1. I mille volti del mondo

1. I MILLE VOLTI DEL MONDO

L’uomo ha sempre tradotto in versi il rapporto con il mondo in cui ha vissuto. Lo testimoniano le culture orali: i tuareg, i nomadi del Sahara, hanno cantato e cantano i colori del deserto, gli eschimesi i ghiacci che si sciolgono nei fiordi, le tribù dell’Amazzonia i rumori nelle foreste pluviali, i nativi americani il vento che Manitou, il grande spirito, scatena sulle praterie. In passato la poesia nasceva spesso in stretta connessione con l’“anima” dei luoghi e si ispirava al senso di simbiosi e di profonda comunione che l’uomo percepiva con la natura.

Oggi le cose sono cambiate, con le devastanti conseguenze che tutti vediamo. Permangono nei poeti l’entusiasmo, la meraviglia o il terrore di fronte all’infinita varietà dei paesaggi terrestri e dei fenomeni climatici, ma a questi sentimenti si è aggiunta la rabbia, accesa dagli scempi perpetrati ai danni di un pianeta sempre più fragile e dei suoi abitanti. È difficile, nella realtà del nostro tempo, trovare un luogo ameno (locus amoenus) simile a quelli che vagheggiavano i poeti nell’antichità classica: un angolo idilliaco ben ombreggiato dalle piante e ricco di acque, dove abbandonarsi ai propri pensieri, in tutta serenità.

2. CAMPAGNA E CITTÀ: IL PAESAGGIO NEI VERSI

La correlazione fra la natura e lo stato d’animo del poeta che la osserva si ritrova in tutte le culture. Uno degli esempi più suggestivi è offerto dal genere giapponese degli haiku, fiorito nel XVII secolo e tuttora molto diffuso anche in Occidente. Gli haiku sono composizioni di soli tre versi che tratteggiano uno scenario naturale, colto in pochi, essenziali aspetti: l’estrema concisione del testo scatena nel lettore ricche e acute suggestioni, come si vede nei testi di Matsuo Bashō (1644-1694), capaci di concentrare in poche parole intense emozioni ( T2, p. 123).

In Europa è il Romanticismo, all’inizio dell’Ottocento, ad approfondire il nesso fra il paesaggio e i moti del cuore. A ciò ben si prestano non solo eventi atmosferici come la nebbia o la neve, ma anche luoghi ai quali sono sempre stati attribuiti potenti significati simbolici. Dilettanti volenterosi, al pari di maestri acclamati come Giacomo Leopardi (1798-1837, T3, p. 126), hanno contemplato e descritto il mare, la luna, le stelle, cercando nei loro silenzi le risposte al significato dell’esistenza, o semplicemente celebrando la bellezza di un cielo sereno notturno, di una tempesta che si abbatte sugli scogli, di un’infinita distesa di azzurro. Innumerevoli sono pure i versi che parlano di fiumi, laghi, isole, montagne, boschi e altri ambienti in grado di accendere la fantasia e farsi metafora di concetti profondi.

Su questa strada, nel secondo Ottocento si è andati oltre l’idea che il mondo circostante potesse rispecchiare le passioni umane. La natura, ha scritto Charles Baudelaire (1821-1867) nel sonetto Corrispondenze, compreso nei Fiori del male, è un «tempio ove pilastri viventi / lasciano sfuggire a tratti confuse parole», è una «foresta di simboli» dove si inoltra il poeta, nel tentativo di spingersi al di là delle apparenze, per cogliere il mistero della vita per via intui­tiva, e non lungo i percorsi consigliati dalla ragione. Per alcuni autori, come Paul Verlaine (1844-1896) e Arthur Rimbaud (1854-1891), non a caso definiti “simbolisti”, si tratta di esplorare l’ignoto poiché ogni cosa ha un significato nascosto: la scienza non arriva a comprendere l’intima essenza del reale, che sfugge a meccanici rapporti di causa-effetto. Per questo il poeta come un veggente si affida spesso all’analogia, che sollecita la sensibilità, inducendo a stabilire collegamenti sorprendenti e inediti fra suoni, profumi, sapori, colori.

Il primo poeta italiano capace di raccogliere con modalità originali questo modo di percepire la realtà è Giovanni Pascoli (1855-1912), che nei suoi versi rappresenta la vita rurale con estrema precisione, nominando puntualmente piante, alberi, animali. La sua però non vuole essere una semplice riproduzione della natura: egli infatti proietta su di essa i traumi della sua esistenza, e in particolare i lutti che ne segnarono la gioventù, trasponendoli in una serie di immagini ricorrenti, come quella del nido, emblema degli affetti domestici. Una poesia come L’assiuolo ( T1, p. 119) esemplifica efficacemente questo approccio: Pascoli lascia filtrare l’eco di angosce incancellabili in un silenzioso chiaro di luna campestre, scosso dal ritmico verso del rapace notturno che dà il titolo al componimento. L’onomatopea che ne riproduce il cupo chiù acquista così una sinistra carica simbolica.

Altri poeti hanno preferito valorizzare il desiderio di immergersi e fondersi nella natura, adeguando il proprio respiro a quello dell’universo. È ciò che avviene nell’Alcyone, dove Gabriele d’Annunzio (1863-1938) trasfigura una meravigliosa estate trascorsa in Toscana. La pioggia nel pineto ( T4, p. 131) è uno dei molti componimenti in cui propone il tema della metamorfosi: il poeta e la sua compagna durante un acquazzone si inoltrano in un bosco a poca distanza dal mare, sperimentando a contatto con il verde un’estasi panica (il dio Pan, nella mitologia greca, era un essere metà uomo e metà capra), ovvero l’impressione di una felicità perfetta, derivante da una completa simbiosi con la natura.

Le strade per raggiungere una pace interiore, osservando il mondo, sono molte. C’è chi la trova nella maestosità della natura selvaggia, ma anche chi si rassicura nel concentrarsi su un panorama familiare, nel quale tutte le cose stanno al loro solito posto e la vita procede placida lungo i binari consueti.

Quando la realtà in cui viviamo non ci basta né ci soddisfa, ci viene naturale riscattarla o sostituirla con l’immaginazione, sognando luoghi perduti che abbiamo conosciuto in un’altra stagione della nostra vita, oppure che non abbiamo mai visto, e sui quali amiamo fantasticare. È una delle attività preferite dai poeti, come dimostra l’uomo che in Canzone di cavaliere ( T7, p. 151) dello spagnolo Federico García Lorca (1898-1936) avanza a cavallo verso la città andalusa di Cordova, convinto in cuor suo che non riuscirà mai a raggiungerla. Personaggi come Ulisse ed Enea ci ricordano che sin dall’antichità il desiderio di viaggiare verso una terra promessa, costi quel che costi, ha avuto in poesia un ruolo cruciale. I versi stessi, in fondo, sono un miraggio che consente di avvistare figure affascinanti, prima che l’incanto della lettura finisca, riportandoci alle consuete occupazioni della vita.

I poeti hanno naturalmente rivolto lo sguardo anche sullo spazio fondamentale per l’uomo moderno, la città, nella quale certo non è possibile trovare la felicità serena e pacificata di un locus amoenus campestre, ovvero di un ambiente ideale, lontano dalle tensioni del mondo urbano. È compito e destino delle metropoli cambiare volto, adeguandosi alle incessanti trasformazioni della società, a volte così veloci da rendere interi quartieri irriconoscibili a distanza di pochi decenni. Se da un lato tale metamorfosi angoscia quanti fanno fatica a trovare serenità in un mondo sconvolto dalla modernità (testimonianza di questo disagio sono i versi del già citato Baudelaire), dall’altro lato l’atmosfera frizzante e operosa della città provoca ottimismo ed euforia, accendendo l’entusiasmo di chi ammira il coraggio con cui gli uomini si danno instancabilmente a nuove imprese. Lo scenario perfetto per questo approccio fiducioso è il Nuovo Mondo, dove la democrazia americana crea un nuovo rapporto fra stato e cittadini. Il progresso della civiltà pare avviato a traguardi luminosi: se ne fa interprete Walt Whitman (1819-1892), che negli stessi anni in cui Baudelaire pubblica I fiori del male (1857) dà alle stampe una raccolta agli antipodi, Foglie d’erba (1855). Il dinamismo di New York elettrizza i versi di Mannahatta ( T5, p. 140), la città della speranza per milioni di emigranti, alla quale il poeta dedica un inno trascinante.

Nel Novecento i luoghi raccontati dalla poesia sono quelli in cui vive una varia umanità, tra degrado e semplicità, dolori e passioni: persino nelle bettole e nei bordelli splende la scintilla della letteratura. La visione della sofferenza e della vitalità altrui può essere un’esperienza potente e istruttiva. Un poeta come Umberto Saba (1883-1957), per esempio, amava immergersi senza snobismi nella vita del popolo, al quale sentiva di appartenere: sono gli umili a insegnargli la strada giusta. Città vecchia ( T6, p. 146) restituisce uno spaccato vivace di un quartiere povero di Trieste ai primi del Novecento, animato da marinai, soldati, prostitute e disperati.

Anche oggi i versi possono documentare altre realtà, spesso dimenticate, perché su di esse non si accendono le luci dei riflettori. Uno straordinario interprete di un mondo antico, minacciato dal disinteresse e dallo spopolamento, è l’irpino Franco Arminio (n. 1960, T8, p. 155), il poeta di una disciplina o, meglio, di un’arte da lui chiamata “paesologia”, che consiste nell’andare in posti piccoli e remoti, come quelli della sua terra, immergersi in essi e raccontarli attraverso lo sguardo, le voci e i gesti delle persone che ancora li abitano.

La poesia del quotidiano

Il fumettista giapponese Jirō Taniguchi (1947-2017) ha raccontato nelle 17 piccole storie dell’Uomo che cammina le passeggiate di un signore qualunque desideroso di immergersi silenziosamente nella natura.

Il fascino di un paese fantasma

Città abbandonate, paesi fantasma, rovine di case un tempo abitate esercitano un grande fascino. Ne è un esempio un piccolo centro della provincia di Lecco, Consonno, la cosiddetta “Las Vegas della Brianza”. Costruita alla fine degli anni Sessanta demolendo un antico borgo, nel 1976, a causa di una frana, rimase isolata trasformandosi in una cittadina fantasma, spesso vittima di blitz vandalici: grazie all’opera di due associazioni e alle numerose iniziative organizzate per rilanciarlo ha oggi ripreso vita.

E tu, hai mai provato l’emozione di attraversare un borgo fantasma o di passare vicino ai ruderi di una vecchia casa? Sobbalzare perché il vento fa sbattere una persiana, indovinare tra le mura oggetti e mobili, fantasticare sulla vita delle persone che in questi luoghi vivevano?

Verifica delle conoscenze

1. Si può indicare con precisione la nascita di una poesia legata ai luoghi? Perché?
2. Che cosa si intende per locus amoenus?
3. Che cosa sono gli haiku e dove sono stati inventati?
4. In che modo i poeti romantici hanno descritto il proprio rapporto con il paesaggio?
5. In che senso, per Baudelaire, la natura è una «foresta di simboli»?
6. Che cosa si intende per “estasi panica”?
7. Come viene rappresentata in poesia la città moderna?
8. In che cosa consiste la “paesologia”?

La dolce fiamma - volume B plus
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Poesia e teatro - Letteratura delle origini