T3 - ANALISI ATTIVA - Giuseppe Berto, Il padre senza volto (da Il male oscuro)

analisi attiva

T3

Giuseppe Berto

Il padre senza volto

  • Tratto da Il male oscuro, 1964
  • romanzo autobiografico
Giuseppe Berto nasce nel 1914 a Mogliano Veneto, nei pressi di Treviso. Fascista convinto, nel 1936 parte volontario per la guerra d’Etiopia, dove rimane quattro anni. Ferito e più volte decorato, torna in Italia e si laurea in Storia dell’arte nel 1940. Nella Seconda guerra mondiale combatte in Africa settentrionale sino al 1943, quando viene catturato e inviato negli Stati Uniti, dove resta prigioniero due anni. Al ritorno pubblica il primo romanzo, Il cielo è rosso (1947), con il quale ottiene grande successo, che non riesce a replicare con le opere successive. Trasferitosi a Roma scivola in una grave forma di nevrosi che gli impedisce di lavorare come vorrebbe: è “il male oscuro” al quale dedica nel 1964 un romanzo quasi interamente scritto in Calabria, a Capo Vaticano, dove trascorre buona parte dell’anno. Tornato a imporsi all’attenzione della critica e del pubblico, produce negli anni successivi varie altre opere. Nell’ultimo romanzo, La Gloria, uscito nel 1978, il discepolo che tradì Cristo, Giuda, ne racconta gli ultimi giorni. Nello stesso anno Berto muore a Roma.

Uomo maturo, preda di angosce che gli avvelenano l’esistenza, il narratore si decide a intraprendere un percorso di analisi con un terapista che lo induce a recuperare con la memoria gli anni dell’infanzia, per portare alla luce le radici dei suoi problemi. Inevitabilmente, al centro del quadro si staglia la figura del padre.

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Audiolettura

Mio padre in quel tempo era ancora senza volto,1 ma aveva già i baffi, oppure

non li aveva perché qualche volta se li teneva e qualche volta li tagliava dato che

ora i baffi non erano più di moda, come pure i capelli lunghi delle donne non

erano più di moda, e neppure le gonne fino ai piedi come prima della guerra,2

5      e neanche mia madre le portava più così lunghe però era arrabbiata, diceva che

si faceva peccato mostrando a tutti le gambe a quel modo, ma mia zia che era

sua sorella e anche altre donne sue amiche scherzavano e la prendevano in giro

dicendo che lei era contraria alle gonne corte per via che aveva3 le gambe storte

e brutte, ma non era vero, io le avrei uccise quando dicevano ciò, anzi le avrei

10    senz’altro uccise non appena fossi diventato abbastanza grande, compresa la zia

che si credeva più bella della mamma solo perché era più giovane, e io sentivo

dire qualche volta che mia mamma era gelosa di sua sorella e forse per questo

e non per il ballo quel giorno avevano litigato lei e mio padre sul pianerottolo

della scala, comunque nessuna al mondo era più bella della mamma neanche la

15    regina4 la quale era sì alta, ma che figura ci faceva accanto al re che era piccoletto,

invece mia madre era piccoletta accanto a mio padre alto, la qual cosa era una

cosa giusta. Mio padre dunque essendo senza volto era ancora in gran parte assenza,

consisteva cioè quasi esclusivamente delle sue cose, specie di quelle contenute

in un cassettino a destra sopra il comò accanto alla specchiera, dove c’era

20    la Chinina Migone5 che aveva un buon odore e la sua spazzola per i capelli che

aveva invece un odore cattivo, e niente altro, mentre nel cassettino dalla parte

opposta che era quello di mia madre c’era sempre una gran confusione di forcine

e pettinini e fermi per i capelli e pettini mai puliti con attaccati capelli lunghissimi,

perché mia madre mai si sarebbe tagliati i capelli alla garçonne,6 mentre mia

25    zia forse se li sarebbe tagliati perché doveva trovar marito, in verità aveva avuto

come fidanzato un tenente durante la guerra che si diceva che da borghese fosse

un gran signore e poi una volta venuta la pace era sparito, ma di questa cosa non

si doveva mai parlare quando c’era la zia che si arrabbiava oppure si metteva a

piangere perché era proprio disgraziata, però io ero quasi contento che piangesse

30    visto che pensava d’essere più bella della mamma, e specie se era vero che la

mamma era gelosa di lei, e questo doveva essere vero perché una serva che noi

avevamo che si chiamava Romilda diceva che mio padre era un bell’uomo che

piaceva alle donne peccato solo che avesse quella testa pelata, e in verità mio

padre in quel tempo metteva una grande cura nello spazzolarsi i capelli stava

35    lungo tempo davanti allo specchio in particolare quando era di buon umore e

cantava Vieni meco fior di rose,7 e prendeva i pochi capelli che gli crescevano ai

lati e sul didietro della testa e se li tirava con infinita cura fin davanti, e mia madre

lo prendeva in giro per questo, diceva che aveva un bel portarsi a spasso quei

quattro peli per la testa tanto pelato era, e mio padre quando era di buon umore

40    le diceva che lui ne valeva quattro di giovanotti coi capelli, e poi mica s’era fatto

calvo per gli anni bensì a causa della lucerna, e del resto con la Chinina Migone e

poi anche con la Petrolina Longega8 per la ricrescita dei capelli qualche speranza

ce l’aveva ancora, certo se il governo permetteva tutta la réclame9 che quei prodotti

facevano sui giornali qualcosa di vero ci doveva essere, altrimenti sarebbe

45    stata truffa e le leggi sono fatte apposta per impedire le truffe, benché questi

dopo la guerra non fossero tempi troppo favorevoli alle leggi coi sovversivi e gli

scioperi e i delinquenti che trionfavano dappertutto, certe volte c’era perfino

da aver paura a uscire di casa, e meno male che io avevo un padre che era stato

capostazione e Maresciallo dei Carabinieri prima di mettersi a vendere cappelli

50    così erano gli altri ad aver paura e non lui, ma io certamente no non avevo paura

di lui perché era mio padre, quando mi lasciava salivo sui suoi ginocchi e gli toccavo

la testa pelata, però non accadeva spesso che mi lasciasse salire lì in quel

posto che mi piaceva tanto, sicché quando lui voleva vedere il quaderno delle

aste10 che sono la cosa più importante del mondo perché una persona istruita

55    se la cava sempre nella vita mentre un

ignorante chiunque se lo mette sotto i

piedi, quando dunque voleva vedere il

quaderno io glielo mostravo solo se mi

lasciava salire sui suoi ginocchi e poi

60    non volevo più scendere si capisce, gli

ficcavo le dita negli occhi e gli mettevo

in disordine i quattro peli della testa

finché lui perdeva la pazienza e diceva

moglie portatelo via tu questo demonio,

65    e mia madre mi veniva a prendere

ma poi non poteva tenermi perché

aveva sempre qualcosa da fare specie

all’ora di cena quando tornavano a

casa dalla  bottega.

70    La bottega era sotto i portici in piazza come le altre botteghe del paese, da

una parte avevamo la bottega dei generi casalinghi dove vendevano piatti, bicchieri,

pentole e lumi a petrolio per i contadini in mezzo ai campi che non avevano

ancora la luce elettrica, e dall’altra parte c’era la pasticceria bar Venezia

che era la più bella bottega del paese e forse del mondo intero tutta stucchi

75    bianchi e oro, e lì vendevano paste, cioccolato e caramelle, cose che costavano

soldi e facevano male alla pancia, e io non volevo assolutamente avere male

alla pancia altrimenti avrebbero cercato di darmi l’olio di ricino11 mentre io

sapevo di non poterlo prendere perché una volta che la mamma aveva cercato

di darmelo con lo zucchero e il limone e lei diceva che l’olio neanche si sentiva

80    io invece l’avevo sentito e non ero riuscito a mandarlo giù, era proprio una cosa

che non mi era riuscito di fare, ma questo la mamma non lo capiva, credeva che

fossi come i bambini buoni che l’olio magari coi modi bruschi lo prendono, così

mi aveva chiuso il naso per farmi aprire la bocca e mandarmelo giù per forza, e

allora io gliel’avevo sputato tutto addosso sul vestito, non apposta ma perché

85    m’era venuto un vomito da strangolarmi, però lei aveva creduto che gliel’avessi

sputato apposta per questo s’era arrabbiata tanto e me ne aveva date quattro

di fisse12 sul sedere, e poi mi aveva lasciato solo in camera a piangere al buio

per il dolore e la confusione dell’ingiustizia, e dopo quella volta mai più lo dissi

quando avevo male, neppure quando mi veniva mal di pancia da morire perché

90    mangiavo troppa minestra di fagioli, mi tenevo i dolori senza dir niente

a nessuno per paura dell’olio di ricino, che la mamma si arrabbiasse se non

ce la facevo a prenderlo, e ad ogni modo non era solo per paura dell’olio che

non insistevo per non farmi comprare le paste o i cioccolatini ma perché erano

porcherie che costavano un occhio della testa, così diceva mio padre mentre

95    per me le porcherie erano soltanto quelle che si facevano di nascosto con Lucia

Sporca,13 epperciò mi dispiaceva che mio padre chiamasse in tal modo le paste

e le altre cose che si vendevano al bar Venezia specie i confettini colorati, però

c’erano delle volte in cui in bottega vendevano un cappello di marca e allora

andavano a prendere l’americano14 al bar con il cliente, e se c’ero anch’io dovevano

100  pur comprare qualcosa anche a me sebbene toccasse a mio padre pagare,

e allora dicevo che volevo una pasta chiamata crema ancorché la coscienza mi

consigliasse di dire una caramella che costava di meno, e infatti molte volte

dicevo una caramella invece di una crema, e talvolta addirittura niente, perché

mio padre mi volesse più bene se dicevo niente.


Giuseppe Berto, Il male oscuro, Neri Pozza, Vicenza 2016

 >> pagina 503 

Come continua

L’autoanalisi prosegue rievocando le ore felici trascorse in bottega con la madre. Il narratore ritorna poi al presente: allarmato da strani disturbi, teme di essersi ammalato del tumore che da poco ha portato il padre alla tomba. Una serie di approfonditi controlli allontana questo timore: si tratta di un falso allarme, che finisce tuttavia per aggravare le sue angosce. Tra crisi di panico, incubi, misteriosi dolori lancinanti, il percorso per uscire dall’esaurimento nervoso è ancora lungo. Un sollievo fondamentale viene dalla scrittura, nella quale l’autore si rituffa. Solo così si potrà arrivare – se non alla guarigione – almeno a una tregua con la malattia.

A tu per tu con il testo

Chiudiamo gli occhi e proviamo a recuperare i nostri primi ricordi. Impossibile metterli in ordine, costruire un prima e un poi coerenti. Siamo aggrediti da una serie di flash. La culla in quella stanza vicino al lago, i raggi del sole che filtrano attraverso le persiane chiuse… Ma sarà una nostra memoria, o ce l’hanno raccontato, o ancora è un’idea che nasce dalla visione di una vecchia fotografia? Chissà. Proviamo allora a ripensare a una persona… Per esempio, quella vecchissima cugina del nonno, così allegra e simpatica. Ma non riusciamo a ricordarne il volto, la voce o il nome. Resta solo la mano che ci accarezzava la testa e il barattolo di vetro dove teneva le caramelle. Invece – magari – ricordiamo benissimo la volta che in strada abbiamo perso di vista i nostri genitori e abbiamo pianto disperati, con il cuore in tumulto, finché non ci hanno ritrovato. Quanto di ciò che siamo diventati dipende dalle emozioni, dai sentimenti, dai traumi che hanno segnato l’infanzia? È ciò che si chiede, con Berto, ognuno di noi.

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Analisi ATTIVA

Tra i quaranta e cinquant’anni Berto attraversò una profonda crisi esistenziale. I malesseri improvvisi e le crisi di panico causate dall’esaurimento nervoso gli impedivano di restare a lungo da solo, viaggiare, vivere una vita normale. Ogni tipo di paura si affollava nella sua mente, rendendolo goffo e vulnerabile. In questa situazione, anche la scrittura era diventata un tormento. A sbloccarlo dinanzi al foglio bianco furono le sedute di psicanalisi. Il terapista gli consigliò di lasciar perdere i vecchi lavori, in stallo da troppo tempo, e concentrarsi sulla propria malattia: da qui nasce il romanzo autobiografico Il male oscuro.

Berto descrive con calma e distacco il proprio male. Il suo obiettivo non è suscitare commozione, ma ricostruire i processi mentali nei quali è andato perdendosi, e fare emergere i traumi infantili che potrebbero avere determinato la crisi. Scrive dunque in prima persona, seguendo il flusso dei pensieri, abbandonandosi a continue divagazioni che portano il discorso lontano dal punto di partenza. Passa con disinvoltura dal passato al presente, dal punto di vista dell’adulto che ragiona e soffre a quello del bambino che fu tanti anni prima. Tutto ciò comunque non va a discapito della chiarezza, perché la sintassi tutto sommato semplice e il lessico colloquiale inducono a lasciarsi trascinare dalla corrente di una narrazione che prosegue per pagine e pagine senza interruzioni. Rari sono infatti punti fermi e a capo, mentre Berto rinuncia del tutto alle virgolette, anche quando riporta parole altrui (rr. 61-65).


1. Seguendo il flusso della memoria, il narratore affastella in poche righe, una sull’altra e senza ordine logico, informazioni sulla propria famiglia, sull’epoca in cui vive, sui propri sentimenti di bambino. Distingui tu le informazioni che il testo offre dall’incipit al primo punto fermo (la qual cosa era una cosa giusta, rr. 16-17).


2. Lo stile di Berto riproduce molte forme tipiche del parlato colloquiale e familiare. Te ne diamo alcuni esempi: associa a ciascuno la propria definizione.

  • a) la qual cosa era una cosa giusta
  • b) quelle contenute in un cassettino a destra
  • c) aveva avuto come fidanzato un tenente durante la guerra che si diceva che da borghese fosse un gran signore
  • d) mica s’era fatto calvo per gli anni
  • e) per la ricrescita dei capelli qualche speranza ce l’aveva ancora
  • f) altrimenti sarebbe stata truffa e le leggi sono fatte apposta per impedire le truffe, benché questi dopo la guerra non fossero tempi troppo favorevoli alle leggi

1) ripetizioni 2) lessico colloquiale 3) diminutivi/vezzeggiativi 4) lessico generico 5) anacoluto 6) frase segmentata con dislocazione e ridondanza pronominale

Come si legge in apertura del romanzo, Il male oscuro è innanzitutto la «storia della mia lunga lotta col padre», con il quale l’autore non era riuscito – né da ragazzo né da adulto – a costruire un legame pacifico. Egli prova allora a cogliere sul nascere il contrasto, riandando ai giorni dell’infanzia, per neutralizzare i propri demoni interiori e il senso di colpa che lo attanaglia. Il genitore è un uomo lontano, incomprensibile, odiato e ammirato insieme: il narratore non ne ricorda il volto, ma solo i baffi, che ora portava ora tagliava, a seconda della moda del momento. Ancora meglio gli è rimasta impressa nella memoria l’ossessione per la calvizie, che lo portava ad acquistare lozioni, a pettinarsi con il riporto, a reagire con fastidio ai gesti vivaci e affettuosi del figlio, le rare volte in cui gli capitava di prenderlo in braccio. L’amore verso la madre è invece incondizionato, e si esprime attraverso un’iperbole: nessuna al mondo era più bella della mamma neanche la regina (rr. 14-15). Per lei il Berto bambino sarebbe stato disposto ad ammazzare la zia e le signore che ne mettevano in dubbio la bellezza.

3La madre del piccolo Giuseppe (sono possibili più risposte)

  • a porta i capelli alla garçonne
  • b ha un rapporto difficile con la sorella. 
  • c è più alta del marito. 
  • d prende in giro il marito per la sua calvizie. 
  • e ha molto tempo per seguire il figlio. 
  • f porta le gonne che lasciano le gambe scoperte anche se non le approva. 
  • g talvolta è brusca e severa con il figlio. 
  • h fa la casalinga. 
  • i aiuta il marito in negozio. 


4. Quale caratteristica del padre desta ammirazione nel bambino?

  • a L’essere stato maresciallo dei carabinieri. 
  • b L’essere economo nelle spese non necessarie come i dolciumi. 
  • c Il saper gestire il negozio di famiglia. 
  • d Il prendersi cura del proprio aspetto. 

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Il negozio di cappelli gestito dai genitori, sotto i portici del paese natio, gli appare nel ricordo come un luogo confortevole e rassicurante. Accanto si trovava la pasticceria bar Venezia, definita con un’altra iperbole che recupera il punto di vista infantile la più bella bottega del paese e forse del mondo intero (r. 74). Eppure anche questo luogo fatato ravviva la memoria incancellabile di un trauma, ovvero l’episodio in cui la madre gli somministrò l’olio di ricino, e poi lo sculacciò pesantemente avendo scambiato un malessere per un capriccio: dopo quella volta mai più lo dissi quando avevo male, neppure quando mi veniva mal di pancia da morire (rr. 88-89). E ancora, affiorano alla mente frasi del padre che umiliavano la sua passione per i dolci, porcherie che costavano un occhio della testa (r. 94). Pur di compiacerlo, quando gli capitava di andare al bar rinunciava all’ordinazione, perché mio padre mi volesse più bene se dicevo niente (rr. 103-104). Aneddoti minimi, che sommati a mille altri analoghi compongono però l’immagine di un’infanzia difficile.

5. Perché il bambino non chiede di poter mangiare i dolci della pasticceria bar Venezia? (sono possibili più risposte)

  • a Perché sono costosi. 
  • b Perché non gli piacciono. 
  • c Perché teme di dover prendere l’olio di ricino. 
  • d Perché ha paura che gli facciano venire il mal di pancia. 
  • e Perché teme di essere sgridato dalla madre. 
  • f Perché pensa che siano porcherie. 
  • g Perché sa che il padre vorrebbe così. 


6. Perché il bambino, dopo essere stato sculacciato dalla madre per aver sputato l’olio di ricino, percepisce un senso di confusione e ingiustizia?

Laboratorio sul testo

COMPETENZE LINGUISTICHE

7. Coordinazione e subordinazione. La punteggiatura. Riscrivi il passo che va da io non volevo assolutamente avere male alla pancia (rr. 76-77) a senza dir niente a nessuno per paura dell’olio di ricino (rr. 90-91) inserendo almeno due punti fermi, e due tra punto e virgola e due punti.

PRODURRE

8. Scrivere per descrivere La pasticceria bar Venezia è, per il piccolo protagonista, un luogo magico e fatato: ma come sarà stata realmente? Prova a descriverla, soffermandoti sulle luci, sui colori e sugli odori; nel testo dovrai inserire i seguenti termini: mandorle, panna, scuro, rosa, lucido (massimo 15 righe). Per aiutarti, eccoti un’immagine dello storico Caffè Platti di Torino, un locale di fine Ottocento.

La dolce fiamma - volume A
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