei suoni. Sarebbe ingenuo comunque ritenere che l’intensa semplicità dell’Allegria sia un dono del cielo: le carte dell’autore testimoniano l’intenso lavoro di correzioni che gli permise di ritrarsi come un uomo comune, attraverso uno stile unico e inconfondibile.

Il lato umano della guerra

In mezzo alla battaglia si può parlare del bene e del male, della giovinezza, dell’amore, del destino. E si può anche sorridere, come capita ai soldati in azione ne La sottile linea rossa: uomini comuni, non eroi, disperatamente attaccati alla vita, protagonisti di un film di guerra adatto soprattutto a chi non ama i film di guerra.

3. LE ALTRE OPERE

Pubblicata nel 1933, la raccolta Sentimento del tempo rappresenta il momento del “ritorno all’ordine”. Sul versante formale i versicoli lasciano il posto a misure tradizionali, come il settenario e l’endecasillabo; la sintassi è meno spezzata, e compaio­no termini aulici.

Sul piano dei contenuti l’influsso di maestri italiani come Petrarca e Leopardi si fa evidente. Il classico tema del rapido fluire del tempo conduce a riflessioni complesse, nelle quali si riconosce l’avvicinamento del poeta alla fede religiosa. Salgono in primo piano la Roma monumentale e i panorami rurali del Lazio, che placano con la loro serenità le angosce. È una poesia difficile, ricca di concetti astratti, alla quale guardarono come punto di riferimento i poeti ermetici, così chiamati per l’oscurità dei loro versi.

I versi scritti nel periodo brasiliano e durante la Seconda guerra mondiale furono riuniti da Ungaretti nel Dolore (1947), un titolo che mette subito in evidenza il tema centrale, ovvero la necessità di confrontarsi con la morte. In quegli anni infatti il poeta non solo fu testimone di una tragedia di immani proporzioni come il secondo conflitto mondiale, ma dovette subire prima la perdita del fratello maggiore Costantino e poi quella del figlio Antonietto, al quale è dedicata la sezione Giorno dopo giorno, chiusa da uno straziante dialogo immaginario.

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Nel secondo dopoguerra Ungaretti lavorò a un libretto d’opera incentrato sul viaggio che portò Enea da Troia a Roma. Di questo progetto resta una serie di frammenti, pubblicati con il titolo La Terra Promessa (1950 e 1954). L’argomento determina un recupero dell’epica classica, ma in chiave intima e malinconica. Privilegiati sono infatti i motivi dell’assenza e della perdita, che attraversano in particolare gli struggenti Cori descrittivi di stati d’animo di Didone, la regina di Cartagine abbandonata dall’eroe troiano.
Negli anni Cinquanta e Sessanta Ungaretti pubblicò diverse piccole raccolte, fra le quali vale la pena di nominare almeno Il taccuino del vecchio (1960). Tutte erano accompagnate dalla dicitura Vita d’un uomo, che a partire dal 1942 comparve puntualmente sui libri di poesia dell’autore, deciso a sottolineare la coincidenza fra esperienza biografica e poetica. La si ritrova anche nelle numerose traduzioni, dal francese ma anche dall’inglese e dallo spagnolo, alle quali Ungaretti consacrò il suo impegno per tutta la vita, conseguendo esiti notevoli.
Ungaretti non nutrì particolare interesse per la narrativa. In prosa ha lasciato numerosi scritti critici, pagine autobiografiche, reportage di viaggio e migliaia di lettere, dalle quali emerge con chiarezza la sua personalità focosa e irrequieta.

Verifica delle conoscenze

1. In quale città matura la formazione umana e culturale di Ungaretti?
2. Quale rapporto intercorre tra il poeta e il regime fascista?
3. Qual è l’origine del titolo della prima raccolta, Il porto sepolto?
4. In che modo si manifesta la relazione tra poesia e autobiografia nell’Allegria?
5. Come viene rappresentata la guerra nell’Allegria?
6. Quali sono gli aspetti più originali dello stile ungarettiano nell’Allegria?
7. Quali sono gli argomenti principali affrontati in Sentimento del tempo?
8. In quale raccolta Ungaretti si sofferma soprattutto sul tema della morte?

La dolce fiamma - volume B plus
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Poesia e teatro - Letteratura delle origini