CARTA CANTA - I due Infiniti di Leopardi

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I due Infiniti di Leopardi

Della poesia forse più celebre della letteratura italiana, L’infinito, si conoscono soltanto due manoscritti autografi. Per la verità a lungo nel Novecento ne circolarono degli abbozzi, in versi e in prosa («Caro luogo a me sempre fosti benché ermo e solitario, e questo verde lauro che gran parte cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio»…), fino a quando non venne dimostrato che si trattava di falsi. Né si è rivelata autentica l’ulteriore copia dell’idillio sbucata fuori all’improvviso nel 2014, ritirata prima ancora che venisse messa all’asta, dove era stata proposta con un prezzo base di 150.000 euro. Chissà che cosa ne avrebbe detto l’autore, il quale a sua volta si era divertito in gioventù a comporre un Inno a Nettuno, pubblicato su Lo Spettatore come traduzione di un testo greco «d’incerto autore», e creduto originale anche dai più dotti intenditori dell’epoca. 

Il primo autografo dell’Infinito si conserva alla Biblioteca Nazionale di Napoli, la città dove il poeta morì nel 1837, lasciando le sue carte all’amico Antonio Ranieri. È la stesura originale del 1819: un anno cruciale nella vita del poeta, sempre più insofferente nei confronti della vita condotta nel palazzo paterno di Recanati, il «natio borgo selvaggio» dal quale tentò invano di fuggire, procurandosi un passaporto per il Regno Lombardo-Veneto.

Vi si notano diverse correzioni, quasi tutte accolte nel secondo autografo, databile al 1825, esposto nel museo di Visso fino all’autunno del 2016, quando il piccolo borgo marchigiano venne gravemente danneggiato da un terremoto. Da allora l’autografo è stato provvisoriamente trasferito a Bologna, la città dove nel 1826 venne pubblicato fra i Versi editi dalla Stamperia delle Muse, in una redazione perfettamente coincidente con il manoscritto di Visso. Questo venne utilizzato anche l’anno prima, quando l’idillio apparve sul periodico milanese «Il Nuovo Ricoglitore».


Un unico dubbio resta vivo nel tempo. In entrambi gli autografi infatti Leopardi apre il penultimo verso con immensitade/immensità, poi cancellato con un tratto di penna e sostituito con infinità. In seguito però dovette considerare come già il decimo verso si apra col termine che dà il titolo al componimento. Decise perciò di recuperare immensità, che ricorre nell’edizione definitiva dei suoi Canti, stampata a Napoli da Saverio Starita nel 1835.

La dolce fiamma - volume B plus
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Poesia e teatro - Letteratura delle origini