T2 - Giovanni Verga, Rosso Malpelo

T2

Giovanni Verga

Rosso Malpelo

  • Tratto da Vita dei campi, 1897
  • Prima uscita “Il Fanfulla”, 1878
  • novella
Giovanni Verga nasce a Catania nel 1840, in una ricca famiglia nobile. Sin da giovane si appassiona alla letteratura e scrive il suo primo romanzo all’età di soli sedici anni. Dopo aver frequentato la facoltà di Legge dell’Università di Catania, si schiera a favore dell’annessione della Sicilia all’Italia. Dal 1865 in poi soggiorna stabilmente a Firenze, allora capitale italiana. Nel 1871, pubblicato il suo primo romanzo di successo, Storia di una capinera, Verga decide di trasferirsi a Milano, dove vive per più di un ventennio, entrando in contatto con importanti intellettuali. L’esperienza milanese ispira i romanzi “mondani”, così detti per l’ambientazione borghese, come Eva (1873), Eros e Tigre reale (1875), accolti dai contemporanei con entusiasmo. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta compone le opere che segnano la conversione al Verismo, una corrente che mira a offrire una rappresentazione asciutta e obiettiva della società, specialmente quella siciliana: le raccolte di novelle Vita dei campi (1880) e Novelle rusticane (1883), i romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889). Dopo un periodo di difficoltà economiche e delusioni professionali, Verga ritorna nella città natale nel 1893, dove, spentasi la sua ispirazione narrativa, conduce una vita solitaria e appartata. Nominato senatore del Regno nel 1920, muore a Catania nel 1922.

Siamo nella Sicilia di fine Ottocento, in una cava di sabbia lavica, nei pressi di Catania. Malpelo è figlio di Misciu Bestia, un povero disgraziato morto per un incidente sul lavoro. È solo un ragazzo selvatico, dai capelli rossi, ma fa già il mestiere del padre, circondato da diffidenza e disprezzo. Nessuno gli bada, neppure la madre, e finisce per incattivirsi, rassegnato alla terribile vita dei minatori. Accetta qualunque compito, qualunque punizione, con imperturbabile insensibilità. Altro non vede, al mondo, che non sia una feroce lotta per la sopravvivenza.

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Audiolettura

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi
perché era un ragazzo malizioso e cattivo,1 che prometteva di riescire un fior
di birbone.2 Sicché tutti alla cava della rena rossa3 lo chiamavano Malpelo; e
persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo,4 aveva quasi dimenticato

5      il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con
quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere
che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella
maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.5

10    Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non
più; e in coscienza6 erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno
avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can
rognoso, e lo accarezzavano coi piedi,7 allorché se lo trovavano a tiro.

Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno,

15    mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio8 la loro
minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col
suo corbello9 fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio,10 come fanno
le bestie sue pari,11 e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo,12 e gli tiravan
dei sassi, finché il soprastante13 lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei

20    c’ingrassava,14 fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza
osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, che la sua sorella
s’era fatta sposa,15 e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica.
Nondimeno era conosciuto come la bettonica16 per tutto Monserrato e la Caverna,17
tanto che la cava dove lavorava la chiamavano “la cava di Malpelo”,

25    e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per
carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso
a cottimo,18 di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato,19
e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o

30    40 carra20 di rena. Invece mastro Misciu sterrava21 da tre giorni, e ne avanzava
ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo
un minchione22 come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo
modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed
era l’asino da basto di tutta la cava.23 Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si

35    contentava di buscarsi24 il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso
ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie25
cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle
occhiate che facevano dire agli altri: «Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto,
come tuo padre».

40    Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché26 fosse una buona
bestia. Zio27 Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non
l’avrebbe tolto per venti onze,28 tanto era pericoloso; ma d’altra parte tutto è
pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è
meglio andare a fare l’avvocato.

45    Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che
l’avemaria era suonata da un pezzo,29 e tutti i suoi compagni avevano accesa
la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor
del padrone, o raccomandandogli di non fare la morte del sorcio.30 Ei, che c’era
avvezzo31 alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei

50    suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:
«Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata!»,
e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo
appalto, il cottimante!32
Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e

55    girava al pari di un arcolaio.33 Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa,
contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse
ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il
piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.
Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: «Tirati in là!»

60    oppure: «Sta’ attento! Bada se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa,
e scappa!». Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i
ferri34 nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora35 allorché fa
pancia e si sventra tutta in una volta,36 ed il lume si spense.
L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e

65    non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo
per il babbo di Malpelo che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce
di Monserrato, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran
disgrazia ch’era toccata a comare Santa,37 la sola, poveretta, che non dicesse
nulla, e sbatteva i denti invece, quasi avesse la terzana.38 L’ingegnere, quando

70    gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre
ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò proprio
per scarico di coscienza,39 con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che
quaranta carra! Lo sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva
almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e

75    ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere
il doppio di calce.40 Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il
bell’affare di mastro Bestia!
Nessuno badava al ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava, come una
bestia davvero.

80    «To’!», disse infine uno. «È Malpelo! Di dove è saltato fuori, adesso?». 

«Se non fosse stato Malpelo non se la sarebbe passata liscia…».
Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie
colà, nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s’era accorto di lui; e
quando si accostarono col lume, gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci

85    invetrati,41 e la schiuma alla bocca da far paura; le unghie gli si erano strappate
e gli pendevano dalle mani tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo di là fu
un affar serio;42 non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato,
e dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza.
Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre piagnucolando

90    ve lo condusse per mano; giacché, alle volte, il pane che si mangia
non si può andare a cercarlo di qua e di là. Lui non volle più allontanarsi da
quella galleria, e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello di rena lo levasse
di sul petto a suo padre. Spesso, mentre scavava, si fermava bruscamente,
colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, e sembrava che stesse

95    ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli susurrasse nelle orecchie,
dall’altra parte della montagna di rena caduta. In quei giorni era più  tristo43 e
cattivo del solito, talmente che non mangiava
quasi, e il pane lo buttava al cane,
quasi non fosse grazia di Dio. Il cane gli

100  voleva bene, perché i cani non guardano
altro che la mano che gli dà il pane, e le
botte, magari. Ma l’asino, povera bestia,
sbilenco e macilento,44 sopportava tutto
lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ei lo

105 picchiava senza pietà, col manico della
zappa, e borbottava:
«Così creperai più presto!».
Dopo la morte del babbo pareva che gli
fosse entrato il diavolo in corpo, e lavorava

110  al pari di quei bufali feroci che si tengono
coll’anello di ferro al naso. Sapendo
che era malpelo, ei si acconciava45 ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se
accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva
una gamba, o che crollava un tratto di galleria, si sapeva sempre che era

115 stato lui; e infatti ei si pigliava le busse46 senza protestare, proprio come se le
pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a fare a modo loro. Cogli
altri ragazzi poi era addirittura crudele, e sembrava che si volesse vendicare sui
deboli di tutto il male che s’immaginava gli avessero fatto gli altri, a lui e al suo
babbo. Certo ei provava uno strano diletto a rammentare ad uno ad uno tutti

120  i maltrattamenti ed i soprusi che avevano fatto subire a suo padre, e del modo
in cui l’avevano lasciato crepare. E quando era solo borbottava: «Anche con me
fanno così! e a mio padre gli dicevano Bestia, perché egli non faceva così!». E
una volta che passava il padrone, accompagnandolo con un’occhiata torva: «È
stato lui! per trentacinque tarì!».47 E un’altra volta, dietro allo sciancato: «E

125    anche lui! e si metteva a ridere! Io l’ho udito, quella sera!».

Per un raffinamento di malignità48 sembrava aver preso a proteggere un
povero ragazzetto, venuto a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per una
caduta da un ponte s’era lussato il femore, e non poteva far più il manovale. Il
poveretto, quando portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo

130    che gli avevano messo nome Ranocchio; ma lavorando sotterra, così Ranocchio
com’era, il suo pane se lo buscava. Malpelo gliene dava anche del suo, per
prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano.
Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo
e senza misericordia, e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte,

135  con maggiore accanimento, dicendogli: «To’, bestia! Bestia sei! Se non ti senti
l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai
pestare il viso da questo e da quello!».
O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e dalle narici:
«Così, come ti cuocerà49 il dolore delle busse, imparerai a darne anche

140  tu!». Quando cacciava un asino carico per la ripida salita del sotterraneo, e lo
vedeva puntare gli zoccoli, rifinito,50 curvo sotto il peso, ansante e coll’occhio
spento, ei lo batteva senza misericordia, col manico della zappa, e i colpi suonavano
secchi sugli stinchi e sulle costole scoperte. Alle volte la bestia si piegava
in due per le battiture, ma stremo di forze,51 non poteva fare un passo, e

145  cadeva sui ginocchi, e ce n’era uno il quale era caduto tante volte, che ci aveva
due piaghe alle gambe. Malpelo soleva dire a Ranocchio: «L’asino va picchiato,
perché non può picchiar lui; e s’ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi
e ci strapperebbe la carne a morsi».
Oppure: «Se ti accade di dar delle busse, procura52 di darle più forte che

150  puoi; così gli altri ti terranno da conto,53 e ne avrai tanti di meno addosso».
Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento, a mo’
di uno che l’avesse54 con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, e con
quegli ah! ah! che aveva suo padre. «La rena è traditora», diceva a Ranocchio sottovoce;
«somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e se sei

155  più forte, o siete in molti, come fa lo sciancato, allora si lascia vincere. Mio padre
la batteva sempre, ed egli non batteva altro che la rena, perciò lo chiamavano
Bestia, e la rena se lo mangiò a tradimento, perché era più forte di lui». 

Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro troppo pesante, e il ragazzo
piagnucolava a guisa di55 una femminuccia, Malpelo lo picchiava sul dorso,

160  e lo sgridava: «Taci, pulcino!», e se Ranocchio non la finiva più, ei gli dava
una mano, dicendo con un certo orgoglio: «Lasciami fare; io sono più forte di
te». Oppure gli dava la sua mezza cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane
asciutto,56 e si stringeva nelle spalle, aggiungendo: «Io ci sono avvezzo».
Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di

165  badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato57 e beffato da tutti, a dormire
sui sassi colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a
digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane o la
minestra. Ei diceva che la razione di busse non gliel’aveva levata mai, il padrone;
ma le busse non costavano nulla. Non si lamentava però, e si vendicava

170  di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sembrava ci avesse
messo la coda il diavolo: 58 perciò ei si pigliava sempre i castighi, anche quando
il colpevole non era stato lui. Già se non era stato lui sarebbe stato capace di
esserlo, e non si giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile. E qualche volta,
come Ranocchio spaventato lo scongiurava piangendo di dire la verità, e di

175  scolparsi, ei ripeteva: «A che giova? Sono malpelo!», e nessuno avrebbe potuto
dire se quel curvare il capo e le spalle sempre fosse effetto di fiero orgoglio o
di disperata rassegnazione, e non si sapeva nemmeno se la sua fosse salvatichezza
o timidità.59 Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una
carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai.

180    Il sabato sera, appena arrivava a casa con quel suo visaccio imbrattato di
lentiggini e di rena rossa, e quei cenci che gli piangevano addosso60 da ogni
parte, la sorella afferrava il manico della scopa, scoprendolo sull’uscio in
quell’arnese,61 ché avrebbe fatto scappare il suo damo62 se vedeva con qual
gente gli toccava imparentarsi; la madre era sempre da questa o da quella vicina,

185  e quindi egli andava a rannicchiarsi sul suo saccone63 come un cane malato.
Per questo, la domenica, in cui tutti gli altri ragazzi del vicinato si mettevano
la camicia pulita per andare a messa o per ruzzare64 nel cortile, ei sembrava
non avesse altro spasso che di andar randagio per le vie degli orti, a dar la
caccia alle lucertole e alle altre povere bestie che non gli avevano fatto nulla,

190  oppure a sforacchiare le siepi dei fichidindia.65 Per altro le beffe e le sassate
degli altri fanciulli non gli piacevano.

La vedova di mastro Misciu era disperata di aver per figlio quel malarnese,66
come dicevano tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, che a furia
di buscarsi dei calci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi

195  la coda fra le gambe e scappare alla prima anima viva che vedono, e diventano
affamati, spelati e selvatici come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della
rena, brutto, cencioso e lercio com’era, non lo beffavano più, e sembrava fatto
apposta per quel mestiere persin nel colore dei capelli, e in quegli occhiacci di
gatto che ammiccavano67 se vedevano il sole. Così ci sono degli asini che lavorano

200  nelle cave per anni ed anni senza uscirne mai più, ed in quei sotterranei,
dove il pozzo d’ingresso è a picco,68 ci si calan colle funi, e ci restano finché
vivono. Sono asini vecchi, è vero, comprati dodici o tredici lire, quando stanno
per portarli alla Plaja,69 a strangolarli; ma pel lavoro che hanno da fare laggiù
sono ancora buoni; e Malpelo, certo, non valeva di più; se veniva fuori dalla

205  cava il sabato sera, era perché aveva anche le mani per aiutarsi colla fune,70 e
doveva andare a portare a sua madre la paga della settimana.
Certamente egli avrebbe preferito di fare il manovale, come Ranocchio, e
lavorare cantando sui ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole
sulla schiena, – o il carrettiere, come compare Gaspare, che veniva a prendersi

210  la rena della cava, dondolandosi sonnacchioso sulle stanghe,71 colla pipa in
bocca, e andava tutto il giorno per le belle strade di campagna; – o meglio
ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo
al verde, sotto i folti carrubbi,72 e il mare turchino là in fondo, e il canto
degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e in quel

215  mestiere era nato lui. E pensando a tutto ciò, narrava a Ranocchio del pilastro
che era caduto addosso al genitore, e dava ancora della rena fina e bruciata
che il carrettiere veniva a caricare colla pipa in bocca, e dondolandosi sulle
stanghe, e gli diceva che quando avrebbero finito di sterrare si sarebbe trovato
il cadavere del babbo, il quale doveva avere dei calzoni di fustagno quasi

220  nuovi. Ranocchio aveva paura, ma egli no. Ei pensava che era stato sempre là,
da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero, che si sprofondava sotterra,
dove il padre soleva condurlo per mano. Allora stendeva le braccia a destra e
a sinistra, e descriveva come l’intricato laberinto delle gallerie si stendesse
sotto i loro piedi all’infinito, di qua e di là, sin dove potevano vedere la

225  sciara73 nera e desolata, sporca di ginestre riarse, e come degli uomini ce n’erano
rimasti tanti, o schiacciati, o smarriti nel buio, e che camminano da anni
e camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio74 del pozzo pel quale
sono entrati, e senza poter udire le strida disperate dei figli, i quali li cercano
inutilmente.

230  Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne75 una delle scarpe di
mastro Misciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all’aria aperta
colle funi, proprio come un asino che stesse per dar dei calci al vento. Però non
si poterono trovare né i calzoni quasi nuovi, né il rimanente di mastro Misciu;
sebbene i pratici76 affermarono che quello dovea essere il luogo preciso dove il

235  pilastro gli si era rovesciato addosso; e qualche operaio, nuovo al mestiere,
osservava curiosamente77 come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatacchiato
il Bestia di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi dall’altra.

Dacché poi fu trovata quella scarpa, Malpelo fu colto da tal paura di veder
comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo, che non volle mai più darvi

240  un colpo di zappa, gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Egli andò a lavorare
in un altro punto della galleria, e non volle più tornare da quelle parti. Due o
tre giorni dopo scopersero infatti il cadavere di mastro Misciu, coi calzoni indosso,
e steso bocconi che sembrava imbalsamato. Lo zio Mommu osservò che
aveva dovuto penar molto a finire,78 perché il pilastro gli si era piegato proprio

245  addosso, e l’aveva sepolto vivo: si poteva persino vedere tutt’ora che mastro
Bestia avea tentato istintivamente di liberarsi scavando nella rena, e avea le
mani lacerate e le unghie rotte.
«Proprio come suo figlio Malpelo!», ripeteva lo sciancato, «ei scavava di
qua, mentre suo figlio scavava di là». Però non dissero nulla al ragazzo, per la

250  ragione che lo sapevano maligno e vendicativo.
Il carrettiere si portò via il cadavere di mastro Misciu al modo istesso che
caricava la rena caduta e gli asini morti, ché stavolta, oltre al lezzo del carcame,79
trattavasi di un compagno, e di carne battezzata.80 La vedova rimpiccolì i
calzoni e la camicia, e li adattò a Malpelo, il quale così fu vestito quasi a nuovo

255  per la prima volta. Solo le scarpe furono messe in serbo per quando ei fosse
cresciuto, giacché rimpiccolire le scarpe non si potevano, e il fidanzato della
sorella non le aveva volute le scarpe del morto.
Malpelo se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli
pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli

260  i capelli, quantunque fossero così ruvide e callose. Le scarpe poi, le teneva
appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e
la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva
per terra, l’una accanto all’altra, e stava a guardarle, coi gomiti sui ginocchi,
e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando81 chi sa quali idee in

265  quel cervellaccio.
Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il
piccone e la zappa del padre, se ne serviva, quantunque82 fossero troppo pesanti
per l’età sua; e quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli
avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi

270  così lisci e lucenti nel manico colle sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene
degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento e poi cento
anni. In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l’asino grigio; e il carrettiere
era andato a buttarlo lontano nella sciara.
«Così si fa», brontolava Malpelo; «gli arnesi che non servono più, si buttano

275  lontano». 

Egli andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva
a forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci; e Malpelo
gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa,
bella o brutta; e stava a considerare con l’avida curiosità di un monellaccio i

280  cani che accorrevano da tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del
grigio. I cani scappavano guaendo, come comparivano i ragazzi, e si aggiravano
ustolando sui greppi dirimpetto,83 ma il Rosso non lasciava che Ranocchio
li scacciasse a sassate. «Vedi quella cagna nera», gli diceva, «che non ha paura
delle tue sassate? Non ha paura perché ha più fame degli altri. Gliele vedi quelle

285  costole al grigio? Adesso non soffre più». L’asino grigio se ne stava tranquillo,
colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani si divertissero a vuotargli
le occhiaie profonde, e a spolpargli le ossa bianche; i denti che gli laceravano
le viscere non lo avrebbero fatto piegare di un pelo, come quando gli accarezzavano
la schiena a badilate, per mettergli in corpo un po’ di vigore nel salire

290  la ripida viuzza. «Ecco come vanno le cose! Anche il grigio ha avuto dei colpi di
zappa e delle guidalesche;84 anch’esso quando piegava sotto il peso, o gli mancava
il fiato per andare innanzi, aveva di quelle occhiate, mentre lo battevano,
che sembrava dicesse: “Non più! non più!”. Ma ora gli occhi se li mangiano i
cani, ed esso se ne ride dei colpi e delle guidalesche, con quella bocca spolpata

295  e tutta denti. Ma se non fosse mai nato sarebbe stato meglio».
La sciara si stendeva malinconica e deserta, fin dove giungeva la vista, e
saliva e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse,
o un uccello che venisse a cantarci. Non si udiva nulla, nemmeno i colpi
di piccone di coloro che lavoravano sotterra. E ogni volta Malpelo ripeteva che

300  la terra lì sotto era tutta vuota dalle gallerie, per ogni dove, verso il monte e
verso la valle; tanto che una volta un minatore c’era entrato da giovane, e n’era
uscito coi capelli bianchi, e un altro, cui s’era spenta la candela, aveva invano
gridato aiuto per anni ed anni.
«Egli solo ode le sue stesse grida!», diceva, e a quell’idea, sebbene avesse il

305  cuore più duro della sciara, trasaliva.
«Il padrone mi manda spesso lontano, dove gli altri hanno paura d’andare.
Ma io sono Malpelo, e se non torno più, nessuno mi cercherà».
Pure, durante le belle notti d’estate, le stelle splendevano lucenti anche
sulla sciara, e la campagna circostante era nera anch’essa, come la lava, ma

310  Malpelo, stanco della lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco, col viso
verso il cielo, a godersi quella quiete e quella luminaria dell’alto;85 perciò odiava
le notti di luna, in cui il mare formicola di scintille, e la campagna si disegna
qua e là vagamente – perché allora la sciara sembra più bella e desolata.
«Per noi che siamo fatti per vivere sotterra», pensava Malpelo, «dovrebbe

315  essere buio sempre e da per tutto».

La civetta strideva sulla sciara, e ramingava86 di qua e di là; ei pensava:
«Anche la civetta sente i morti che son qua sotterra, e si dispera perché non
può andare a trovarli».
Ranocchio aveva paura delle civette e dei pipistrelli; ma il Rosso lo sgridava,

320  perché chi è costretto a star solo non deve aver paura di nulla, e nemmeno
l’asino grigio aveva paura dei cani che se lo spolpavano, ora che le sue carni
non sentivano più il dolore di esser mangiate.
«Tu eri avvezzo a lavorar sui tetti come i gatti», gli diceva, «e allora era
tutt’altra cosa. Ma adesso che ti tocca a viver sotterra, come i topi, non bisogna

325  più aver paura dei topi, né dei pipistrelli, che son topi vecchi con le ali; quelli
ci stanno volentieri in compagnia dei morti».
Ranocchio invece provava una tale compiacenza a spiegargli quel che ci
stessero a far le stelle lassù in alto; e gli raccontava che lassù c’era il paradiso,
dove vanno a stare i morti che sono stati buoni, e non hanno dato dispiaceri ai

330  loro genitori. «Chi te l’ha detto?», domandava Malpelo, e Ranocchio rispondeva
che glielo aveva detto la mamma.
Allora Malpelo si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo verso da
monellaccio malizioso che la sa lunga. «Tua madre ti dice così perché, invece
dei calzoni, tu dovresti portar la gonnella».

335  E dopo averci pensato un po’:
«Mio padre era buono, e non faceva male a nessuno, tanto che lo chiamavano
Bestia. Invece è là sotto, ed hanno persino trovato i ferri, le scarpe e questi
calzoni qui che ho indosso io».
Da lì a poco, Ranocchio, il quale deperiva da qualche tempo, si ammalò in

340  modo che la sera dovevano portarlo fuori dalla cava sull’asino, disteso fra le
corbe,87 tremante di febbre come un pulcin bagnato. Un operaio disse che quel
ragazzo non ne avrebbe fatto osso duro a quel mestiere,88 e che per lavorare in
una miniera, senza lasciarvi la pelle, bisognava nascervi. Malpelo allora si sentiva
orgoglioso di esserci nato, e di mantenersi così sano e vigoroso in quell’aria

345  malsana, e con tutti quegli stenti. Ei si caricava Ranocchio sulle spalle, e gli
faceva animo alla sua maniera, sgridandolo e picchiandolo. Ma una volta, nel
picchiarlo sul dorso, Ranocchio fu colto da uno sbocco di sangue;89 allora Malpelo
spaventato si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli avesse
fatto, e giurava che non avea potuto fargli poi gran male, così come l’aveva

350  battuto, e a dimostrarglielo, si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena,
con un sasso; anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle spalle:
un calcio che risuonò come su di un tamburo, eppure Malpelo non si mosse, e
soltanto dopo che l’operaio se ne fu andato, aggiunse:
«Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro!».

355  Intanto Ranocchio non guariva, e seguitava a sputar sangue, e ad aver la
febbre tutti i giorni. Allora Malpelo prese dei soldi della paga della settimana,
per comperargli del vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi
nuovi, che lo coprivano meglio. Ma Ranocchio tossiva sempre, e alcune volte
sembrava soffocasse; la sera poi non c’era modo di vincere il ribrezzo90 della

360  febbre, né con sacchi, né coprendolo di paglia, né mettendolo dinanzi alla
fiammata.91 Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui, colle mani
sui ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati, quasi volesse fargli
il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso trafelato92
e l’occhio spento, preciso come quello dell’asino grigio allorché ansava rifinito

365  sotto il carico nel salire la viottola, egli borbottava:
«È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu
crepi!».
E il padrone diceva che Malpelo era capace di schiacciargli il capo, a quel
ragazzo, e bisognava sorvegliarlo.

370  Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più alla cava, e il padrone se
ne lavò le mani, perché allo stato in cui era ridotto oramai era più di impiccio
che altro. Malpelo si informò dove stesse di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il
povero Ranocchio era più di là che di qua; sua madre piangeva e si disperava
come se il figliuolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana.

375  Cotesto non arrivava a comprenderlo Malpelo, e domandò a Ranocchio perché
sua madre strillasse a quel modo, mentre che93 da due mesi ei non guadagnava
nemmeno quel che si mangiava. Ma il povero Ranocchio non gli dava
retta; sembrava che badasse a contare quanti travicelli c’erano sul tetto.94 Allora
il Rosso si diede ad almanaccare95 che la madre di Ranocchio strillasse

380  a quel modo perché il suo figliuolo era sempre stato debole e malaticcio, e
l’aveva tenuto come quei marmocchi che non si slattano96 mai. Egli invece era
stato sano e robusto, ed era malpelo, e sua madre non aveva mai pianto per lui,
perché non aveva mai avuto timore di perderlo.
Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto, ed ei pensò che la

385  civetta adesso strideva anche per lui la notte, e tornò a visitare le ossa spolpate
del grigio, nel burrone dove solevano andare insieme con Ranocchio. Ora del
grigio non rimanevano più che le ossa sgangherate, ed anche di Ranocchio
sarebbe stato così. Sua madre si sarebbe asciugati gli occhi,97 poiché anche
la madre di Malpelo s’era asciugati i suoi, dopo che mastro Misciu era morto,

390  e adesso si era maritata un’altra volta, ed era andata a stare a Cifali98 colla
figliuola maritata, e avevano chiusa la porta di casa. D’ora in poi, se lo battevano,
a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno, ché quando sarebbe
divenuto come il grigio o come Ranocchio, non avrebbe sentito più nulla.

Verso quell’epoca venne a lavorare nella cava uno che non s’era mai visto, e

395  si teneva nascosto il più che poteva. Gli altri operai dicevano fra di loro che era
scappato dalla prigione, e se lo pigliavano ce lo tornavano a chiudere per anni
ed anni. Malpelo seppe in quell’occasione che la prigione era un luogo dove si
mettevano i ladri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre chiusi là dentro
e guardati a vista.

400  Da quel momento provò una malsana curiosità per quell’uomo che aveva
provata la prigione e ne era scappato. Dopo poche settimane però il fuggitivo
dichiarò chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e piuttosto si
contentava di stare in galera tutta la vita, ché la prigione, in confronto, era un
paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi.

405  «Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in
prigione?», domandò Malpelo.
«Perché non sono malpelo come te!», rispose lo sciancato. «Ma non temere,
che tu ci andrai! e ci lascerai le ossa!».
Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo come suo padre, ma in modo

410  diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che doveva comunicare
col pozzo grande a sinistra, verso la valle, e se la cosa andava bene, si sarebbe
risparmiata una buona metà di mano d’opera nel cavar fuori la rena. Ma a
ogni modo, però, c’era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché
nessun padre di famiglia voleva avventurarcisi, né avrebbe permesso che si

415  arrischiasse il sangue suo,99 per tutto l’oro del mondo.
Malpelo, invece, non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l’oro del mondo
per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto: sicché pensarono a lui.
Allora, nel partire, si risovvenne100 del minatore, il quale si era smarrito, da
anni ed anni, e cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che

420  nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato?
Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane,
il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui.
Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano
la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo

425  comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.


Giovanni Verga, Rosso Malpelo, in I grandi romanzi e tutte le novelle, a cura di C. Greco Lanza, Newton, Roma 1996

 >> pagina 402

A tu per tu con il testo

Perché Malpelo ha i capelli rossi? Che domande: perché è un ragazzo malizioso e cattivo (r. 2). Il ragionamento dal quale prende avvio il racconto non fa una piega: almeno nel mondo popolare siciliano descritto da Verga, in cui sono ancora vivi i pregiudizi contro chi ha i capelli di colore acceso, rintracciabili nel bacino del Mediterraneo sin dai tempi antichi. Dappertutto la presenza di tratti fisici rari o sorprendenti risveglia l’aggressività, come testimoniano le persecuzioni alle quali vengono ancora oggi sottoposti gli albini nell’Africa nera. E d’altronde, guardando più vicino a noi, quante volte capita che una persona sovrappeso, calva o strabica venga derisa e isolata dal gruppo? Così Malpelo a mezzogiorno, mentre gli operai della cava si radunano per mangiare in compagnia, chiacchierando, solo soletto in un angolo rosicchia il suo pane raffermo, incurante dei lazzi e delle sassate che gli piovono addosso.

Nel suo caso, a determinare il ruolo di zimbello c’è però ben altro che il colore dei capelli. La sua sola presenza è un fastidio. Lui deve sparire: e sparisce. Ma nel volto sporco e stravolto del Rosso si specchia la cattiva coscienza degli uomini, e per questo torna a visitare in forma di incubo i giovani che si affacciano sull’inferno della cava.

Analisi

Rosso Malpelo, pubblicato a puntate sulla rivista “Il Fanfulla” nel 1878, è il primo racconto verista di Verga. Per la prima volta lo scrittore siciliano decide di costruire un narratore lontanissimo dalla sua cultura, dalle sue idee, dalla lingua colta acquisita grazie agli studi. Sin dalle prime righe, grazie all’equazione “capelli rossi = cattiveria”, il lettore deve confrontarsi con una voce anonima, che condivide l’ostilità manifestata dai minatori verso il protagonista. Verga cioè cerca di “regredire”, di sparire dietro il narratore, allo scopo di fare emergere la mentalità spietata circolante in quel mondo. Il lettore non può credere che il disprezzo verso uno sventurato come Malpelo, e il favore per chi lo maltratta, appartengano all’autore reale: in tal modo è indotto a un’amara riflessione sull’infanzia negata ai “carusi”, i ragazzini siciliani costretti a fatiche indicibili per guadagnarsi un tozzo di pane. La pietà non trabocca mai sulla pagina, ma è implicita nella stessa decisione di affrontare un argomento simile: una decisione che Verga prende a seguito della lettura di un’inchiesta parlamentare sul tema, e dell’ampio dibattito allora in corso sul lavoro minorile, una vergogna alla quale si tentava di porre rimedio attraverso la legge.

La necessità di restituire in modo fedele i meccanismi spietati che schiacciano Malpelo si traduce nel ricorso a uno stile che riecheggia la parlata popolare dei minatori, i quali non conoscevano altra lingua al di fuori del siciliano. Una riproduzione integrale del dialetto, nomi a parte (zio Mommu, mastro Misciu), avrebbe tuttavia reso il racconto incomprensibile al di fuori dell’isola. Verga sceglie perciò di impastarlo in una base italiana, in modo da farne sentire il sapore, forte ma non respingente: a ciò si deve la presenza di termini, locuzioni e proverbi locali, a volte sottolineati dal corsivo (malpelo, r. 7; la morte del sorcio, r. 48; sciara, r. 225; carne battezzata, r. 253 ecc.).

Di impronta dialettale è anche la sintassi, dove abbondano i costrutti impropri e i pronomi pleonastici (a mio padre gli dicevano Bestia, r. 122). Per fissare meglio un concetto, come accade nella conversazione, spesso Verga lo rilancia da una frase all’altra, concatenandole: mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava. Era morto così (rr. 26-27); «Io ci sono avvezzo». Era avvezzo a tutto lui (rr. 163-164); «Ma non temere, che tu ci andrai! e ci lascerai le ossa!». Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo (rr. 407-409). Ma il modulo stilistico più evidente, quello che meglio permette di comprendere i codici culturali in uso nel mondo rappresentato, è il discorso indiretto libero, che dà forza e immediatezza al racconto sin dall’attacco, quando la madre sostiene che siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi (rr. 7-8).

 >> pagina 403 

La madre, al pari della sorella, riserva a Malpelo soltanto indifferenza e disprezzo. Gli stessi sentimenti li nutrono i compagni al cantiere, che schivavano come un can rognoso (rr. 12-13) il suo brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico (r. 14). La caratterizzazione del protagonista non trascura né l’aspetto fisico, né l’aspetto psicologico, né l’aspetto sociale, insistendo sulla sua condizione di emarginato. Il narratore paragona più volte Rosso Malpelo a un animale: sia questo una bestia da soma (si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, r. 20), un bufalo feroce (r. 110) o un cane, rognoso (r. 13) o malato (r. 185), uno di quelli che a furia di buscarsi dei calci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi la coda fra le gambe (rr. 193-195).

L’unico a volergli bene era stato il padre, morto nella stessa cava in un terribile incidente, come apprendiamo dal lungo flashback che occupa il centro del racconto. Il corpo di Misciu Bestia, seppellito sotto una montagna di rena, tornerà alla luce solo mesi dopo, orribilmente sfigurato. Malpelo ne conserva gelosamente le scarpe e gli attrezzi, suscitando commozione in chi legge e sorpresa nel narratore, sconcertato dal mancato guadagno di una possibile vendita: Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il piccone e la zappa del padre, se ne serviva, quantunque fossero troppo pesanti per l’età sua; e quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no (rr. 266-269).

Mastro Misciu, sfruttato in vita dai compagni, ingannato dal padrone, deriso anche da morto, è l’unico personaggio che sembra sottrarsi alla feroce logica che regge il mondo della cava, dove trionfano la forza, la crudeltà, l’interesse, la scaltrezza. Malpelo, che ne è vittima, non si ribella ma sopporta ogni violenza fisica e psicologica con orgoglio, accettando qualunque colpa su di sé: Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o che crollava un tratto di galleria, si sapeva sempre che era stato lui (rr. 111-115). Egli consapevolmente assume su di sé la funzione di capro espiatorio perché è convinto che sia impossibile modificare la propria condizione di vita, e trasformarsi in contadino o manovale, come pure vorrebbe: quello era stato il mestiere di suo padre, e in quel mestiere era nato lui (rr. 214-215).

Tuttavia Malpelo da vittima sembra trasformarsi in oppressore, quando picchia senza misericordia l’asino e lo storpio Ranocchio. Cresciuto in un universo dove domina la violenza, solo attraverso la violenza è in grado di esprimere i propri sentimenti e spiegare a chi è inesperto come funziona il mondo: Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello! (rr. 135-137), dice a Ranocchio, che pure gli è amico. Non lo picchia per un raffinamento di malignità (r. 126), come sostiene il narratore, ma perché crede di agire a fin di bene. Il suo ruolo pedagogico trova conferma nella scena in cui trascina l’amico a osservare la carogna dell’asino, morto di stenti e gettato in un burrone, dove i cani randagi lo spolpano: gli spiega che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa (r. 278), compresa la morte, che ai suoi occhi non è che una liberazione dalla sofferenza, mentre Ranocchio crede al paradiso, del quale gli ha parlato la madre.

Con la morte dell’amico, che segue quella del padre e dell’asino, l’educazione di Rosso si compie: è ormai pronto per andare incontro al destino con fiera consapevolezza.

Solo al mondo, Malpelo accetta di esplorare un passaggio pericoloso nella cava, nonostante il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più (r. 413). Le leggende che un tempo lo facevano trasalire, evocando minatori entrati giovani nella grotta e usciti da vecchi, o persi in chissà quale anfratto, non gli fanno più né caldo né freddo. Non ha nulla da perdere, se non un presente di fatiche insopportabili e un fardello di ricordi dolorosi, concretizzati negli arnesi del padre, che prende con sé prima di avviarsi. Anche lui è destinato a scomparire nella cava, dove nessuno saprà più trovarlo. Il suo corpo si è dissolto, ma il fantasma abita i discorsi dei ragazzi condannati al suo stesso lavoro, che abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo (rr. 423-424).
 >> pagina 404

Laboratorio sul testo

COMPRENDERE

1. Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


a) Rosso Malpelo è un ragazzino siciliano che lavora in una cava.

  • V   F

b) Il padre di Malpelo è morto nella stessa cava in cui lavora il figlio.

  • V   F

c) Il padre di Malpelo è morto facendo un lavoro extra che però gli ha fruttato un lauto guadagno.

  • V   F

d) Dopo la morte del padre, i compagni di lavoro trattano Malpelo con gentilezza e riguardo.

  • V   F

e) Malpelo incolpa i compagni di lavoro e il padrone per la morte del padre.

  • V   F

f) Ranocchio è soprannominato così per il colore verdastro della sua carnagione.

  • V   F

g) Ranocchio non può più fare il manovale a causa di un incidente sul lavoro.

  • V   F

h) Malpelo stringe con Ranocchio un rapporto particolare, duro ma affettuoso.

  • V   F

i) Quando Ranocchio si ammala, Malpelo lo abbandona a se stesso.

  • V   F

j) Il finale della novella lascia intendere al lettore la morte di Malpelo.

  • V   F

2. Quando vengono ritrovati gli arnesi e il corpo di mastro Misciu, Malpelo conserva e usa con cura gli oggetti del padre perché

  • a teme che gli altri lavoranti glieli rubino.
  • b vuole rivenderli per guadagnarci qualcosa.
  • c rappresentano il solo ricordo del padre a cui lui era molto affezionato.
  • d teme che la madre e la sorella li rivendano.

3. Malpelo maltratta e picchia Ranocchio perché

  • a è un ragazzo cattivo.
  • b vuole insegnare a Ranocchio la dura legge dell’esistenza.
  • c crede che Ranocchio meriti le botte.
  • d così si è sempre fatto alla cava.

4. Da quali gesti puoi capire che l’affetto di Malpelo per Ranocchio è sincero?

ANALIZZARE E INTERPRETARE

5. Il narratore è

  • a interno ed è uno dei lavoranti nella cava.
  • b interno ed è Malpelo.
  • c esterno e adotta una focalizzazione esterna.
  • d esterno ma adotta il punto di vista “popolare” di coloro che vivono attorno a Malpelo.

6. Dividi la novella in sette macrosequenze, assegna a ciascuna un titolo e stabilisci di che tipo di sequenza si tratta, indicando anche quale tempo verbale prevale.


7. Inserisci nella tabella i passi della novella che ti permettono di delineare il ritratto di Malpelo.


Aspetto fisico


Comportamento


Psicologia



8. Individua nel testo alcuni esempi di stile indiretto libero attraverso i quali la voce narrante esprime le opinioni correnti su Malpelo.


Voce popolare anonima

 

I lavoranti della cava

 

La madre e la sorella

 

9. Nella novella sono raccontati quattro eventi luttuosi: come reagiscono, di fronte alla morte, i diversi personaggi? Completa la tabella.


Morte di mastro Misciu

Morte dell’asino grigio

Morte

di Ranocchio

Scomparsa

di Malpelo

Malpelo

       

Lavoranti nella cava

       

Familiari

       

10. Quale strategia narrativa è utilizzata per descrivere gli stati d’animo dei personaggi?

  • a I sentimenti e le emozioni dei personaggi sono descritti direttamente dalla voce narrante.
  • b I sentimenti e le emozioni dei personaggi sono descritti dai personaggi testimoni della vicenda.
  • c Non sono descritti direttamente sentimenti ed emozioni dei personaggi, ma solo le loro azioni e reazioni, dalle quali si può comprendere che cosa essi provino.
  • d Non sono descritti sentimenti ed emozioni dei personaggi perché Verga non vuole suscitare la pietà del lettore.

Trova nel testo almeno un esempio per motivare la tua risposta.


11. Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai (rr. 178-179). Che significato ha questa frase? Quale immagine restituisce del rapporto che intercorre tra Malpelo e sua madre? Com’è, invece, il rapporto di Ranocchio con la madre?


12. È possibile dire che in questa novella si contrappongono la “logica dell’utile” e la “logica degli affetti”? In quali occasioni? Individuale nel testo e spiega le ragioni di questo contrasto.

 >> pagina 405 

COMPETENZE LINGUISTICHE

13. Congiunzioni. …giacché, alle volte, il pane… (r. 26): giacché è una congiunzione oggi piuttosto rara nell’uso comune. Con quale altra congiunzione potrebbe essere sostituita in questa frase?

  • a Affinché.
  • b Finché.
  • c Poiché.
  • d Allorché.

14. I registri linguistici. Pur senza utilizzare il dialetto, Verga sceglie di utilizzare un linguaggio caratterizzato da un lessico e da una sintassi popolare. Trova un corrispettivo in italiano standard per i seguenti termini presenti nella novella:


sciancato gabbare minchione crepare busse scapaccioni di soppiatto ruzzare rimpiccolire impiccio.

SCRIVERE CORRETTAMENTE

15. Punteggiatura. Inserisci nel testo seguente gli opportuni segni di punteggiatura.


Quando percepiva le sofferenze del suo povero amico quello che tutti chiamavano Ranocchio Malpelo gli augurava una sorte apparentemente crudele morire secondo la filosofia del protagonista del racconto infatti nessun miglioramento sarebbe stato possibile solo la morte avrebbe salvato Ranocchio dalle sofferenze

PRODURRE

16. Scrivere per riassumere Scrivi due riassunti della novella, uno di massimo 15 righe e uno di massimo 5 righe.


17. Scrivere per argomentare Esponi in modo chiaro e logico la visione del mondo di Malpelo (massimo 15 righe), inserendo l’esempio dell’asino grigio.

SPUNTI DI RICERCA interdisciplinare

educazione civica
  • La piaga del lavoro minorile, purtroppo, non è affatto scomparsa, anzi, è diffusa in numerosi paesi del mondo, soprattutto in Africa, in Asia e in Sudamerica; anche in Italia, tuttavia, esistono ancora realtà in cui i bambini vengono sfruttati. Insieme ai tuoi compagni svolgi una ricerca su questo importante tema, aiutandoti con i dati che trovi in rete (puoi consultare, per esempio, i siti di enti e associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia, come l’Unicef).
  • Quali sono le leggi che, in Italia, impediscono il lavoro minorile? Rispondi con l’aiuto dell’insegnante.

La dolce fiamma - volume A
La dolce fiamma - volume A
Narrativa